Ieri
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01/03/2020

Il mondo stava bruciando. Il dottor Alto Clef osservava gli incendi dalla relativa sicurezza del Sito-67. Il fuoco era nero e verde: qualche strana reazione chimica innescata da tredici anomalie che avevano fatto breccia nel contenimento. Gli incendi coprivano già tutta la metà occidentale dell’America del Nord. C’erano altri focolai nella tundra russa, in alcune città africane e nel deserto di Atacama, in Cile. Era una sorta di merdosa reazione a catena anomala.

Eppure, i piani d’emergenza della Fondazione stavano funzionando. La maggior parte dei notiziari era stata soppressa, il che era notevole. Alcune città erano state gassate di amnestici. Il contenimento completo era previsto entro due giorni. Il dottor Clef aveva sentito dire che il Comando O5 stava investendo un sacco di risorse all’improvviso per riparare SCP-2000. Alto non si aspettava che funzionasse: aveva condotto i tentativi di aggiustare il Deus ex Machina per dieci anni. Era comunque sorprendente che ci stessero provando; d’un tratto, la sua nuova assistente lo chiamò:

«O5-12 è venuto a trovarla» annunciò.

Al dottor Clef mancava la povera agente Adams. Era quasi tutto diverso da quando Andrea era morta, da quando la SSM Alfa-9 aveva fallito anni prima. Tutti i nuovi segretari che gli assegnavano non reggevano il confronto con lei.

«Digli di fottersi» disse il dottor Clef.

«Lo faccio entrare» rispose l’assistente.

D’accordo, forse lei era un po’ come l’agente Adams. Il dottor Clef aspettò, mentre guardava gli incendi divampare. Una parte di lui voleva essere là fuori, alla ricerca della verità, per fare qualcosa di utile. Ma, nel bene e nel male, quella parte di lui era stata soffocata quasi del tutto. O5-12 entrò; contro ogni aspettativa, era da solo. Il dottor Clef non si prese il disturbo di voltarsi per salutarlo:

«Allora, che diamine vuoi?»

«È così che ti rivolgi a tutti i Sovrintendenti?»

Quella non era la voce di O5-12. Alto si voltò e, quando riconobbe l’uomo davanti a lui, strinse gli occhi:

«Tu»

«Ah! Avevo detto agli altri che mi avresti riconosciuto, ma non mi hanno ascoltato. Soprattutto dopo la mia promozione»

Il dottor Clef grugnì:

«Capisco. Mi piacerebbe poter dire che è bello vederti»

Non lo era. O5-12 disse:

«Vado subito al punto: il Comando O5 ha un ultimo favore da chiederti»

Alto lo fissò, stupendosi di essere stupito:

«Cosa? Sul serio?»

«Dopo questo incarico, se vorrai andartene, sarai fuori. L’accordo era questo»

O5-12 si sporse in avanti, sfilò un foglio dalla sua tasca e lo porse al dottor Clef. Alto prese il documento e lo lesse: era una lista di nomi scritta a mano. Si sentì una stretta allo stomaco. O, perlomeno, gli piacque pensare di averla sentita.

«Col cazzo che lo faccio» dichiarò.

«Ma certo che lo farai. Non puoi prendermi per il culo, Alto. Sai che odio farti questo e che non te lo chiederei, se non fosse indispensabile»

Il dottor Clef sibilò in tono sprezzante:

«Vaffanculo. Anche tu non puoi prendere per il culo me, “O5-12”. Voi bastardi non lo fareste, se non fosse la Fine con la F maiuscola. Quindi non dirmi che potrò andarmene, dopo questo incarico. Questa è una lista della spesa di membri chiave del personale della Fondazione. Sappiamo entrambi cosa significa» affermò, sventolando il foglio avanti e indietro

«Non ci sono Sovrintendenti in quell’elenco. O meglio, non c’è quasi nessuno dei Sovrintendenti. Eh»

«Fanculo il Comando O5. E fanculo tu»

O5-12 fece una risatina mesta. Il dottor Clef rilesse la lista, osservando tutti i nomi. Uno degli ultimi lo lasciò perplesso.

«Mi sa che qui avete fatto confusione: Kondraki è morto da più di dieci anni. Gears gli ha sparato in testa»

O5-12 si limitò a sorridere.

«Oh, cazzo»


Certo, quelli erano membri chiave del personale della Fondazione, ma alcuni erano noiosi. Il primo bersaglio era il professor Anders Bjornsen. Era uno “specialista di psicologie anomale e anormalità societarie”. Aveva un livello di autorizzazione alto, ma non ci aveva fatto un granché, a parte lavorare su molte anomalie poco conosciute. Il professor Bjornsen era un uomo normalissimo, per essere un ricercatore di alto rango della Fondazione: apprezzato e stabile. Magari quel fatto bastava e avanzava per fare di lui un soggetto da assassinare. Il dottor Clef, contro la sua volontà, si ritrovò a chiedersi perché il Comando O5 voleva che si occupasse di quelle specifiche uccisioni. In quella lista c’erano quasi solo ricercatori di alto rango, ma nessuno di loro aveva la benché minima rilevanza. Era chiaro che quella lista era stata curata. Perché? Come? Perché metterci qualcuno come il professor Bjornsen?

Anders aveva un debole per i maglioni orrendi. Quella mattina, il professor Bjornsen fu trovato morto sul pavimento del suo alloggio, nel complesso residenziale del Sito-19. Era morto nel sonno, avvelenato dal monossido di carbonio, ma la sua stanza era piena di schizzi di sangue finto. I suoi maglioni erano appesi intorno a lui, come una tacita accusa: odiosi motivi natalizi, scritte fluo che facevano venire voglia di cavarsi gli occhi, abiti di cachemire dai ricami pessimi in abbondanza. E un biglietto:

HAI SUPERATO IL LIMITE, ANDERS.
QUESTO È UN AVVERTIMENTO PER TUTTI I CRIMINALI DELLA FONDAZIONE.
PENTITEVI O FARETE LA STESSA FINE.

Era ridicolo, ma si era trattato di una buona azione fin dall’inizio.


Il prossimo era il direttore Jean Karlyle Aktus. Il dottor Clef conosceva Karlyle da molto tempo, a distanza. Il direttore Aktus era famoso e famigerato per la sua lealtà al Comando O5. Ma non era abbastanza leale da evitare di finire su quella lista, a quanto pareva. Alto decise di andare più per il sottile, con lui: si sarebbe formato uno schema piuttosto in fretta, con tutte quelle morti di membri del personale di alto rango. Non c’era motivo di renderlo palese così presto.

Grazie al cielo, la soluzione fu semplice. Il direttore Aktus aveva la leucemia da anni, ormai aveva un piede nella fossa. Il Comando O5 gli forniva medicinali, ma si rifiutava di dargliene di troppo efficaci. Avrebbero potuto lasciar morire il direttore Aktus in ogni momento. E, siccome avevano affidato quel compito al dottor Clef, fu alquanto facile modificare la dose programmata e coprire l’operazione con un po’ di burocrazia. Il direttore Aktus morì quella sera.


Dopodiché, fu il turno della direttrice Kate McTiriss. In passato, era stata al centro di alcune controversie, cosa che Alto rispettava. Tempo addietro, la direttrice McTiriss aveva esercitato forti pressioni per far espandere i giornali tecnici della Fondazione; per farlo, si era servita di un certo livello di rigore e omologazione acquisito nella sua precedente carriera da coordinatrice di stampa dell’Unità Incidenti Insoliti.

Per agire prima che la sua copertura saltasse, il dottor Clef si mantenne sul semplice. Avvelenò il caffè della direttrice McTiriss e scrisse messaggi finti da parte dei suoi vecchi amici dell’UIU. Per gli investigatori non avrebbe avuto senso, ma lo scopo era proprio quello.


Il dottor Clef agiva in fretta. Doveva essere veloce, per mantenere la parvenza di angelo della morte abbastanza a lungo per arrivare in fondo alla lista. Non così veloce da essere negligente, ma c’era vicino. Zyn Kiryu fu uccisa dalle sue stesse farfalle, quando i suoi meccanismi di controllo costruiti con maestria smisero di funzionare all’unisono. Ralph Roget morì durante una breccia nel contenimento attribuita alla sua incompetenza. Avery Solace fu inghiottito da un’ombra. Rose Labelle ebbe un tragico incidente di programmazione. Quikngruvn Halifax ebbe un tragico incidente burocratico. Maria Jones morì di alcolismo. Chelsea Elliott fu consumata dal piccolo sole dentro di lei, quando le sue cure botaniche furono avvelenate. Simon Glass fu ucciso da un agente che affermava di stare bene, finché non ebbe una crisi. Django Bridge morì di solitudine o, perlomeno, quella fu l’ipotesi più sensata che tutti riuscirono a immaginare. Everett Mann fu condannato a morte facendosi convincere a occuparsi di uno dei suoi progetti da scienziato pazzo da solo: tecnicamente, si trattò di una dismissione. Fu banale, adesso che l’agente Lament non c’era più.

E dozzine di altri nomi. Morto, morta, morta, morto, morto; una piccola parte del dottor Clef si vergognava che fosse così facile. Si era preparato a quella strage, o a qualcosa di simile, per quasi tutta la vita. Persino Jack Bright si fece ammazzare con una facilità sorprendente: gli bastò gettare SCP-963 dritto nel sole. Alto si ritrovò a sperare che quel poveraccio potesse finalmente riposare in pace, poi si accorse che stava razionalizzando le sue azioni. Cercava di consolarsi per quello che stava facendo. Si stava rammollendo; aveva già ucciso prima, persino degli amici, quando diventava necessario. Ora stava facendo la stessa cosa, ma su una scala più ampia, giusto? Il dottor Clef controllò la lista, ormai sbarrata quasi del tutto; lesse il prossimo nome e fece una smorfia.

“Cazzo” pensò.


Il dottor Clef trovò il dottor Gears seduto con aria placida nel suo ufficio da direttore. Sulla scrivania accanto a lui, c’era una pistola. Alto esitò e Charles lo salutò:

«Salve, dottor Clef. Stamattina ho ricevuto un comunicato da O5-1»

«Ehilà, Charles» rispose Alto.

Il dottor Gears alzò una mano:

«Non c’è bisogno di spiegazioni. Sono stato informato della tua missione e capisco quanto è necessaria. Mi rendo conto che sei qui per occuparti della mia uccisione. I miei affari sono in ordine: ho fatto altrettanto col professor Crow. Avrei provveduto a suicidarmi, ma sono stato avvisato che l’incarico doveva essere svolto in maniera diretta o indiretta da te»

Il dottor Clef provò a dire qualcosa, ma non trovava le parole. Charles lo considerò un invito a proseguire:

«Inoltre, ho registrato un videomessaggio in cui spiego che faccio parte di un patto suicida che coinvolge uno o più altri dipendenti della Fondazione. Dovrebbe aiutarti a nascondere più a lungo la natura degli omicidi che stai commettendo. Se la mia storia viene creduta, i sospetti non cadranno su di te per un periodo di tempo esteso»

Alto continuava a tacere. Il dottor Gears aprì il cassetto della sua scrivania e tirò fuori un pacco sigillato:

«Inoltre, capisco che ti servirà aiuto per terminare i tuoi ultimi bersagli. In questo pacco troverai le coordinate dell’attuale posizione del dottor Kondraki»

Il dottor Clef indugiò a lungo, prima di tendere la mano e prendere il pacco. Il dottor Gears si alzò e gli mise in mano una fiala e una busta:

«Ho un’ultima richiesta: questa fiala è per Kain. Voleva che ti dicessi che questa è una tossina di sua produzione che gli garantirà una morte indolore. In questa busta, troverai un messaggio che ti ha lasciato per dirti addio»

«Non capisco»

«L’ho già mandato in coma farmacologico, su sua richiesta. Non voleva che dovessi vederlo, quando l’avresti terminato. Il suo corpo è in una cuccia chiusa a chiave e collegata a una flebo»

«Porca troia, Charles» mormorò Alto.

«Kain voleva che facessi qualcosa di simile per alleviare gli effetti emotivi che avrebbe avuto su di te, ma l’ho reputato incauto: desterebbe sospetti più immediati e comprometterebbe il mio tentativo di aiutarti a prendere tempo. Domando scusa, se ti mette più in difficoltà»

Il dottor Clef lesse il messaggio del professor Crow e resisté alla tentazione di asciugarsi gli occhi. Lo sguardo del dottor Gears era impassibile, come al solito. Alto scosse la testa e serrò le labbra:

«Addio, Charles. Eri il migliore di tutti noi. Ci vediamo dall’altra parte»

«Addio, dottor Clef. È stato un piacere»

E, nonostante la sua espressione e il suo tono di voce non fossero cambiati affatto, Alto si ritrovò a sperare con tutto se stesso che il dottor Gears fosse sincero, quando aveva detto che era stato un piacere. Il dottor Clef puntò la pistola e premé il grilletto.


La morte di Kain Pathos Crow fu serena e pacifica, proprio come aveva sempre voluto che fosse, e il dottor Clef lo sapeva. Non fece alcuna differenza.


Dopo Kain, fu il turno di Blaire Roth. Il dottor Clef lesse il suo nome e si sentì uno stronzo. Conosceva quella donna: era andato da lei più di una volta per chiederle aiuto. Blaire era a capo di molte squadre e aveva un’autorizzazione di alto livello. Ufficialmente, era solo una veterinaria della Fondazione, ma il suo lavoro si estendeva anche alla disinformazione; come la maggior parte di chi scriveva certificati di morte. Era il tipo di ricercatrice che si caricava lavoro sulle spalle di continuo, senza chiedere la riconoscenza di nessuno. Anche se finire sulla lista nera del Comando O5 era la cosa più vicina alla riconoscenza di quanto molte persone potessero sperare.

Il metodo per uccidere la dottoressa Roth fu ovvio. Alto si sentì malissimo, ma lo fece. Allestì la morte di Kain in modo che sembrasse che Blaire avesse scambiato un farmaco per un altro per sbaglio. In quel periodo, la ricercatrice Roth era già emotivamente compromessa dalle notizie di altre morti: era uno sbaglio credibile. La dottoressa Roth si impiccò nel suo alloggio, appendendosi a uno dei ventilatori da soffitto che avevano ancora nei complessi residenziali più vecchi. Fu lasciato un biglietto. Il dottor Clef lo scrisse meglio che poté: era il minimo che potesse fare.


All’inizio la lista era lunga quanto un braccio, adesso si era ridotta alla larghezza di un polso: mancavano solo tre nomi. La prossima era la disgraziata direttrice del Sito-19: Tilda Moose, l’ex strega della Mano del Serpente. Al dottor Clef non era mai fregato niente di lei, a dirla tutta. Le persone che sbraitavano che avrebbe dovuto essere contenuta come il resto dei suoi simili erano state intimidite e silenziate quasi tutte, ormai. Alto aveva le sue riserve nei confronti di Tilda; non perché era una maga (o un Tipo Blu, nel gergo della Coalizione), ma per via dei sostanziali difetti della sua personalità, combinati coi suoi poteri taumaturgici. Inoltre, ci si aspettava che “quello arrogante” fosse Alto.

Era comunque diventato apatico nei confronti di Tilda. Sbatterla fuori dalla sua posizione sarebbe stata una lotta inutile: quelli che erano riusciti a prendere quel tipo di decisione prima di lui, l’avevano presa prima ancora che il dottor Clef venisse a sapere che stava succedendo. Quando Alto arrivò al Sito-19, trovò la direttrice Moose barricata nel centro di controllo. C’era la sua faccia proiettata su uno schermo della sicurezza all’esterno, in attesa e in guardia. Il dottor Clef non parlò: sapeva che stare in silenzio l’avrebbe infastidita fino a spingerla ad agire per prima. Tilda era impaziente: beveva il vino nuovo, invece di aspettare che invecchiasse. Questa era una metafora: Alto non l’aveva mai vista bere alcolici. Era troppo paranoica, come certi direttori incentrati su loro stessi. Il silenzio ebbe la meglio in meno di quindici secondi:

«So perché sei qui» disse la direttrice Moose.

«Certo che lo sai» rispose il dottor Clef.

Tilda fece un sorriso forzato:

«Il mondo sta finendo»

Alto fece spallucce:

«Grazie, me n’ero accorto»

Lo sguardo della direttrice Moose cambio:

«Ho ancora amici potenti e influenti»

Il dottor Clef non le chiese chi, perché o dove. Si limitò ad aspettare che la trappola scattasse. Doveva esserci per forza una trappola: tutto ciò era troppo elaborato.

«Ti sei lasciato dietro una lunga scia di cadaveri, strada facendo. Adesso tocca a me?» chiese Tilda.

Dopo il dottor Gears, il professor Crow e la dottoressa Roth, Alto non se la sentì di stare al gioco previsto:

«Nego tutto, ma diciamo che hai ragione. Come pensi di fermarmi? Tu sei un Tipo Blu arrugginito, mentre io ho ammazzato trentasei Tipo Verde»

«I manipola-realtà sono sempre troppo sicuri di sé» ribatté Tilda.

Per la prima volta da giorni, il dottor Clef rise, il che gli diede una strana sensazione.

«Senti chi parla! Ho letto il tuo profilo psichiatrico»

In tutta onestà, non ne era stato poi così sicuro, prima di assistere alla sceneggiata dello schermo. Non si trattava solo del fatto che la direttrice Moose potesse vederlo: Tilda voleva a tutti i costi che lui potesse vedere lei. Era quel genere di stronzata in pieno stile Ernst Stavro Blofeld che solo una persona troppo sicura di sé poteva inventarsi.

«Forse, ma so la tua storia. Ho esaminato ogni riga dei tuoi documenti. E Dimitri mi ha detto tutto di te, prima che lo uccidessi»

Sentirla nominare l’agente Strelnikov fu come un pugno allo stomaco.

«Ehi! Vaffanculo! Dimitri era il mio amico e, soprattutto, non c’entro niente con la sua morte»

«È quello che avevano detto su Kondraki» gli rinfacciò Tilda.

«No, avevano detto che Kondraki si era suicidato. E anche in questo caso, sono innocente: l'ha ucciso Gears»

«Avevano detto anche questo»

Doveva ammettere che la storia della morte dell’agente Strelnikov sembrava una copertura: l’ennesima e generica violazione della sicurezza. Uno scontro a fuoco con le guardie. Dimitri colpito da un proiettile vagante e morto qualche giorno dopo. Una tragedia che si sarebbe potuta evitare con facilità. Ma era la verità, il che la rendeva ancora più dura. Se Tilda dava la colpa a lui per la morte dell’agente Strelnikov, Alto immaginò che anche altri lo ritenessero colpevole. L’idea non gli fece tanto piacere, il che non avrebbe dovuto avere importanza, dato ciò che stava facendo adesso. Invece importava.

«Vabbè» sbuffò il dottor Clef.

Si stava stancando di aspettare, il che significava che forse Tilda era più paziente di quanto credeva. Decise di provocarla:

«Se Dimitri ti ha parlato così tanto di me, dovresti sapere che farmi perdere tempo è una pessima idea. Vieni fuori o devo far esplodere l’entrata?»

La direttrice Moose sembrò rifletterci:

«Sai, quando facevo parte della Mano del Serpente, alcuni di voi avevano degli appellativi. Dottor Vacuo, Girovago eccetera. Immagino che possa indovinare chi siano. Hai mai sentito come soprannominavano te?»

Il dottor Clef sbadigliò, ma Tilda non si fermò e sorrise:

«Ti chiamavano “il Deicida”. Dunque, Deicida, vediamo come te la cavi con quello che la Mano del Serpente chiamava “il Labirinto del Dio”!»

Gli schermi della sicurezza si spensero. Le porte del centro di controllo si aprirono. Il dottor Clef imprecò, alla vista dell’oscurità semovente che iniziò a fuoriuscire. Batté in ritirata e si voltò per attivare i blocchi d’emergenza e impedire a quell’ombra di espandersi. Non conteneva stelle, pertanto non era lo spazio e, siccome poteva muoversi, i casi erano due: o era viva, o lo era quasi. Forse il fatto che quell’oscurità si stava espandendo stava per essere suggerito, ma la direttrice Moose le aveva dato un nome, il che diede al dottor Clef un barlume di sicurezza. Alto fece diversi respiri profondi per ossigenare il suo sangue, in caso non ci fosse aria, poi si buttò a capofitto nell’apertura. In fondo, era meglio farla finita.

Il dottor Clef fu subito travolto dalla percezione forzata che ci fossero delle dimensioni aggiuntive. Era ovunque e da nessuna parte, un tutt'uno con lo spazio e il tempo, ma ancora distinto e separato da essi. Era un dio e una manciata di polvere allo stesso tempo. La solita vecchia stronzata che lo faceva venire duro a Charles Dickens. I suoi vecchi innesti si accesero e gli dissero che era stato trasportato altrove. Erano stati più inutili di così in precedenza, ma non spesso. L’oscurità si disperse lentamente e il dottor Clef tornò a percepire bene l’ambiente che lo circondava. Davanti a lui si innalzavano muri di pietra rivolti ad angoli impossibili che Alto non fissò, muovendosi all’infinito verso un orizzonte fra dozzine che lo circondavano. Ogni volta che distoglieva lo sguardo da un sentiero per guardarne un altro, la sua percezione si alterava e i sentieri si riconfiguravano del tutto. Avrebbe potuto vagare in quel posto per sempre, senza fare un solo passo. Il dottor Clef sospirò: sarebbe stato irritante. Si concentrò e sentì lo sforzo dei suoi antichi innesti, alcuni inutilizzati da decenni. E tirò fuori il suo asso nella manica.

***

La direttrice Moose fissò gli speciali schermi della sicurezza del Sito-19.

«No! No!» esclamò, frustrata.

La sua guardia si avvicinò:

«Signora?»

Tilda sospirò, chinò lo sguardo e osservò le rune pitturate sulle sue unghie.

«Il gioco sta per farsi duro»

«Perché?»

«Quel figlio di troia ha un terzo occhio»

***

Il dottor Clef impiegò mezz’ora a uscire dal Labirinto del Dio e un’altra ora per farsi strada attraverso le difese del centro di controllo. I sistemi di sicurezza erano tutti ordinari, immodificati e inadatti a fermare qualcuno che aveva contribuito a progettarli. Alto sparò all’ultima guardia con uno sbuffo, prima di varcare la soglia del centro di osservazione. La direttrice Moose lo stava aspettando, con fare drammatico. Sempre drammatica, tutto era una prova, un confronto finale definitivo. Perché tutta quell’enfasi? Era solo un assassinio, dopotutto. Il dottor Clef si prese un attimo per ricaricare la sua rivoltella mentre lei stava ferma, senza staccarle gli occhi di dosso. Tilda sorrideva, ma era un sorriso finto.

«Sembri l'agente Lament» le disse.

Il sorriso di Tilda si spense:

«Grazie?»

«Non era un complimento»

Il dottor Clef indugiò e fece roteare il tamburo quando finì di ricaricare. Ecco: un gesto drammatico, solo per lei. Le fece la domanda che sapeva che Tilda voleva farsi rivolgere:

«Perché non scappi?»

La maschera della direttrice Moose cadde e apparve tutta la sua genuina inquietudine:

«Ho una domanda. Ho ricevuto il rapporto sul dottor Gears, mentre eri nel Labirinto del Dio. Un patto suicida della Fondazione? Non è proprio il tuo stile, ma sei stato tu. So che sei stato tu»

Il dottor Clef rimase in silenzio. Tilda aspettò invano una conferma, prima di sospirare:

«Se puoi uccidere Gears, puoi uccidere me. Potrei lottare, potrei farti male, ma perderei»

«Allora, qual è la tua domanda?» chiese Alto.

«Perché lo stai facendo?»

Alto fece una risatina amara. Una volta, l’agente Lament e la direttrice Moose erano stati amici.

«Non te l’ha detto?»

«Chi non mi ha detto cosa?»

Il dottor Clef non le rispose. Tilda chinò lo sguardo:

«Be’, immagino di essere più brava ad alienare le persone di quanto pensassi»

Alto fece spallucce:

«Ultime parole? Quelle erano piuttosto mediocri»

La direttrice Moose inclinò la testa, riuscendo a fare un’espressione superba per il momento:

«Qualunque siano i tuoi motivi, un giorno te ne pentirai» dichiarò.

Il dottor Clef, che iniziava a sentirsi stanco dopo quella breve ma intensa odissea, alzò gli occhi al cielo:

«Senza offesa, oggi ho dovuto uccidere tutti i miei amici. Ma tu? Dimenticherò di averti uccisa prima di cena»

Tilda sembrò davvero ferita da quelle parole. Certo che alcune persone erano davvero imbarazzanti. Il dottor Clef puntò la rivoltella e sparò alla direttrice Moose in mezzo agli occhi. Quando l’illusione si dissipò, Alto non fece neanche finta di essere stupito. Rinfoderò la pistola, tirò fuori la lista dalla tasca del suo camice da laboratorio e cercò una penna nella stanza. Al Sito-19 c’erano sempre state le penne migliori.

***

Fuori dal Sito-19, la direttrice Moose salì a bordo di una Honda vecchia e sporca. Aveva le unghie ustionate e la carne sotto di esse era piena di vesciche, ma sarebbe passato. Tilda confidava di non essere stata seguita, ma controllò comunque le trappole a filo magiche: non si sapeva mai. Niente: non c’era traccia di magia come minimo da tre settimane, a parte la sua. La direttrice Moose si concesse un sospiro di sollievo. Battere Alto Clef in astuzia era difficile, ma non impossibile.

Era un peccato che fosse andata a finire in quel modo. Quegli ultimi anni? Le cose non dovevano andare così. Non era quello il decorso previsto della linea temporale. In qualche punto lungo la linea, Tilda aveva incasinato ogni cosa; tutti loro avevano incasinato le cose, piano piano, in silenzio e senza possibilità di rimedio. Ma non aveva senso rimuginarci sopra. Era il momento di guidare verso il tramonto, fare un ultimo e disperato tentativo di fermare l’imminente fine del mondo e aggiustare la situazione, prima che Clef la rompesse una volta per tutte per conto del Comando O5. Ecco perché Tilda si era unita alla Fondazione: avrebbe fatto di tutto per impedire che la sua storia finisse così. La direttrice Moose alzò la mano, abbassando l’aletta parasole e prendendo la chiave di scorta, poi accese il motore. La vettura esplose all’istante e cominciò a bruciare.


Adesso mancavano solo due nomi. Dopo tutto quel casino, per Alto fu abbastanza facile raggiungere le coordinate che il dottor Gears gli aveva dato. L’area si trovava nel bel mezzo del nulla, nel fitto di una foresta. Proprio ciò che si aspettava da Kondraki. Il dottor Clef attraversò il perimetro a notte fonda. Kondraki viveva lì da anni: aveva avuto tutto il tempo per riempire la foresta di trappole piuttosto complesse. Quando il dottor Clef finì, il sole stava già iniziando a sorgere.

Le crepe nella realtà c’erano ancora, ma sembravano meno accennate: erano dei lampi nel cielo, niente di vicino. In cielo non c’era neanche una nuvola. Sembrava che il pianeta stesse trattenendo il respiro. C’era una radura nella foresta. Al centro della radura, si trovava una catapecchia. Non c’era alcun approccio facile, quindi Alto sospirò, imbracciò il suo fucile a pompa e uscì dal bosco. Per tutta la radura cominciò a rimbombare musica a tutto volume e una voce si mise a canticchiare:

«Stai camminando nel bosco, in giro non c'è nessuno e hai il telefono scarico. Di sfuggita vedi lui: Troy Lament» sussurrò.

Era la voce di Kondraki. Il dottor Clef si immobilizzò, incredulo. La musica continuò:

«Ti insegue, è dieci passi dietro di te. Si abbassa e corre a quattro zampe. Si avvicina: Troy Lament»

Il dottor Clef si sforzò di ignorare la musica per fare il punto della situazione: non c’era un’uscita sul retro della baracca. Non era nello stile di Kondraki. C’era un nascondiglio sotterraneo?

«Ti ha quasi preso, ha la faccia insanguinata. Oddio, c'è sangue ovunque!»

Il dottor Clef fece il giro della baracca con prudenza, tenendo pronto il fucile a pompa. Si stupì di avere un po’ di nausea.

«Scappi per sfuggire a Troy Lament; ha un coltello, Troy Lament; si nasconde, l'agente speciale dei miei coglioni Troy Lament; vive nei boschi, Troy Lament; uccide per diletto, Troy Lament; contiene tutti i corpi, il cannibale Troy Lament»

Il dottor Clef tornò davanti al fronte della baracca e scoprì che la porta era stata aperta mentre non vedeva. Rimase di sasso: Kondraki non c’era. Era stato avvisato, per giunta. La catapecchia era abbandonata, a parte la radio posta su un tavolo all’interno che trasmetteva la musica. La voce di Kondraki era registrata.

«Sogna la sua famiglia, Troy Lament; non sa il suo vero nome, Troy Lament; doveva spararsi come Iceberg; lavora troppo bene, Troy Lament; contenere anomalie lo fa venire duro, a Troy Lament; sale fino in cima, il direttore Lament; ma non è mai contento, lo zimbello della Fondazione indottrinato Troy Lament»

Poi il dottor Clef notò il fremito di un’ombra. Sospirò ed entrò nella baracca. L’ombra si mosse di scatto e Benjamin Kondraki uscì alla luce. Con un movimento fluido, sfilò il fucile a pompa dalle mani del dottor Clef. Kondraki urlò:

«Siediti, cazzo!»

Ma, appena si rese conto di chi aveva davanti, mormorò

«Non sei Lament»

«No»

Kondraki si avvicinò alla radio e spense la musica.

«Hanno mandato te? Non pensavo che ne avessero le palle. Credevo che sarebbe venuto Troy: è il miglior agente che ritengono sacrificabile»

Alto fece spallucce:

«Ti trovo bene, Konny»

Kondraki si accarezzò lo stomaco:

«Mi tengo in salute: vivo di caccia e raccolta e faccio un allenamento intensivo tutti i giorni. È importante per vivere in fuga. Bisogna stare sempre in forma»

Con sua grande sorpresa, il dottor Clef si sentiva un nodo alla gola.

«Eri morto. Gears ti ha sparato in testa. Il dottor Gears! Charles non sbaglia mai. Sono stato al tuo funerale, ho visto il corpo. Cazzo, ho imbottito la tua carcassa di piombo, Konny!»

«Lo so, ho sentito dire pure che hai mancato quasi tutti i colpi. È proprio da te. Stai cambiando argomento»

«Non so di cosa stai…»

«No, ti conosco, ti conosco bene. Non ti saresti fatto fregare da un trucco come questo, neanche in un milione di anni»

«E secondo te l'agente Lament ci sarebbe cascato?»

«Ovvio: non si sarebbe aspettato che fossi stupido. Psicologia inversa, capisci? Funziona sempre»

«Quindi il tuo piano era essere più stupido di Troy?»

«Sì»

Kondraki non sembrava trovare niente di strano in quella frase. Il dottor Clef era sconcertato:

«Ma non hai saputo essere più stupido di me. D’accordo»

«Perché mi hai lasciato prendere il tuo fucile?»

«Non te l’ho lasciato fare, mi sto solo arrugginendo con l’età» protestò Alto.

«Tu prevedi tutto, Alto. Lo sanno tutti. Anticipi la realtà come se fosse una storia da un libro. Sì, proprio così! Sai di cosa parlo: il tuo vero segreto. Me l’hai detto tu stesso. Non riesco a credere di aver pensato che fossi il Diavolo. Non punteresti mai così in basso»

Il dottor Clef fece spallucce e aspettò. Kondraki indicò le sedie al tavolo con la canna del fucile a pompa:

«Non vuoi dirmi niente? Va bene. Almeno siediti, prima che ti uccida»

I dottori Clef e Kondraki si misero a sedere. Alto commentò:

«Sei bravo a cantare. Ma quella canzone?»

«Rob Cantor, un meme di Internet. L'agente Lament l’avrebbe capita»

«E ti sei preso il disturbo di registrare tutte quelle strofe. Pure la musica»

«Ho avuto tempo per prepararmi. Avevo intenzione di caricare Troy di informazioni: ho pensato che sarebbe stata una bella mossa disorientarlo, per prima cosa. Poi gli avrei legato mani e piedi e l’avrei abbandonato qui, oppure avrei fatto esplodere la baracca con lui dentro. Non ho ancora deciso»

«Chi te l’ha detto?»

«Non mi hai detto niente, eppure pretendi che sputi il rospo? Non funziona così, Alto, lo sai»

«Ma hai ricevuto un avvertimento. E che cazzo, di questi tempi alla Fondazione ci sono fughe di notizie a non finire!»

Kondraki scoppiò a ridere:

«È la fine del mondo, Alto. Non te l’hanno detto? Non l’hai capito da tutti quegli squarci nella realtà? Come ti aspetti che la Fondazione la aggiusti, eh? Se potessero rimediare, l’avrebbero già fatto. No, questa è la fine. Anche per la Fondazione»

«Siamo usciti da situazioni peggiori» replicò il dottor.

Kondraki si sporse in avanti:

«Non questa volta. Tutto cade a pezzi, il centro non può reggere. Nel mondo si è scatenata l’anarchia pura. Sai come andrà a finire»

«Non ti facevo un appassionato di Yeats»

«E chi cazzo è Yeats?»

Il dottor Clef alzò gli occhi al cielo:

«È un poeta irlandese dei primi del ‘900 che…»

Kondraki scosse la testa e alzò una mano per zittirlo:

«Questa è la fine dei giochi, Alto! Ecco perché hanno deciso che devo morire. Anche se non mi uccidi, non cambierà niente. La fine del mondo significa che siamo tutti al capolinea. Io e te, non ci resta che stare a vedere chi muore per primo»

«Immagino che sarò io»

Kondraki si rimise comodo:

«Forse. Sai, non avevo intenzione di lasciare che quel bastardo di Troy mi uccidesse. Ma tu? È così che dovrebbero stare le cose. Questa sì che sarebbe una fine degna. Noi due, faccia a faccia»

Il dottor Clef aspettò in silenzio. Kondraki guardò fuori dalla porta.

«Ti sfido a un duello di pistole all’alba. Anzi, io con la pistola, tu col fucile a pompa: non sapresti colpire la fiancata di un granaio con una pistola. Che ne dici? Magari uno dei due si tirerà indietro, magari non lo farà nessuno dei due»

Kondraki si alzò e invitò Alto ad alzarsi dal tavolo. Uscirono dalla baracca. I due uomini guardarono il cielo in silenzio per qualche minuto. Le strane luci sfarfallavano, ancora lontane, ma adesso erano più vicine. Un bagliore fece capolino dall’orizzonte.

«Ma tu guarda, il sole sta sorgendo. È come se fosse destino» commentò Kondraki.

Tirò fuori una pistola dalla tasca interna della sua giacca e porse il fucile a pompa al dottor Clef per restituirglielo. Alto puntò l’arma e premé il grilletto non appena si impossessò del fucile, facendo esplodere il petto di Kondraki. Benjamin volò all’indietro come una bambola di pezza e la sua pistola schizzò via. Kondraki non si mosse più. Il dottor Clef si avvicinò al corpo e lo guardò in faccia. Puntò di nuovo il fucile a pompa, poi lo abbassò.

«Avresti dovuto ficcarmi un proiettile dritto nel cranio, Konny. Perché non mi hai…»

Il corpo si contorse: Kondraki si muoveva a scatti. Sembrava faticare a formulare le parole, ma alla fine riuscì a comporre una frase:

«Ho sempre saputo che ti importava»

Il dottor Clef si accucciò accanto al moribondo, ma si premurò di tenere il suo fucile a pompa ben stretto fra le mani: era empatico, mica scemo. Kondraki rantolava, tossendo e sputando sangue a ogni respiro:

«Quello che ci hanno resi? Avremmo potuto essere di più. Avremmo potuto avere delle vite vere. Avremmo potuto essere delle persone. Ma no, ci hanno rovinati. Ci hanno resi delle leggende, poi ci hanno buttati via, una volta che non siamo più serviti a quegli stronzi. Sai che quello che ci hanno fatto fare, quello che ti stanno facendo fare adesso, non basta. Non basterà mai»

Il dottor Clef rimase in silenzio. Kondraki fece un mezzo ghigno:

«Anche a me importava, Alto. Mi è sempre importato. Quindi c’è un’ultima cosa che dovresti sapere, prima che muoia»

Kondraki fissò il cielo, dove i fulmini lampeggiavano e crepitavano intorno a una crepa nella realtà, proiettando riflessi viola e verdi nei suoi occhi, mentre il suo sguardo si spegneva. Poi morì. Il dottor Clef rimase lì per molti minuti, dopo l’ultimo respiro del dottor Kondraki.

«Altrettanto, Konny» disse.

C’era una tanica di benzina nella baracca. Questa volta, bruciò il corpo.


Il mondo stava finendo per davvero. Mentre guidava verso SCP-2000, persino gli innesti del dottor Clef non riuscivano a processare metà di quello che vedeva. Se non fosse stato per le ancore della realtà costruite in quel camion sferragliante, Alto era sicuro di non poter percorrere più di sedici chilometri. Mancava meno di un chilometro e mezzo per arrivare alla struttura, quando vide qualcosa che stava succedendo all’interno del suo camion. Forse era il concetto della combustione che collassava. O che diventava qualcos’altro. Gli fece venire mal di testa, così Alto scese dal camion per proseguire a piedi. Col suo terzo occhio, Il dottor Clef vide un essere innominato che correva all’orizzonte: si stava avvicinando. Alto fu nauseato da un senso di déjà vu o déjà vécu. Una di quelle sensazioni.

“Hai già visto questa scena. Sta succedendo di nuovo”

Il dottor Clef non sapeva da dove veniva quel pensiero. Nella sua mente si alternavano mille teorie, tutte altrettanto plausibili in quel momento. Era solo la sua cupa immaginazione? Era un’eco preservata dalla sua schermatura sempre inaffidabile dalle alterazioni della realtà? Un pensiero dell’universo morente?

“Un dio senza nome. No, non è un dio: non è nulla che si possa capire così direttamente; ma come puoi chiamare una cosa del genere, se non un dio?”

Il dottor Clef scosse la testa, provando a scacciare quelle parole dalla sua mente. Era meglio non rimuginare su pensieri che potevano non essere i suoi.

“Ho attraversato il deserto su un dio senza nome”

Alto imprecò e scosse di nuovo la testa, lottando per sgombrare i pensieri, e spense uno dei suoi filtri di percezione per farlo. Poi cominciò a camminare. Dopo meno di cento metri, le cose tornarono a sembrargli reali. Non grazie a SCP-2000, ma a ciò che era nascosto sotto. Il dottor Clef non sapeva ancora di cosa si trattasse. Immaginò di stare per scoprirlo, anche se ormai non gli importava più di tanto di sapere. Alto scese lungo la torre. C’era solo un ultimo nome su quella lista.


Un breve ponte di sospensione conduceva all’isola al centro del piccolo mare. L’isola fluttuava a mezz’aria, sopra il mare, coronata da un gigantesco fiore lucente. I suoi petali semi-chiusi erano reticoli composti da raggi di luce iridescente. L’isola era un ammasso di terriccio scuro, con radici che sporgevano qua e là, come se fosse stata sfilata da un enorme vaso da fiori e posta con delicatezza a mezz’aria. I petali e le radici erano coperti da disegni scintillanti: splendenti e mutevoli nei petali, rossastri sulle radici. Erano parole scritte in un alfabeto che il dottor Clef non riconobbe. L’odore di terriccio umido pervadeva quel posto, come una primavera onnipresente.

Fermo davanti alla ringhiera, osservando il mare, c’era O5-12. No, non O5-12; Alto l’avrebbe chiamato per nome. O meglio, col nome che quell’uomo aveva adottato in passato: Troy Lament. Mentre il dottor Clef si avvicinava, l'agente Lament non si voltò. I suoi occhi stavano fissi sull’isola fluttuante, su quell’intricato intreccio di terra e radici.

«È un bello spettacolo, eh?» disse Troy.

«Non cercavate di aggiustare SCP-2000, stavate costruendo… qualunque sia quella cosa» affermò Alto.

l'agente Lament ridacchiò:

«Costruirla? No, quella cosa è più vecchia del nostro universo. Più vecchia dell’universo prima del nostro. Più vecchia dell’universo prima dell’universo prima del nostro; hai afferrato il concetto»

Il dottor Clef annuì.

«Che diavolo è?» domandò.

«Lo chiamiamo “il Fiore” ed è il nostro piano di riserva finale. Sai, uno di quelli da tenere segreti e tutto, solo che questo è vero. Gli operai vengono tutti amnestizzati appena escono da qui. Nessuno sa che esiste, tranne il Comando O5. Almeno in questa linea temporale. Hai capito cosa sono quelle?» chiese, indicando le radici pendenti.

«Una sorta di alfabeto, o un codice. È un manuale utente?» ragionò Alto.

«Accidenti, bella intuizione! Ma non proprio. Sono i requisiti di attivazione»

Il dottor Clef corrugò la fronte:

«Quali requisiti?»

Finalmente, l'agente Lament si voltò e guardò Alto negli occhi. Indicò la lista, che il dottor Clef stava stringendo in mano. Alto indugiò, alzando sempre di più le sopracciglia.

«Dev’essere uno scherzo»

«No»

Alto era incredulo e sconvolto:

«Uccidere tutte quelle persone era il “requisito di attivazione” per quella cosa? Che razza di misura salvavita richiede una serie di omicidi?»

«Cerca di non vederla in quel modo. Se ti aiuta, considerala una rimozione degli elementi pericolosi che potrebbero impedire l’attivazione. Almeno, questo è il modo in cui il vecchio O5-12 l’ha spiegato a me»

«In altre parole, un’enorme stronzata»

L'agente Lament tornò a guardare il fiore:

«È quello che ho detto. Il vecchio O5-12 mi ha riso in faccia e basta. Ciascuna di quelle radici e ognuno di quei petali ha una lista codificata di eventi che devono succedere e di persone che devono morire, prima che il Fiore si lasci usare da noi. I requisiti sembrano cambiare in ogni linea temporale. Non sono sempre morti, ma sempre qualcosa di…»

«Di?» lo sollecitò Alto.

Troy si strinse nelle spalle:

«Se ti fa stare meglio, abbiamo lasciato il personale della Fondazione per ultimo. Avremmo potuto incasinare tutto, ma speravamo di trovare un altro modo; uno qualsiasi»

Il dottor Clef prese tempo e cercò di prolungare la conversazione. Voleva quantomeno accertarsi o alleviare i rimorsi che tormentavano quel poco che era rimasto della sua coscienza.

«Un modo per fare cosa?»

L'agente Lament sospirò e lo fulminò con lo sguardo:

«Non fare domande di cui sai già la risposta. Brecce nel contenimento; nuove anomalie; conflitti, guerre, distruzione su scala continentale. Tutti quei manipola-realtà che hai ucciso? Non dirmi che non te ne sei accorto»

«Accorto di cosa?»

«Suvvia. Di solito, quanti manipola-realtà compaiono nel corso della storia? Un santo di qua, un mago di là…»

«Gesù!» mormorò Alto.

«Ci stavo arrivando»

«Non fa ridere»

Troy sghignazzò:

«Un po’ sì, dai»

«I manipola-realtà non significano che la realtà si sta sgretolando. La correlazione non è la causalità, non serve che te lo dica»

«Ma la realtà si sta davvero sgretolando, a prescindere. Si sta sgretolando da molto, moltissimo tempo. Per la maggior parte, non ci abbiamo niente a che fare. Quando i primi pezzi hanno cominciato a sbrogliarsi, li abbiamo ignorati; ma, una volta che ha progredito, il Comando O5 ha iniziato reclutandoti dall’Iniziativa. E adesso? L’arazzo si sta disfacendo. Le stelle si stanno spegnendo. Qualcos’altro sta arrivando»

Il dottor Clef era stanco, così maledettamente stanco.

«Uno scenario di fine della realtà di Classe-ZK. Pensavo che fosse solo una teoria»

L'agente Lament ridacchiò:

«No, non lo pensavi»

«È quello che sta succedendo. Come?»

Troy fece spallucce:

«Ha importanza?»

E aveva ragione: davvero, non ne aveva.

«Immagino che se dici che non ne ha… allora, questo Fiore aggiusterà la realtà?»

L'agente Lament scosse la testa, come per scusarsi. Ma era troppo tardi per chiedere scusa e Alto lo sapeva.

«No, non si può aggiustare la realtà. Non possiamo più fermare ciò che è in arrivo. O meglio, non in questa linea temporale. Ciò che è in arrivo è già qui. L’hai visto, vero? All’orizzonte? È il lupo alle porte. Qualcuno era solito chiamarlo “la luna nera venuta ululando”. L’hai sentito, vero? Io sì. Lo sento da un bel pezzo»

Il dottor Clef alzò gli occhi al cielo:

«Vieni al dunque, stronzo melodrammatico»

L'agente Lament scoppiò a ridere; la sua risata era davvero genuina, prima che calasse un lungo silenzio. Dopodiché, Troy spiegò:

«Ci arrendiamo: riavvieremo la realtà. Riavvolgeremo la linea temporale: sarà come se niente fosse mai successo»

«Quante volte?» chiese Alto.

«Cosa intendi?»

«Lo sai benissimo, cazzo! Quante volte è stato già fatto finora? Quante linee temporali?»

L'agente Lament si mise le mani nelle tasche e fece un respiro profondo:

«Non lo so. Neanche i nostri archivisti lo sanno. Abbiamo decifrato solo tracce di alcune linee temporali passate. Oltre a quelle, so che non siamo i primi a usare il Fiore. A tal proposito, sapevi che stava già succedendo, vero? Eh, immagino che la schermatura parziale dalle alterazioni della realtà sia un’inculata. Forse riceverai dei ricordi da questa vita, in qualche punto della tua prossima incarnazione»

«Vaffanculo, Troy» disse Alto.

L'agente Lament scoppiò ancora a ridere. Il dottor Clef scosse la testa:

«No, dico sul serio: vaffanculo. Ho appena ucciso tutte le persone che conoscevo e a cui volevo bene, mentre il mondo finiva intorno a me. Per quanto ne so, per quanto tutti voi ne sapete davvero, potrei averlo fatto per la diecimillesima cazzo di volta. Dovrei essere furioso, dovrei essere deluso, ma no: sono solo stanco. Ne ho avuto davvero abbastanza. Ti credevo migliore di così. Eri uno di noi! Sapevi come ci si sente a stare nella stanza col mostro, sapendo che forse non c’è via d’uscita. E adesso, alla fine, scopro che agisci di pari passo col resto del Comando O5 per “il bene comune”, almeno credo. L’ennesimo burattinaio di merda che strattona i fili. Non mi fido mai di nessuno, ma mi fidavo di te. E per cosa?»

L'agente Lament rimase in silenzio e ascoltò. Sembrava che si aspettasse quella sfuriata e il fatto che sapeva di essere una delusione aiutò il dottor Clef a sfogarsi in parte. Alto sentiva che quella vecchia amarezza familiare aveva un sapore nuovo.

«Avresti dovuto aggiustare le cose, Troy. Avresti dovuto aggiustarle»

«Scusa, Alto. Per quello che vale, ci ho provato» rispose l'agente Lament.

Il dottor Clef guardò oltre le spalle di Troy e osservò il fiore alieno.

«E se mi rifiuto? Che succede se faccio esplodere questo fiore e non faccio ripartire l’universo?» chiese.

L'agente Lament allargò le braccia:

«L’esistenza finisce e basta. Che ne pensi? So che fa schifo, ma questa è la chiamata alla ribalta, Alto. Se ci fosse una via d’uscita, credimi, la starei prendendo. Ma adesso c’è solo una cosa da fare»

«Vale a dire?»

L'agente Lament tornò a guardare il Fiore, con gli occhi umidi, poi sfoderò la pistola dalla sua fondina ascellare e la porse al dottor Clef.

«L’ultimo nome sulla lista. Se non ti spiace, gradirei che non sparassi alla faccia»

Il dottor Clef prese la pistola dalla mano di Troy. Controllò il caricatore per verificare che ci fosse almeno un colpo. L'agente Lament lo fissava, in silenziosa attesa. Alto appoggiò la canna della pistola al petto di Troy.

«Se fossi un tipo di bastardo, ti sparerei nei coglioni. Se fossi un altro tipo di bastardo, ti sparerei in faccia. Ma ora sono proprio stanco. Crepa»

L'agente Lament non trattenne più le lacrime e si lasciò sfuggire un’ultima risata, prima di ritrovarsi con un buco nel cuore e cadere all’indietro con un tonfo.


Il dottor Clef si avvicinò al Fiore, mentre leggeva le istruzioni finali sulla lista. Non c’erano più nomi, solo un fiore alla fine del mondo. Quando Alto fu quasi arrivato, notò un biglietto per terra, tenuto fermo da un sasso. Il dottor Clef prese il biglietto e lo lesse: il messaggio era scritto a mano, con la calligrafia dell'agente Lament.

Ciao, Alto. Ho mentito: c’è un altro nome sulla lista. Scusa.

Il dottor Clef sentì dei passi alle sue spalle. Si voltò e il biglietto si trasformò in schiuma fra le sue dita, bloccandolo sul posto. Si ritrovò con le braccia e le gambe avvolte da qualcosa di duro e freddo. Chinò lo sguardo e vide delle catene d’argento, animate in modo sovrannaturale. Davanti a lui c’era una donna che teneva in mano una strana arma da fuoco; Alto la riconobbe come un acceleratore di particelle, un prototipo che non sapeva che avessero finito. Nell’altra mano, la donna teneva SCP-668. Il dottor Clef si sentì una fitta allo stomaco, fissando la donna:

«Dannazione! Che il diavolo mi porti! Avrei dovuto saperlo: non eri nella lista»

«Sono stati sbadati. Salve, dottor Clef! Mi chiamo Sophia Light. Hai appena ucciso il mio ex fidanzato. Preparati a morire»

Alto strattonò le catene d’argento:

«Apprezzo la citazione, ma sappiamo entrambi cosa fa quel coltello. Non ti sembra di esagerare?»

La dottoressa Light ridacchiò:

«Per te? A malapena»

Il dottor Clef sogghignò e disse:

«Cazzo, è perfetto: l’ultima ragazza uccide sempre il mostro sul finale»

«Questo è vero» rispose la dottoressa Light.

«La maggior parte delle volte» aggiunse Alto, accigliato.

La dottoressa Light annuì:

«La maggior parte delle volte»

Il dottor Clef indugiò per un attimo. La sua mente passò in rassegna contromisure, opportunità di fuga e seconde occasioni, poi le scartò una alla volta. Alto aprì la bocca per dire qualcosa. Cercò le parole giuste. “Di’ a tutti che mi dispiace” era insensato quanto “chiedi a tutti di perdonarmi”. In fondo, la maggior parte di loro non sarebbe ancora nata, nel momento della linea temporale in cui l’universo avrebbe potuto riavviarsi. Alla fine, decise di essere egoista:

«La prossima volta, reclutatemi con più calma. Non lasciatemi affezionare a tutti, se dovrò svolgere questa missione di nuovo»

La dottoressa Light annuì ancora:

«Capisco»


L’ex e la futura O5-2 entrò nel fiore alla fine del mondo e, dopo essersi voltata indietro un’ultima volta, spense la luce dell’universo e chiuse la porta. E poi il sole si spense.

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