In un tardo pomeriggio d’estate, due vele latine, candide e affilate come denti di squalo, brillavano a largo di Pinetamare, praticamente immobili sulle tranquille onde del Tirreno. La moderna feluca su cui si stagliavano era verniciata di bianco di sopra e rosso di sotto, con una linea blu che li separava. Sul bianco campeggiava il suo nome, orgoglioso, rossastro e sarcastico: Eredità Torres. Sul suo ponte, invece, con le gambe abbronzate penzoloni, sedeva la sua proprietaria ed ereditiera, Natalia Arsenault-Torres. Guardava la costa da sotto il suo ampio cappello di paglia, tenendo sempre d’occhio i movimenti nel mare cristallino e la canna da pesca fissata al suo fianco. Presto sarebbe giunta la sera.
Da sottocoperta, in quel po’ di spazio all’ombra che la nave concedeva senza stare direttamente sotto una vela, venivano gli squarci di buste di carta aperte e lo sfogliare di missive. Ad occuparsene era Emmanuel Arsenault, il quale, con la pazienza che mancava alla moglie, smistava ogni richiesta che la loro compagnia di due riceveva. Le leggeva come un gentiluomo legge il giornale, mentre annaffiava le sue piante al tramonto.
Nulla di eclatante finora. Un povero squalo accusato di infausti crimini senza alcuna prova e una balena un po’ troppo socievole con le imbarcazioni della marina regia. Del primo volevano ogni sua pinna. Della seconda, invece, volevano tutto, fino all'ultima setola. Erano persino disposti a occuparsi del trasporto dopo l’abbattimento. Missioni che avrebbero pagato poco o nulla. In un certo senso. Qualora avessero rispettato i loro termini, avrebbero pagato molto di più. E qualora l’avessero fatto con ogni missione che ricevevano, probabilmente il Tirreno sarebbe stato un triste mare in cui navigare.
Invece, avrebbero attirato lo squalo verso un’area più sicura, lontana dalla costa, e avrebbero condotto la balena smarrita lontana da porti e vascelli sacri a Santa Barbara. I primi, quasi sicuramente, non li avrebbero pagati. I secondi lo avrebbero fatto, ma con uno sguardo deluso alla scoperta che non avrebbero liberato Geppetto, Pinocchio e una generosa quantità di fanoni dalle fauci della ‘bestia’.
Passò la lama del tagliacarte d’osso sull’ultima busta del giorno, tirando fuori la missiva. La più interessante e, decisamente, qualcosa di eclatante. Dopo avergli dato una rapida lettura, versò un po’ di succo in un bicchiere e risalì la scaletta da sottocoperta, posando gli occhi sulla sua sposa.
“Alla Gentile Signoria Vostra…” esordì trionfante, emergendo sul ponte della feluca.
“Cielo, pensavo fossimo andati ben oltre il signoria vostra, mon cœur, ma continua pure…” gli sorrise maliziosamente, facendogli l’occhiolino da sotto il cappello di paglia “…lo sai quanto mi piace quando fai il forbito.”
Emmanuel perse immediatamente la sua compostezza, colto alla sprovvista dalla risposta civettuola di Natalia. Prese un bel respiro e si schiarì la gola, come se stesse per declamare con solennità davanti al teschio di Yorick.
“Ci troviamo nella disdicevole situazion-” e in un attimo scoppiò a ridere, vedendo Natalia che aveva appena sollevato le sopracciglia e aperto la bocca a forma di ‘o’, fingendo un’espressione di puro stupore. La raggiunse sul bordo della barca, colpendola sul capo con la busta da cui aveva estratto la lettera e sedendosi di fianco a lei.
“Oh, dai, perché ti sei fermato? Ero così assorta!” ridacchiò, dando al marito una piccola gomitata e poggiando una guancia sulla sua spalla.
Lui sospirò sorridente, mostrandole la missiva con una mano e porgendole un bicchiere di succo con l’altra. Carta ricca, liscia, apposta di un bel sigillo con un uccellino al suo interno. Soprattutto, non c’era neanche una macchia o una sbavatura d’inchiostro, era scritta a macchina!
“A qualche nobilotto di campagna servono i secondi per un buffet?” chiese Natalia, prendendo il bicchiere di succo dalla mano del marito e restituendogli la lettera “O è un altro squalo che ha senza dubbio ucciso una ventina di persone?” chiese prima di mettersi a sorseggiare.
“Meglio di un nobile, è una giunta comunale! Alla Gentile Signoria Vostra!” cominciò a parlare in fretta ora che sua moglie era impegnata a bere il succo, saltando le parti meno interessanti, così da giungere alla conclusione prima che lei giungesse alla fine del bicchiere “Eccetera eccetera segnaliamo la presenza di una bestia marina simile ad una verdesca eccetera eccetera le sue caratteristiche di nota sono le seguenti!”
La pescatrice quasi si mandò il succo di traverso, pur di finirlo prima che Emmanuel potesse arrivare alla descrizione. La parte su cui Natalia riusciva a focalizzare il maggior numero di battute sconce era proprio quella. Non l’avrebbe completata impunemente.
“Possiede una lunga vela dorsale, sul muso ha un prolungamento osseo della lunghezza approssimativa di due metri, sono…”
“Due metri? È lungo quasi quanto…” incominciò a dire col sorriso sornione ma Emmanuel si era fatto inarrestabile. Sapeva che ogni pausa era una concessione all’avversaria che non poteva permettersi.
“…state rinvenute pinne ventrali e pettorali molto sviluppate, simili a quelle di un pesce volante e…”
“Sai quale altro pesce vol-” incominciò, venendo presto interrotta.
“…infine, si segnala una…”
“Fermo, non vale! Devi darmi il tempo di finirle prima!” ridendo gli soffiò la lettera di mano, distraendolo premendo le labbra contro le sue “Mwah! Ah-ah! Capace di acrobazie portentose…”
Emmanuel sorrise tronfio, sicuro del suo trionfo.
“Mmh, non è l’unico qui che fa acrobazie portentose… con la differenza che non le fa a letto” dichiarò con un sorriso malizioso attorcigliato sulle labbra per poi scoppiare a ridere. Gli occhi di Emanuel si rivolsero verso il cielo.
“Je ne te crois pas” si sgonfiò con un sospiro e un sorriso di finta esasperazione “Le hai finite ora?”
“Ne ora ne mai, ma sarò buona e ti darò una tregua, mon cœur” gli rese la lettera “Ma solo perché questo pesce spada sembra proprio un bel bastardone! Racconta, su!”
“Allora…” si aggiustò gli occhiali sul naso “…sembra che il ridente comune di Formia stia avendo non pochi problemi con una bestia marina non identificata. Presenta caratteristiche fisiche di una verdesca, il becco di un pesce spada e le pinne pettorali e ventrali sviluppate di un pesce volante. Lo hanno soprannominato la Flamberga Volante di Villa Mamurra.”
“Cos’è una flamberga?”
“È lo spadone dei lanzichenecchi, mon coeur, quello ondulato.”
“Non mi dire! Ha il becco di quella forma?”
“Précisément.”
“Ma è straordinario!” dichiarò entusiasta, abbracciandogli il braccio “Continua, su, sembra davvero intrigante questa Flamberga!”
“Purtroppo, non hanno elaborato sul suo modus operandi. Affermano che sia in grado di fare salti impressionanti, come quelli di un delfino.”
“Ha fatto delle vittime?”
“Due morti e cinque feriti nel primo attacco. Nel secondo, un peschereccio è stato affondato. Degli otto della ciurma, solo tre corpi sono stati recuperati sulla costa.”
“Quant’è grande questa cosiddetta verdesca?”
“Mmh…” scandagliò la missiva “Opinioni contrastanti, tra i due metri e mezzo e i tre metri senza contare la spada.”
“Se ne prende di più dalla verdesca che dal pescespada, potrebbe pesare più o meno centodieci chilogrammi.”
“E se ne prendesse di più dal pescespada?”
“Allora peserebbe almeno tre volte tanto e la cosa non la aiuterebbe a tirarsi fuori dall’acqua. Dev’essere un fascio di muscoli per muoversi in quella maniera, appunto come un pescespada. Non mi è chiaro come faccia a saltare così, però…”
Si fece pensierosa, scandagliando le acque sotto di lei. Emmanuel rimase un po’ in silenzio per lasciarle il tempo di processare ogni informazione, sperando che dal bagaglio delle sue esperienze potesse estrarre un’ordinata lista delle cose da fare per cacciare questa Flamberga. Riuscì solo a tirar fuori un breve…
“Uno squalo spada alato, quindi.”
“Un buon sunto, oui. Per giunta, molto ostile e territoriale, pare abbia attaccato sempre nella stessa area e con particolare aggressività.”
“Magari ha appena deposto le sue uova e le sta difendendo.”
“Pensi possa essere una femmina?”
“Non lo so davvero, mon cœur, magari tutto quel cibo lo porta al suo nido. Lo sai come va però, il fatto che sia parte questo e parte quell’altro non vuol dire nulla. Potrebbe non essere imparentato né con l’uno né con l’altro ed essere più vicino alle sardine. Ti ricordi della volta col finto barracuda?”
“Difficile scordarselo” disse strofinandosi la gamba sinistra, ricordando il dolore dei vecchi morsi cicatrizzati “Che ne dici se stavolta fossimo più previdenti? Potremmo chiedere ai Cybo-Malaspina. C’è un loro capitano che mi deve un favore” approfittò del buon umore finora dimostrato per fare la proposta. Natalia non aveva mai fatto mistero della sua ostilità verso l'Organum.
“E va bene…” concesse, sospirando, ma solo per non vederlo ferito ancora una volta per una svista “Ma se chiedono troppo ce ne andiamo e la improvvisiamo, chiaro?”
“Come il cielo d’estate” le sorrise.
“Che prove vuole la giunta comunale?”
“La lisca gli basta. È loro intenzione esporla, probabilmente come dimostrazione che loro portano a casa i risultati.”
“Tutta? Incluso il becco?”
“Incluso il becco ovviamente, oui.”
“Ma che diavolo, solo per tenerlo esposto in un ufficio polveroso! Che spreco!”
“Tu cosa ci faresti?”
“Lo sai benissimo cosa ci farei!”
“Un arp-”
“Certo che sì, un arpione nuovo! Non abbiamo un’alternativa? Magari si accontentano di qualche altro pezzo?”
“Dicono…” Emmanuel ridacchiò ai suoi capricci e controllò la lettera “…oh! Dicono che accetterebbero anche prove fotografiche se siamo in grado di fornirgliele ma…”
“Ah! Vedi? Te l’avevo detto che dovevamo prendere uno di quegli aggeggi!”
“Vuoi che ne compriamo uno prima della caccia? Quasi sicuramente potremmo trovare un rivenditore a Roma. Potrebbe essere un po’ costoso però.”
“Come sta la cassa?” Natalia si imbronciò.
“Accettabilmente, per ora. Se la pesca va bene in questi giorni e facciamo tappa al porto non dovremmo avere problemi.”
“Allora sì!”
“Lo vuoi proprio quell’arpione, eh?” le sollevò il cappello di paglia, guardandola negli occhi. Lei rispose baciandolo sul naso.
“Eccome. E poi quanto sarà difficile? Lo stendiamo per terra, fai click-click, e voilà!”
“Bien sûr, mon cœur. La seconda foto sarà di sicuro la più semplice.”
“Come la seconda?”
“Quella da morto. Ne vogliono due, una da vivo e una da morto.”
“Come da vivo?! Con quale miracolo si riuscirebbe a ritrarlo da vivo?!”
“Le vogliono per la prima pagina del giornale locale. Quanto lo vuoi quell’arpione?” le chiese con tono di sfida.
Natalia sbuffò e si mise in piedi, assestandosi con la canna da pesca tra le mani strette.
“Avranno le loro stupide fotografie. Questa Villa Mamurra è…?”
“È la Villa di Lucio Mamurra, nella zona di Formia.”
“L’intermediario del Forno di quella zona però è a Roma.”
“A questo punto conviene portarlo direttamente a Napoli. Isabella di sicuro apprezzerà.”
“Non so se rimarrà fresco abbastanza però.”
“Dici?”
“Dico, siamo in piena estate. Se è grande come dicono, potrebbe non entrare nella ghiacciaia. In più, se la nave venisse danneggiata o se il vento ci fosse a sfavore potremmo tardare un bel po’. Non mi va di portare pesce marcio a Isabella.”
“Quindi… chiediamo ai Corrieri?”
“Tanto già dobbiamo passare dalla Malaspina. A questo punto chiediamo anche a loro” sospirò, assestandosi sul ponte.
“Questo pesce spada sta venendo a costarci, non trovi?”
“Ma se è grosso quanto dice la missiva, ci ripagherà fino all’ultima lira!”
“E potrai avere…”
“Potrò avere il mio arpione!” dichiarò entusiasta “Anche se pensandoci, vista la forma potr- Oh!” esclamò e quasi si fece sfuggire la canna da pesca: un’imponente ricciola aveva improvvisamente abboccato. Avrebbe dovuto cogliere l’occasione, sfruttare meglio la distrazione della pescatrice, la quale era già in piedi a riavvolgere il mulinello, i muscoli tesi per tirarla su.
La vittoria fu di Natalia, spalmata sul ponte come una stella marina, la fronte imperlata di sudore e gocce di acqua salata. Al suo fianco la sua avversaria scodò e rimbalzò rumorosamente per alcuni secondi prima di cessare ogni movimento.
Quasi due metri e, confermato dalla bilancia, 42 kg. La pescatrice soleva chiamare questo genere di prede…
“Pranzo e cena?”
“Decisamente, mon cœur!” disse Emmanuel mentre afferrava la pesca del giorno per la coda, trascinandola alla cucina sottocoperta.
“Oh, eccolo, già se ne va. Gli importa più di quella sciocca leccia che di sua moglie a terra!”
“Lo sai che è una ricciola, mon cœur, non una leccia” specificò ridacchiando, Emmanuel.
“E ora la chiama anche per nome! È proprio vero, non m’ama più! Presto comincerà a chiamarmi vostra signoria!” da sottocoperta riuscì a sentire l’esplosione di una risata e sospirò soddisfatta. Si mise a sedere, gli occhi sull’orizzonte questa volta, mentre il tramonto lo incendiava di rosso e arancio. Non le era dispiaciuta la vacanza dai mostri marini, ma era bello tornare al lavoro.
Dopo essere passati al comune di Formia a dare conferma della loro disponibilità, li informarono delle preparazioni necessarie. Tra queste vi fu la tappa che era sempre obbligata quando gli Arsenault posavano piede sulla terraferma. Emmanuel si fece dire, immantinente, dove fosse l’area boschiva più vicina, si equipaggiò con gli abiti adatti e si mise in cammino, zaino in spalla. Ovviamente, tenendo in ostaggio la povera moglie, che marciava al suo seguito, sventolando via zanzare impertinenti dalle sue braccia e dalle sue gambe.
Ai primi tempi, Natalia preferiva stare a bordo dell’Eredità Torres mentre il marito si faceva strada per cespugli e arbusti. Aveva, però, cominciato ad apprezzare le passeggiate nei boschi e la passione di Emmanuel, il quale, entusiasta, falcetto alla mano, si metteva alla ricerca di piante aromatiche, medicinali e velenose e declamava sui loro straordinari e quasi miracolosi effetti. Quando partiva per la tangente, un buffo gioco di ruolo si formava di pari passo.
“Oh, sommo druido! M’impartisca i suoi segreti! Cosa fanno quelle bacche che andate raccogliendo? Paiono assai saporite!” gli chiese la moglie, indicando certe bacche verdognole.
“No, sciocco di un apprendista!” dichiarava, facendo una voce da anziano, la quale metteva alla prova la professionalità attoriale di Natalia “Queste son le bacche della Douce-amère! Molto velenose! Narcotizzanti e paralizzanti!”
“Pft…” prese un profondo respiro per rimanere nel ruolo e non interrompere la scena “Oh, sommo druido, non son degno della vostra canoscenza! E queste invece? Queste di certo posso mangiarle, non son forse dei mirtilli?”
“Mirtilli? Per Arduinna, stai cercando d’ammazzarti, ammettilo, orsù!” disse gesticolando col falcetto stretto nella mano guantata “Son le bacche della Belledone! Regina dei veleni!”
E così continuarono per quasi un’ora, mentre lo zaino del ‘druido gallico’ si riempiva di erbe, bacche, foglie e rami di ogni tipo, ben separati in base al loro scopo. Camminarono e parlarono e si godettero il silenzio per alcune ore mentre risalivano fino all’eremo di San Michele Arcangelo. Lo considerarono il loro traguardo per la mattinata, divorando il loro pranzo al sacco e apprezzando lo splendido paesaggio.
Una volta tornati sull’Eredità Torres, il druido si mise all’opera sulle bacche e le foglie che aveva raccolto. In una lotta contro una bestia marina, si parte sempre svantaggiati. Dopotutto, la scelta del campo di battaglia sta a loro, che lo si voglia o meno. Tuttavia, con un po’ di ingegno e di saggezza erboristica, si poteva riequilibrare lo scontro, rendendolo quasi equo. In un paio di giorni, dal piccolo laboratorio di Emmanuel emerse un composto dal colorito nero-verdastro, al sicuro in un paio di boccette.
“Quindi è davvero così semplice da usare?” chiese Natalia, osservando la scatola nera nelle mani di Emmanuel.
“A meno che non mi abbiano appena truffato, oui” la puntò verso la moglie, premendo il tasto disposto sulla parte superiore della scatola e click-click “Ha detto che in America le vendono ai bambini, deve essere semplice da usare.”
“Lo so, hai ripetuto quel motto almeno dieci volte. Premi il bottone, noi facciamo il resto!” disse facendogli il verso “E poi torna qui e dacci altra grana se vuoi vedere le tue fotografie!”
“Hai una camera oscura e… tutta quella roba che usano per sviluppare le pellicole?” chiese Emmanuel, scattandosi una foto da solo con un po’ di difficoltà. In risposta Natalia sbuffò.
“Quante ne possiamo scattare?”
“Oh, ha detto almeno un centinaio.”
Non l’avesse mai detto. Il tragitto tra il negozio del rivenditore e la loro barca attraccata al porto si fece molto più lungo, ricco di inseguimenti, scatti rubati, pose teatrali davanti ad ogni scorcio che avrebbe potuto essere definito ‘un bello sfondo’. A Roma ce n’era uno ogni dieci metri. Si fermarono da svariati banchetti da cui presero un sacchetto di fiori di zucca fritti, tre panini con la porchetta e due maritozzi alla panna. Solo gli ultimi due erano per loro.
Giunsero, infine, sull’Eredità Torres, mettendo a posto la macchina fotografica e lasciandola a riposo. Presero il largo e si prepararono per la loro successiva destinazione.
Suo marito, il quale aveva disposto in anticipo le carte nautiche sul tavolo, stava effettuando i calcoli necessari per tracciare la distanza tra le loro coordinate e quelle del Mercato. Era per cose come questa che Natalia lo amava infinitamente. Il disprezzo che provava per la matematica era sempre stato inquantificabile ed era solo cresciuto da quando ciò che suo padre gli aveva predetto si era, purtroppo, avverato: ‘un giorno far di conto ti sarà utile per il tuo mestiere’. Infausta e apocalittica previsione.
“À partir de quarante-cinq degrés, cinquante-six minutes…” lo sentiva borbottare dalla cucina, mentre approntava il barattolo.
Dichiarò il numero e la pescatrice cominciò a riempire il barattolo degli occhi di pesce. Uno per ogni dieci miglia nautiche da percorrere, trascurando frazioni, arrotondando sempre per difetto e mai per eccesso. Nel mentre, Emmanuel tirò fuori dall’armadietto i loro abiti più pesanti: salopette, maglioni, berretti, stivaloni e ovviamente i loro impermeabili blu scuro. Si equipaggiarono prima della partenza.
Alla fine, gli occhi necessari erano stati solo venticinque. Una volta disposto il barattolo accanto al timone, assicurandolo con un legaccio, tirarono su l’ancora e dispiegarono le vele a metà. La nave cominciò a muoversi verso il limes, la linea dove il mare aperto cessava e diventava il porto di Roma.
“Hostem vincimus…” pronunciò a voce bassa Natalia che teneva il timone.
Un fremito percorse la carne di ogni pezzo di pesce nella loro ghiacciaia. L’aria si fece più umida e fredda.
“Oculos volvimus…” lo stesso fece Emmanuel che stava presso le cime delle vele.
Ogni occhio nel barattolo si girò, rivolto a nord-est, verso la loro destinazione. L’acqua riflesse un cielo diverso, non più azzurro e limpido, ma grigio e nuvoloso.
“Praedam vendimus” dichiararono assieme. In un attimo, sopra di loro, il cielo estivo era svanito per lasciare spazio a nuvole inamovibili e a una pioggia perenne. Non era più Roma ad avvicinarsi ma il Mercato Nero del Pesce. Un accozzamento di tendame, legno marcio, galleggianti mezzi sgonfi e barcacce si univano per formare il luogo che ogni cacciatore di mostri rispettabile voleva a tutti i costi evitare. Per quelli che, invece, volevano sopravvivere alla loro seconda caccia, era decisamente il posto in cui essere.
Per poco tempo e mai più del necessario.
Attraccarono ad uno degli innumerevoli pontili che, come tentacoli lignei, si ramificavano sulle acque. Tirarono su le vele, legarono la feluca e, una volta scesi, diedero la mancia al loro guardapontile preferito, nella forma di un sacchetto di fiori di zucca fritti. Il 'Veriga' li apprezzò non poco. Si immersero poi nella bolgia umidiccia del Mercato Nero, separandosi per poter concludere i loro affari il più in fretta possibile.
Da dietro i banconi ricolmi di ghiaccio e di fauna ittica dall’aspetto e qualità dubbie, uomini e donne in grembiuli imbrattati di sangue e olio urlavano a gran voce per l’attenzione di ogni passante, alcuni con toni invitanti e altri con toni minacciosi. I secondi funzionavano coi novellini, i primi con quelli più navigati. Tuttavia, nessuno dei due funzionava su quelli che già sapevano cosa volevano, inarrestabili nel cammino tra la loro barca e il mercante, cacciatore, corriere, oracolo, esperto di bestie assurde, dentista o tatuatore di cui avevano disperatamente bisogno.
Natalia si fece strada in mezzo al caos del Mercato Nero, il suo arpione appeso alla spalla. Non le dispiaceva affatto. Nel suo chiasso, nella sua foga e nei suoi odori, quel labirinto risuonava con lei. Sulle assi ondulanti montate su galleggianti rattoppati, ogni suo passo aveva un peso, una stabilità, come se fosse tutto un’estensione della sua feluca. Dopo essersi destreggiata attraverso lo zigzagare frattale del Mercato per chissà quanto, venne finalmente in vista dei suoi Corrieri preferiti.
Due di loro erano davvero difficili da ignorare. Uno dei due si stagliava in mezzo alla folla come un dito ossuto, alto due metri e avvolto da capo a piedi in un mantello nero pece, un cinturone attorno alla vita ricolmo di strumenti di precisione. Un altro ancora, invece, occupava spazio visivo in larghezza, anche lui ricoperto da un mantello ma avvolto in placche di un’armatura bluastra, simile alla corazza di innumerevoli e imponenti granchi. Provò a farsi strada attraverso una folla spessa e curiosa e decise di chiamare uno di loro.
“Macario!” disse a gran voce, ottenendo l’attenzione del Corriere corazzato.
“Torres, che fai lì?” rispose una voce tonante e gioviale. Con minimo sforzo, Macario si fece strada tra la folla, afferrandole un braccio e tirandola dentro con sé, verso le prime file.
“Oh, Torres, che piacere. Sei qui per affari?” una voce gentile ad alta quota le chiese. Il Corriere spilungone guardò giù verso di lei. Nell’ombra del suo volto incappucciato, un numero indefinito di occhi neri e lucidi la squadrò.
“Vorria! Sì, per una spedizione ma… che succede?” chiese Natalia. Davanti a sé, vi era un cerchio di spazio vuoto. Una visione più unica che rara al Mercato Nero.
“Quei signori lì in fondo…” Vorria indicò dall’altro capo del cerchio. Vi era un piccolo mucchio di scaricatori di porto e carpentieri navali, i loro occhi fissi e furenti sui Corrieri “…temo ce l’abbiano con noi.”
“E voi di sicuro non gli avete dato motivo di esserlo?” lei incrociò le braccia, sorridendo leggermente.
“In realtà-” Vorria stava iniziando a spiegare, ma Macario aveva gran voglia di raccontare la sua versione, toccato nel profondo dall’accaduto.
“Un pesciolino ci ha raccontato che questi signori hanno fatto qualcosa alla sua mamma che non ci ha fatto proprio piacere!” esplose come un colpo di cannone. Da sotto il suo cappuccio si videro per un attimo i suoi occhietti, poggiati su antenne rossastre. Il racconto di Macario fu però interrotto dall’altro lato del cerchio. Sembravano irritati e impazienti.
“In pratica hanno preso una nostra amica e noi abbiamo dato fuoco alla loro nave. Ora vogliono un duello d’onore. Solita cosa, loro scelgono chi di noi tre combatte e noi scegliamo l’unica regola” riassunse Vorria.
“Chi hanno scelto?” chiese Natalia, curiosa.
“Avesse” rispose semplicemente.
“Ahia… brutta idea. La regola è la solita? Nessuno interviene?”
“Tombola” disse Macario, mostrando il suo sorriso metallico alla luce delle lanterne.
Dal lato dei carpentieri, un energumeno tatuato si era fatto avanti, gli occhi vicini come quelli di un toro. I suoi colleghi lo avevano caricato a dovere prima di spingerlo nell’arena. Dal lato dei Corrieri, invece, c’era una piccola figura mantellata, alta poco meno di un metro e mezzo, con un ampio cappello nero da desperado posato sul capo. Attorno a lui aleggiava l’odore di prodotti chimici e olio. Lo scontro, come tutti gli scontri in cui Avesse partecipava, finì prima che potesse cominciare e nello stesso modo di tutti gli altri: con l’avversario che gridava agonizzante sotto lo sguardo attonito del pubblico, il quale non aveva mai visto un volto umano liquefarsi e gocciolare su un pavimento.
Natalia guardò altrove. Visto un viso sciolto li hai visti tutti.
Una volta che le urla furono cessate, i carpentieri cercarono di trascinare il corpo del loro ex-collega dal cerchio. Il suo cranio, completamente ripulito, si staccò e rimase per terra. In un attimo il Mercato reclamò lo spazio che questo piccolo spettacolo aveva occupato. Il terzo Corriere li raggiunse.
“Torres” semplicemente disse, piegando leggermente il cappello come saluto.
“Avesse” gli sorrise “Bel duello.”
Lui fece un versaccio e sputò per terra.
“Mo’ si può parlare d’affari!” esclamò Macario “Che ti serve allora? Una consegna?”
“Sì! Abbiamo una caccia vicino a Formia a…” estese un foglietto che gli aveva scritto Emmanuel “…queste coordinate. Ci servono i tagli buoni della carne e, a seconda di come va la caccia, la lisca completa.”
“Mh-mh” Vorria prese il foglietto, controllandole un istante “Bene, bene, nessun problema” disse gentile.
“Sì, facile facile ma… cosa ci offri, Torres?” chiese Macario.
Dal suo zaino estrasse tre sacchetti. Un panino alla porchetta per uno. Avesse lo arraffò come un bambino con delle caramelle, spacchettandolo e cominciando ad azzannarlo senza remore o eleganza.
“Oltre a questo, come al solito, potete tenervi gli occhi e… oh, la preda ha una vela, potete tenervela.”
“È per la signorina Meridiano?” chiese Vorria, speranzoso.
“Esatto, per la prossima pubblicazione.”
“Potresti aggiungerci… un pranzo con la signorina?” vide l’ombra del suo sorriso, un po’ imbarazzato.
“Ma certo! Le farebbe di sicuro piacere!” dichiarò Natalia, certa che il loro servizio era praticamente garantito.
“Allora va be-” Vorria fu interrotto da Macario.
“Io non sono ancora convinto!” tuonò.
“Senti, Macario, abbiamo l'occasione di fare fuori un pesce spada volante e lo potrete pure assaggiare. Di solito mi diverto a giocare a 'indovina il prezzo' con te, ma vorrei una risposta chiara e veloce stavolta!”
L'espressione di Macario cambiò, ma Natalia non se ne accorse. Non le veniva troppo difficile leggere le intenzioni negli occhi delle persone, ma come è possibile farlo se quelle intenzioni sono in un'altra lingua, celate negli occhi di un decapode?
“Un pesce spada volante?” il tono della voce di Vorria si era fatto vagamente più acuto.
“Quanto grande?” chiese Macario.
“Tre metri più o meno, senza contare il becco.”
Le antenne su cui gli occhi di Macario erano poggiati si rivolsero verso i suoi compagni. Da sotto i loro cappucci, sfere nerastre ricambiarono lo sguardo e poi si posarono su Natalia.
“Sai, Torres… da quant'è che siamo amici, dopotutto?” incominciò Macario.
“Siamo amici?” gli chiese sospettosa.
“Colleghi…” aggiunse Avesse.
“Compagni?” tentò Vorria.
“Non importa. Visto il tuo gran supporto alla causa, per stavolta accetteremo un pagamento da niente, piccolo piccolo.”
“Quanto piccolo?”
Le sue mani avvolte in guanti di guscio di granchio si mossero a più o meno un metro l'una dall'altra.
“Tanto così. Ecco l'accordo, pescatrice. Tu e il tuo amato ammazzate il mostro, senza…” cercò la parola in più di una lingua, incluso il napoletano, schioccando le dita ripetutamente e cercando aiuto dai suoi colleghi.
“Cassarriarlo troppo” Avesse gli venne in soccorso col siciliano.
“Esatto. Un lavoro pulito pulito, colpo alla testa e zac! Noi te lo portiamo al solito posto, ci fa pure piacere vedere la signorina, te lo puliamo pure e ti mettiamo da parte la lisca.”
“E il pagamento?” chiese loro.
“Ci prendiamo gli occhi, ovviamente, poi la vela e… guarda! Tu non te ne preoccupare, l’extra che ci prenderemo manco ti accorgerai che manca!”
“Non è nemmeno buono per la tavola” aggiunse Avesse.
Natalia incrociò le braccia all'altezza degli addominali, squadrandoli e pensando all'accordo.
“Oh! E ti faccio pure un bell'arpione col becco! Incisioni speciali, il tuo nome sopra e ci metto pure una piccola benedizione come aggiunta!” aggiunse Vorria, addolcendo l'accordo e dando un ultimo strattone alla canna. Natalia uscì dal suo stato meditativo.
“Affare fatto” strinse le mani a tutti e tre. La peggiore fu quella di Avesse, unta di cipolla e porchetta. Quest’ultimo estrasse dal suo mantello un piccolo razzo di segnalazione verde acqua, avvolto in motivi marittimi e simbologie a lei quasi completamente ignote. Lo mise nello zaino e si avviò verso l’Eredità Torres.
Emmanuel, al contrario della moglie, era cresciuto nel verde piuttosto che nel blu. Aveva sempre preferito la terraferma al mare. Quando stava al Mercato Nero non riusciva a scacciare il senso di nausea, neanche nei punti in cui c'erano dei veri muri a cui attaccare le tende e un pavimento che non galleggiava. Per questo motivo, ad ogni sua visita, trovava sempre rifugio presso i cavalieri marittimi della Maria-Beatrice.
Per quanto la configurazione del Mercato Nero del Pesce fosse, per usare un eufemismo, variabile, l’Organum Cybo-Malaspina sembrava essersi guadagnato un posto al suo interno che quasi si poteva definire fisso. Oscillava sempre nella stessa area, in prossimità delle passerelle tentacolari e del loro vascello più grande, la Maria-Beatrice.
La ragione dietro questa stabilità era la completa immobilità della suddetta, la quale, ornata col coloratissimo stemma ed eternamente attraccata, aveva a tutti gli effetti perso il titolo di nave, guadagnando al suo posto quello di base operativa. Se non fosse stato per l’orgoglio del Capitano Ferrandi, anche i fianchi lignei di quella fiera imbarcazione sarebbero divenuti molto in fretta ospiti per l’aggressiva propagazione di tendame che affliggeva ogni forma di stabilità rinvenibile al Mercato.
Anche se non si schiodavano da quel punto per mesi interi, ai cavalieri non mancava la materia con cui commerciare. La loro ostilità contro i nemici abissali era in competizione, per anzianità, solo con quella dell’Ordo Iani. Poiché quest’ultimo non aveva una presenza molto attiva al Mercato, l’Organum, chiamato da tutti “la Malaspina”, possedeva il maggior numero di nozioni nella caccia ai mostri marini, nonché una buona disposizione a condividerle dietro il giusto compenso.
Emmanuel, col permesso del capitano Damiano Ferrandi, salì a bordo del vascello. La prima volta che Natalia, incuriosita dall'alone di mistero che avvolgeva la Maria-Beatrice, gli chiese com'era la nave all'interno, la sua risposta fu: "È come una polverosa libreria galleggiante, ma decisamente più disordinata". Tanto bastò per estinguere l'interesse della sua amata.
Ogni scaffale, ogni tavolo, ogni superficie piana era stata adibita all'ospitare nozioni in forma di diari, resoconti, pergamene e scambi di missive. Non sempre quelle nozioni erano complete, utili o, nel peggiore dei casi, corrette. Di certo erano abbondanti. Era su questo che Emmanuel, come molti altri, puntava. In mezzo ai diari sgangherati di novizi sbarbatelli poteva manifestarsi un accurato resoconto di un capitano vetusto e navigato! Bastava avere la pazienza di cercare.
Il pagamento che fu richiesto dalla Malaspina fu il solito: gettare un occhio su alcune delle piantine medicinali che avevano tentato di crescere, fare un paio di visite mediche, togliere o mettere qualche punto.
Passò poi il resto della sua permanenza a scartabellare nella sezione "bestie marine minori". La peggiore per ottenere informazioni concrete. La migliore per farsi qualche risata, leggendo di comuni squali e calamari giganti camuffati da aberrazioni oceaniche. Tuttavia, determinato a non lasciare Maria-Beatrice senza informazioni, continuò a scavare senza sosta.
Miracolosamente trovò qualcosa di appropriato e simile alla loro Flamberga. Descritta come un'aberrazione del pesce spada, c'era una creatura che soleva attaccare piccole imbarcazioni del Tirreno. Le sue vittime venivano spinte fuori dalle loro imbarcazioni per poi essere uccise a fendenti nell'acqua.
"Decisamente la nostra Flamberga…" disse fra sé mentre prendeva appunti, continuando a leggere.
L'aberrazione, chiamata "Spada del Giocoliere" per i suoi movimenti aerei, tendeva ad attaccare in un'area per la durata di tre settimane per poi sparire. I suoi ruggiti incessanti…
"Ne annunciavano l'arrivo?" l'espressione del botanico si fece profondamente confusa. Appuntò la nozione, la quale veniva menzionata solo una volta in tutto il testo. Nient'altro nel breve resoconto sembrava degno di attenzione dato che a un certo punto finiva per virare sulle pene d'amore del giovane autore. Decise di accontentarsi. Si sollevò da uno degli innumerevoli sgabelli, salutò il barbuto Ferrandi e si ritirò verso l'eredità dei Torres.
La coppia si incontrò di nuovo sul pontile. Con un bacio si salutarono e una volta a bordo condivisero le informazioni accumulate e i dubbi rimasti. Assieme idearono un piano, semplice e diretto.
Emmanuel avrebbe tenuto d'occhio, dalla coffa, la Flamberga, tenendo la moglie informata di ogni movimento. Da quella prospettiva avrebbe fatto una fotografia o più di una alla bestia. Nel frattempo, Natalia, legata per la vita all'albero per non cadere, si sarebbe disposta al centro della nave, in attesa del suo attacco in volo e con il suo arpione intriso di veleno alla mano. Qualora non fosse riuscita a ucciderla in un singolo colpo, un taglio e una goccia del veleno di Emmanuel avrebbero mutilato la sua velocità di nuoto, rendendola una preda più facile.
Una volta ideato il piano, si prepararono per il ritorno a Roma. Come sempre il viaggio per tornare era molto più semplice di quello per andare. L'importante era appuntarsi le coordinate da cui si era partiti e il numero di occhi che si erano usati.
Varcarono ancora una volta il confine dove il porto diventa il mare aperto, ritrovandosi sotto un cielo limpido e assolato che si rispecchiava nel Tirreno. Partirono subito alla volta della loro preda e il dì successivo erano già in vista delle rovine della villa di Lucio Mamurra, pronti ai loro posti per la battaglia contro la Flamberga.
Non dovettero attendere più di mezzora per il suo arrivo. La sentirono entrambi.
Dall’alto della coffa, Emmanuel la vide avvicinarsi. Una pinna dorsale prominente fendeva la superfice del mare e un’ombra lunga più di tre metri si avvicinava come un siluro da sud ovest, tracciando una diagonale.
“Sud ovest! Cinquanta nodi!” urlò sporgendosi dalla coffa, tenendo la scatola Kodak sotto un braccio.
Natalia immediatamente voltò lo sguardo verso l’ombra nel mare. Quel frastuono non sembrava affatto un ruggito, ma decise di non prestarci attenzione. Durante la pesca i pensieri e le preoccupazioni non erano che distrazioni. Natalia si isolò da tutto, relegando quel suono a un sottofondo. Con gli occhi fissi sull’ombra in rapido avvicinamento e il respiro perfettamente regolato, brandì l’arpione a due mani, la punta intrisa di veleno, e si posizionò, schiena arcuata e gambe larghe. Un colpo soltanto, pulito pulito, e sarebbe finita.
La Flamberga si avvicinava, ora a meno di un minuto di distanza da loro. Emmanuel la teneva sott’occhio, ma non riusciva a togliersi dalla testa la domanda: ‘Cosa diavolo è questo rombo?’
Cinquanta secondi.
‘Non sembra affatto un ruggito. Non è continuo…’
Quaranta secondi. Vedeva la bestia sfrecciare attraverso l’acqua, straordinariamente idrodinamica.
‘Di tanto in tanto si fa più rumoroso, come uno scoppio…’
Trenta secondi. Ogni scoppio marchiava un movimento, sembrava sollevarsi di più ogni volta che ce n’era uno. La sua spada emergeva dalla superfice, fischiando mentre fendeva l’aria.
‘…di un motore’ la realizzazione lo investì e i suoi occhi si gonfiarono di terrore. Cominciò a scendere giù dalla coffa più veloce che poteva. Non aveva neanche la metà del tempo che pensavano di avere.
“Mon cœur!” urlò, anche se certo che lei non lo avrebbe sentito. Non in questo momento.
Dieci secondi.
Natalia attendeva, lo sguardo posato sulla Flamberga. Si avvicinava rapidamente e quel suono che continuava a crescere occupava la sua mente. Assieme ad esso immaginava il balzo della bestia verso di lei, il fendente che avrebbe sferrato. In risposta immaginava il suo di balzo, un contrattacco, un affondo sotto il becco per evitare il fendente. Ma poi, in un istante che si estese infinitamente nel tempo, se ne accorse.
Si rese conto, da quella prospettiva ravvicinata, di cos’era quel rombo. La Flamberga, sui suoi fianchi, pareva avere delle fessure, delle feritoie. Le vide un attimo, nascoste com’erano dalle pinne ventrali. Le vide mentre rilasciavano piccole esplosioni d’aria, simili a quelle che i cefalopodi usavano per propellersi. Più si avvicinava, più l’odore di olio bruciato sembrava rafforzarsi. Come i cetacei immagazzinavano l’olio, anche la Flamberga pareva farlo, utilizzandolo come un carburante.
Con uno scoppio più forte di tutti gli altri, la bestia si proiettò fuori dall’acqua ad una velocità straordinaria, torcendosi a mezz’aria per dare una sferzata diagonale contro il suo bersaglio. Bersaglio che ebbe solo un momento per rendersi conto che non avrebbe potuto schivare quell’attacco, più veloce di quanto aveva immaginato. Il tempo, presto, sarebbe ripreso a scorrere normalmente per Natalia. Un colpo soltanto…
“Mon cœur!”
Ma invece di una lama ossea ondulata, a colpirla fu l’interezza del corpo di Emmanuel, gettatosi in carica dal suo fianco destro. La placcò e schiantò sul pavimento con un tonfo. La lama li ferì entrambi, uno sulla spalla e l’altra sul braccio. Fortunatamente, dai loro corpi persero solo due generosi spruzzi di sangue e la scatola fotografica della Kodak. Non si accorsero del click-click, mentre la Flamberga volava sopra il ponte e si tuffava ancora una volta nell’acqua.
Quando Natalia si riprese dalla trance di battaglia, si vide sdraiata su un fianco dolorante, avvolta nelle braccia del suo amato. Entrambi esordirono rumorosamente.
“È come un motore!” si urlarono contro allo stesso momento, entusiasti della straordinaria realizzazione e del fatto che, salvo possibili allucinazioni o esperienze premorte, entrambi erano ancora vivi in quel momento!
“Va troppo veloce! Non posso colpirla così!” affermò la pescatrice, riafferrando il suo arpione, tenendosi con la schiena premuta contro il ponte per non farsi percepire dal mostro.
“E se ti colpisce con un fendente è finita! Ti serve uno scudo!” il volume delle voci di entrambi si era alzato senza che ce ne fosse realmente un bisogno, alimentato dall’adrenalina del momento, dalla foga della caccia.
“E dove lo prendiamo uno scudo ora?!” chiese con espressione confusa e scioccata.
“A quello ci penso io! Stai giù!” cominciò a sgattaiolare verso il piano inferiore mentre la Flamberga sferrava fendenti contro l’Eredità Torres.
“Ce l’ho!” gridò da sottocoperta. Riemerse di nuovo, brandendo in una mano il suo falcetto e nell’altra il largo coperchio di un’imponente pentola.
“Quello è lo scudo che mi salverà la vita?!” chiese rimettendosi in piedi, chinata in avanti.
“Resiste ai morsi dei finti barracuda!” glielo passò come un atleta olimpionico lancia un disco e Natalia lo afferrò con la stessa prestanza di un calciante fiorentino. In una mano brandiva il coperchio, nell’altra il suo vecchio arpione, al contempo un oplita e una pescatrice. Se lo sguardo della dea Atena, avversaria immortale di Poseidone, si fosse posato su Natalia Arsenault-Torres, avrebbe di certo visto la sua guerriera più agguerrita e coraggiosa. Nonché quella peggio equipaggiata.
“Emmanuel! La devi ferire tu!” gridò Natalia.
“Come?!”
“Perché hai preso il falcetto se non lo vuoi usare?!”
“Era per supporto morale!”
“Ora mi serve supporto militare! Avvelena il falcetto, dobbiamo rallentarla!”
Dalla sacca botanica estrasse il composto venefico di solanina e atropina, cospargendolo sulla lama del suo falcetto.
“Ora vieni qui e sdraiati sulla schiena! Davanti a me!”
“Ti sembra il momento di fare sch-”
“Emmanuel Arsenault, porta il tuo culo gallico sul ponte adesso, è un ordine!” urlò con la voce più bassa e roca che riusciva a incanalare attraverso le ondate di panico ed entusiasmo.
Nome, cognome e voce da capitano. Non poteva essere più seria come in questo momento. Emmanuel si avvicinò a carponi e si sdraiò sotto di lei come gli era stato ordinato.
“Ora… da lì sotto non ti vedrà e anche se ti vedrà, non potrà colpirti con un fendente! Quando ti dico vai, tu ti sporgi e dai un colpo direttamente sopra di te col falcetto! Chiaro?!”
“E tu che fai là sopra?! Ti colpirà!”
“Dobbiamo attirarlo in qualche modo! E poi ho lo scudo, so come pararlo! Fidati di me, mon cœur!” gli urlò dall’alto, sorridendo determinata, mordendosi le labbra mentre si guardava attorno
"So che puoi colpirlo…” gli sussurrò.
Emmanuel prese un profondo respiro, disegnando nella sua mente l’arco del suo fendente.
Lei credeva potesse farcela. E lui le credeva.
“Da sud-est!” urlò a gran voce. Di fretta si misero nelle rispettive posizioni: Natalia con lo scudo davanti a sé, l’arpione puntato verso la bestia; davanti a lei Emmanuel, sdraiato per terra, una mano serrata sul manico del falcetto. Entrambi entrarono in sincronia. L’uno aspettava il segnale dell’altra mentre il rombo della bestia si avvicinava sempre di più. Poi uno scoppio. La Flamberga si sollevò dall’acqua ancora una volta e il comando fu pronunciato.
Emmanuel si sporse appena e disegnò un arco nell’aria sopra di lui. La lama venefica del falcetto si connesse con la carne della Flamberga e a dimostrarlo fu un fiotto di sangue spruzzato sul ponte assieme all’acqua di mare.
Allo stesso tempo, Natalia sollevò lo scudo in alto e poi a destra. La bestia annunciava chiaramente la direzione del suo fendente, torcendosi nella direzione opposta per darsi un maggiore slancio. Con violento clangore, la lama colpì lo scudo e non la sua carne. La corda e i nodi la trattennero, ma l’impatto fu tale da schiantarla contro il pavimento. Seguì una bestemmia venefica quanto la belladonna e più partenopea di un piatto di pizza.
“Merda merda merda, puttana bastarda di una verdesca! Cazzo!” urlava Natalia, mordendosi le labbra e tenendosi la spalla, sdraiata sulla schiena.
“Mon cœur! Stai bene?!” gli si avvicinò subito carponi.
“Non riesco a muovere il braccio… Merda… ah! Non toccarlo, cazzo!” urlò contro Emmanuel, che lo stava già controllando.
“La spalla è lussata…”
“E non puoi rimettermela a posto?!”
“Non in queste condizioni!” la aiutò a tirarsi su. Mentre lo faceva, entrambi si accorsero dei movimenti insoliti sotto il pelo dell’acqua. Il veleno aveva sicuramente agito sulla Flamberga: si muoveva in maniera irregolare, ma anche se i suoi movimenti erano diventati di certo più lenti, erano agitati. Si mosse indietro. Poi si voltò di nuovo verso l’Eredità Torres, pronta per un’ultima carica.
“Sta… oh no… stiamo a terra, non ci può prendere lì!” disse Natalia… ma Emmanuel raccolse lo scudo e il suo falcetto.
“No, la peschiamo ora!”
“Sei impazzito?! Ho un braccio lussato! Com-”
“Fidati di me questa volta! È molto più lenta ora e i suoi movimenti sono imprecisi per la belladonna! Mettiti lontana da me, io la attirerò su di me con lo scudo! Quando è abbastanza vicina alla barca, carica verso di me con l'arpione! La prenderai!”
“È una follia!”
“Io ti ho raggiunto in tempo prima! Puoi farcela anche tu, ne sono sicuro!” dichiarò fiero, tenendo stretto lo scudo nella sinistra e il falcetto nella destra. Natalia lo guardò per un istante, intenzionato com’era a non schiodarsi e a tenere l’attenzione della Flamberga su di sé. Si fece indietro, l’arpione in resta e gli occhi puntati sulla vela dorsale che si stava avvicinando. Emmanuel stava facendo lo stesso. I loro sguardi si incontrarono per un istante e sorrisero entrambi.
La Flamberga Volante di Villa Mamurra sfrecciava verso la loro nave, gli scoppi divenuti irregolari e la sua traiettoria leggermente scomposta. Un nuovo avversario la attendeva, il suo avvelenatore, questa volta esposto e non nascosto. Un’ultima carica. Un ultimo balzo.
Emmanuel urlò il comando e questa volta il tempo rallentò per lui. Forse per dargli modo di considerare quanto la sua idea fosse stata figlia della fretta e non della pianificazione, come di solito era. Forse per fargli ammirare la Flamberga da vicino. Forse per fargli capire che, per quanto fosse stata rallentata, era comunque straordinariamente veloce. Tenne lo scudo alzato.
Non servì a molto.
In quell’istante, infatti, Natalia si schiantò contro la Flamberga come un fiume in piena, ruggendo come una furia e stroncando la sua traiettoria d'attacco. La punta affilata del suo arpione si fece strada facilmente nella sua testa e insieme piombarono sul ponte della nave con un tonfo brutale, l’una dolorante e l’altra morente.
Una volta estintasi la luce verde acqua del razzo di segnalazione, una barca dalle forme insolite si manifestò a fianco all’Eredità Torres. Una chiglia color catrame, affilata come una spada, portata da tre vele bluastre e da un apparecchio metallico dall’odore chimico. Vorria tirò giù il pontile e Macario salì a bordo assieme ai suoi compagni corrieri.
“Macario…” disse Natalia, ancora ammaccata e dolorante.
“Torres! Sei quasi tutta intera, ci fa assai piacere!” sorrise sfoggiando la dentatura metallica e affilata. Nonostante il tono fosse beffardo come al suo solito, non c’era un grammo di ironia dietro la sua affermazione. Era lieto di non aver perso due validi collaboratori.
“Ah… senti, Macario. Posso chiederti una cosa?” chiese Natalia, sostenuta dal marito.
“Anche due o tre, non c’è fretta” disse il colosso corazzato, mentre Vorria, alle sue spalle, aveva estratto uno splendido coltello d’osso dalla sua cintura da lavoro.
“Il pagamento per il trasporto…” indicò la Flamberga con l’arpione “…è il suo piccolo, vero?”
Come sempre, era difficile intuire l’espressività dei Corrieri. Il sollevarsi leggero delle antenne di Macario, tuttavia, era abbastanza per darle conferma, facendola sorridere.
“Da cosa l’hai capito?” le chiese. Il suono di una pancia che veniva tranciata seguì. Sul pontile videro Vorria che teneva stretta l’unica progenie vivente della Flamberga, destinata ad un bell’acquario provvisorio.
“Da un po’ di cose. Le dimensioni, prima di tutto. Hai cambiato atteggiamento quando ti ho detto che era grande tre metri. Di solito le femmine sono più grandi. Poi l’aggressività mi ha fatto pensare che difendesse delle uova. Non ero tanto distante, a quanto pare.”
“Le serviva un luogo sicuro per la gestazione…” aggiunse Emmanuel “…e le serviva nutrimento prima che potesse partorire senza morirne.”
“Ah, e poi hai fatto così con-” provò a sollevare entrambe le mani per fare il gesto di ‘tanto così’ di Macario “Ahia! Merda!” e dolorosamente si ricordò che il suo braccio era stato da poco reincastrato in posizione nella sua spalla.
Macario batté le mani assieme un paio di volte, un sorriso metallico che ora rifletteva la luce del sole.
“Che ci farete col piccolo?” chiese Natalia.
“Non te ne preoccupare, Torres. Tranquilla che non ce lo mangiamo.”
“Figurati, per te sarebbe come mangiarsi un’alice” gli disse ghignando.
Il Corriere esplose in una fragorosa risata, raggiungendo la Flamberga e caricandosela sulle spalle.
“Per l’arpione, invece?” chiese Vorria, sollevando il pontile.
“Per quello dovrai aspettare un paio di giorni…” sospirò Natalia, leggermente abbattuta.
“Se la giunta si accontenterà della foto da morto, allora avrai il tuo arpione, mon cœur” disse Emmanuel, accarezzando la spalla non offesa della pescatrice, premendo le labbra sulla sua fronte per rincuorarla. Entrambi guardarono l’orizzonte, sorridendo mentre la nave dei Corrieri si preparava a partire. Quasi all’unisono poi dissero…
“Merde! La foto da morto!”
“Merda! La foto da morto!”
“E ancora una volta, l’Eredità Torres fa ritorno! Portando in porto portentose prede pronte per la preparazione in piatti prelibati!” enunciava altezzoso Emmanuel, leggendo l’ultima lettera della direttrice Meridiano alla loro compagnia. Natalia scoppiò a ridere al fianco del marito.
“Non so come fate a scrivere queste sciocchezze e a farvi anche leggere” disse lei.
“È un po’ come scrivere le battute che fai tu di solito…” Emmanuel le sorrise, accarezzandole il viso e guardandola negli occhi “…ma più eleganti” aggiunse.
“Razza di…” con il braccio non fasciato lo colpì sulla pancia.
Risero assieme e posarono di nuovo gli occhi sulla porta della camera oscura. Dopo alcuni minuti, la videro aprirsi leggermente e uscire fuori il fotoamatore filiforme che aveva venduto loro la scatola fotografica. Le foto erano riposte in un vassoio, asciutte e pronte a vedere la luce del sole. Si misero a guardarle assieme una per volta, affascinati e lieti, mentre pensavano a quante cornici avrebbero comprato per ornare gli interni della loro feluca.
“Sai, non importa se non abbiamo quella foto…” disse Natalia, sorridendogli dolcemente “…queste mi piacciono di più.”
“Anche a me, mon cœur” la strinse forte a sé e passò alla foto successiva.
Entrambi si paralizzarono per una decina di secondi, gli occhi fissi su di uno scatto che era venuto a testa in giù. Un attimo dopo, il negozio del fotoamatore si riempì di rumore e di fotografie, le quali volteggiarono nell’aria come foglie d’autunno, cadendo come coriandoli.
Sull’edizione di fine Giugno, 1912, della rinomata guida culinaria “Antico Forno Vesuviano”, campeggiarono in prima pagina due straordinarie fotografie. In una, Natalia ed Emmanuel Arsenault, bendati e sorridenti, stavano abbracciati al fianco di un’imponente preda ittica, appesa a testa in giù da un uncino.
In un’altra ancora, invece, i due erano solo due forme indefinite che sparivano dall’inquadratura. Sopra di loro sfrecciava una magnifica bestia marina. Il suo becco era lungo e ondulato come una flamberga lanzichenecca. Le sue pinne ventrali erano dispiegate come le ali di un gabbiano e quella dorsale stava distesa come la vela di una giunca cinese. Infine i suoi occhi, minacciosi e accesi di furia, riflettevano la luce del sole.
Sotto alla testata, un titolo troneggiava orgoglioso.
Di Emmanuel e Natalia Arsenault