Finchè Morte Non ci Separi
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Lei non lo sentì. Non all'inizio.

A quest'ora della notte i laboratori erano deserti. L'intero Sito-120 era praticamente vuoto: corridoi bui e silenziosi, uffici chiusi, apparati sperimentali ridotti a camere oscure. Non c'erano anomalie contenute nel Sito, quindi le uniche persone rimaste nel complesso erano un paio di agenti di sicurezza e una ricercatrice di sessantatré anni rannicchiata su un banco pieno di appunti e libri di testo con una sola lampada da tavolo che schiariva la travolgente oscurità del laboratorio.

Era sempre stata dedita al suo lavoro, dicevano i suoi colleghi. Non c'era nessuno che l'aspettava a casa. Lavorava per la Fondazione da molti anni, molte notti anche ad oltranza, proprio come questa, assorta nei calcoli e nelle correlazioni sparpagliate di fronte a lei. E così non sentì il rumore, non dal principio.

Un lieve sibilo crepitante proveniva dall'angolo più lontano del laboratorio, un suono simile a foglie bagnate sul fuoco. Come sussurri appena udibili provenienti da una gola secca. Fu solo quando sentì l'odore -debole ma intriso di marciume- che distolse l'attenzione dal suo lavoro, si voltò e notò il rumore.

La ricercatrice scese dallo sgabello del laboratorio, la familiare rigidità dei fianchi era un ricordo sgradito delle ore e degli anni passati nel laboratorio. Assorta si rimise gli occhiali e scrutò la stanza buia. Il rumore era ancora lì. Un paio di secondi di ascolto non le permisero comunque di capire che cosa fosse. Aveva fatto solo quattro passi quando la lampada dietro di lei si spense.

Inghiottita dall'oscurità, si immobilizzò. Il rumore era sparito. Il suo respiro era diventato rapido e flebile e la costrinse a inspirare profondamente due volte prima di estrarre il telefono per accenderne la torcia. Dopo un momento di esitazione, si voltò verso il banco da lavoro per vedere cosa fosse successo alla lampada.

Al passaggio della luce della torcia notò subito che c'era qualcosa di diverso tra le sue scartoffie. Qualcosa di estraneo. Scuro. Bagnato. Insanguinato. La sua mente ci arrivò: era un rene umano, completo di uretere e un groviglio di vasi sanguigni. Brillava illuminato dalla torcia, una macchia cremisi bagnava la carta sottostante. La sua gola si restrinse.

Il rumore ricominciò. Era più intenso, in qualche modo. Umido. Si guardò alle spalle indecisa. Il suo cervello era spento, reagiva senza pensare - sarebbe potuto accadere di tutto dopo la ricomparsa di quel rumore inspiegabile, come questo organo mutilato di fronte a lei. Retare qui o andare là? Quasi prima di rendersene conto, stava già camminando con cautela attraverso la stanza buia verso la fonte del suono.

La torcia illuminava la parete posteriore del laboratorio e un angolo dietro lo spettrometro di massa. Una macchia nera si era diffusa sulla parete, la vernice e l'intonaco gorgogliavano e si sfaldavano lentamente. Lo sfrigolio era più forte e l'aria era satura di una puzza nauseante di marciume. Avvicinandosi vide che la superficie del muro si era ammorbidita, cedendo a causa di rigonfiamenti umidicci. Esitò.

La mano uscì dal muro più velocemente del previsto. Le sue dita erano larghe e grigie, ricoperte di muco nero e le afferrarono l'avambraccio. Immediatamente il suo camice da laboratorio iniziò a sciogliersi e mentre liberava il braccio dalla presa, la manica si strappò disintegrandosi. Le dita cercarono di afferrarla di nuovo e lei inciampò facendo cadere il telefono. La torcia illuminava la figura dal basso mentre questa si faceva strada attraverso il muro sfregiato e molle.

Sembrava un vecchio decrepito e in putrefazione. Era nudo, la sua pelle era liscia e lucente come la pece. La sua carne era avvizzita e in decomposizione, gli mancavano alcune dita e aveva i piedi deformi. Un grosso ventre sporgeva da sotto un torace minuto, aveva le braccia spalancate come per salutarla. Sopra una gola malridotta, vide una bocca larga contratta in un sorriso inquietante e gli occhi - oddio, quegli occhi. La cosa che stava emergendo dal muro davanti a lei sembrava un uomo, ma i suoi occhi erano grigi e piatti come quelli di uno squalo.

La ricercatrice fece altri due passi indietro cercando qualcosa dietro di sè, qualcosa di solido da poter afferrare. Il respiro le si bloccò in gola. Il vecchio rimase immobile, facendo gocciolare la melma nera sul pavimento mentre le piastrelle cominciavano a liquefarsi sotto di lui. Il suo telefono affondò nel pavimento; la torcia si spense. Nell'oscurità, corse.

Stava ansimando quando raggiunse le porte del laboratorio, era dovuto alla sua età, al peso extra e ad ogni allenamento rimandato. Dopo essersi voltata per chiudere le porte alle sue spalle vide quella figura orribile camminare liberamente per la stanza. Qualcosa riguardo la sua impassibilità la innervosì profondamente. Si forzò a continuare a correre lungo il corridoio chiamando la guardia notturna, sperando che si trovasse nelle vicinanze.

"Frank! Frank!"

Dopo la seconda curva, lo vide, a metà strada dalla stazione di guardia, con la pistola in mano.

"Cosa c'è che non va?" Frank le corse incontro e lei si fermò per ripendere fiato, vedeva a chiazze.

"Frank, grazie a Dio. È…" Il petto era pesante e non riusciva quasi a parlare. Come poteva descrivere ciò che aveva appena visto?

"Rallenta, ok. Prenditi un secondo per…" Frank si ammutolì e lei alzò lo sguardo. Stava guardando in fondo al corridoio buio. Sapeva ciò che aveva visto.

Il vecchio stava camminando verso di loro, lasciando delle macchie viscide dietro di sè. Quando Frank accese la torcia, i suoi occhi vuoti brillarono con eccitazione. Si trovava a sei metri da loro.

"Ehi! Basta, adesso!" Gridò Frank. "Ti sparo!"

Il cadavere ghignante continuava ad avanzare. Quattro metri. Tre.

Frank sparò tre colpi. Due lo colpirono al petto.

Il vecchio si fermò, accartocciandosi pian piano. La ricercatrice sospirò. Il cadavere scintillante affondò nel pavimento, inghiottito dalla melma che aveva generato. Lei si sentì male per lo shock.

"Che cazzo era?" Frank si avviò verso il pavimento annerito, ma lei gli prese la manica.

"Aspetta! È- penso che sia una specie di acido." La sua voce era sommessa, la sua gola era secca. "Dobbiamo chiamare qualcuno."

Frank tirò fuori la radio, ma si fermò con il pollice sopra il pulsante. "Non fino a quando non saprò che cosa segnalare."

All'improvviso non voleva che si allontanasse, nemmeno di un metro. "Per favore" disse, tagliando la strada Frank, "non c'è niente del genere nel database, non c'è niente! Abbiamo bisogno di una MTF."

"Hey, non dirmi come fare il mio lavoro." disse Frank, sembrando infastidito. "Innanzitutto, devo-"

"No!" Lei gli afferrò le maniche. "Frank, conosco varie anomalie dimensionali e questa è una di esse. L'ho visto uscire da un muro!"

Frank cercò di scrollarsela di dosso, ma spinse troppo forte. Cadde goffamente e sentì un intenso dolore alla caviglia. Le lacrime le salirono agli occhi e Frank si pentì all'istante.

"Oh dio, mi dispiace. Non intendevo-"

Venne interrotto da una goccia di muco nero che cadde sulla sua radio provocando un ronzio. Frank la lasciò cadere come se fosse stato punto e guardò verso l'alto. La goccia successiva atterrò nel suo occhio destro.

La ricercatrice gattonò all'indietro mentre Frank urlava stringendosi la faccia. Poteva sentire il sibilo mentre l'acido fondeva la sua cavità oculare dall'interno. Vide quella faccia ghignante emergere poi dalla macchia scura sul soffitto ed il vecchio si lasciò cadere sulla schiena di Frank. Una mano affondò nei muscoli della sua spalla come se fosse pasta, l'urlo di Frank divenne un ruggito. Mentre sbatteva contro il muro del corridoio, vide l'altra mano affondare nella sua gola e lacerarla, il grido si interruppe bruscamente. Frank iniziò a cadere dentro il muro mentre il liquido scuro lo inghiottiva. L'ultima cosa che la ricercatrice vide furono quegli occhi che la fissavano mentre affondavano di nuovo nell'oscurità. Occhi vuoti, ma che in qualche modo la sfidavano.

Il suo cuore batteva forte e poteva sentire il sapore dell' acido. Cercò di alzarsi, ma le girava la testa e le pulsava la caviglia. Doveva correre. Doveva correre: ogni secondo che sprecava rendeva la sua morte più probabile. Mentre si alzava con l'aiuto di un armadietto cercò di riflettere. Guardava con alternanza prima la radio rovinata e i lividi sul muro e sul pavimento. Correre. Dove? Ufficio di guardia. L'allarme.

Si costrinse ad avanzare, ansimando per colpa del dolore al piede. I suoi polmoni bruciavano. Ogni ombra nel corridoio semi-illuminato appariva come una minaccia. Non mancava molto. Non guardare dietro. Ogni passo era una sfida: cercava di muoversi più velocemente per evitare che la gamba si piegasse. Lo slancio era l'unica cosa che la manteneva eretta. Girò l'ultimo angolo e vide la stazione di guardia in fondo al corridoio. Sembrava vuoto. Poteva farcela. Con un grugnito dovuto allo sforzo decise di fare una corsa finale, percorse gli ultimi metri e aprì violentemente le porte della stazione di guardia.

Il suo primo passo la fece sprofondare in una massa schiumosa che prima sarebbe stata il pavimento. Cadde ed anche le sue mani furono catturate, la sua pelle bruciava mentre venivano risucchiate in profondità. Alzò gli occhi e riuscì a vedere la console con il pulsante dell'allarme, era appena fuori dalla sua portata. Gemette per l' intenso dolore. Fu l'ultimo suono che emise prima che il mondo fosse consumato dall' oscurità.

Non era morta. Era immersa in un lago di pece, ma in qualche modo la ricercatrice poteva ancora respirare e poteva ancora pensare. Stava ancora cadendo? Non ne era sicura. Non sentiva più nulla, la pelle non le faceva più male, anche se le pulsava ancora alla caviglia. Rimase lì sospesa per alcuni minuti, incerta del passare del tempo e di che cosa significasse tutto ciò. Dopodichè l'oscurità diminuì, si offuscò e si risolse in un pavimento piastrellato.

La luce grigia le rivelò una stanza che non riconosceva, ma che le risultava in qualche modo familiare. Polvere, foglie secche e frammenti di metallo erano sparsi sul pavimento ed una delle pareti era piegata su se stessa. Si avvicinò alla porta e vide un corridoio fatiscente, muffa e ruggine coprivano il soffitto ed il pavimento rendendoli contorti come un serpente. Non c'erano luci, ma la sala era illuminata da un bagliore grigio-verde, come un'aurora malata che ondeggiava lentamente su ogni superficie.

Aveva ragione: era un'anomalia dimensionale. Probabilmente controllata da quella cosa. La ricercatrice era disperata. Probabilmente "la cosa" aveva creato questo posto o aveva vissuto qui per anni e quindi ne conosceva ogni centimetro. Ma visto che ci era entrata, significava che c'era anche una via d'uscita. Doveva solo continuare a muoversi e l'avrebbe trovata.

Zoppicò nel corridoio aggrappandosi ai mobili crollati e pulendosi la polvere di gesso dalle mani. La familiarità del luogo le inondò i pensieri, ma cercò di ignorarli. Continua ad andare avanti. Cerca un'uscita. Non pensare a cosa potrebbe esserci dietro di te. Non pensare a Frank. Non pensare a quel sorriso, quegli occhi.

Un ronzio metallico si fece più forte e si rese conto che era lì da quando era arrivata in questo posto. Provò a muoversi più velocemente. Una folata di vento fetido le soffiò addosso. Il suo cuore batteva di nuovo rapidamente. Questo posto era familiare, ma come? Doveva fermarsi solo per un momento. Afferrò la maniglia di una porta ed il sollievo la inondò quando si aprì.

Entrò nel suo vecchio appartamento e si girò confusa. Questo era impossibile. Il disordine nei corridoi era sparito, tutto era al posto giusto. Ma nulla di tutto ciò era possibile: aveva lasciato questo appartamento 20 anni fa e l'edificio era stato demolito.

La ricercatrice sfrecciò attraverso la stanza, dimenticando la necessità di riposo. C'era tutto ciò che possedeva: i suoi libri, i suoi mobili. La finestra mostrava la stessa vista, una giornata incongruentemente luminosa. Come? Corse in camera da letto, il letto era fatto, tutto ben riposto. Aprì l'armadio e i cadaveri le caddero addosso.

Era una montagna di arti e organi in decomposizione, inerti e lisci. Scivolarono verso di lei a causa del peso della pila riversando sangue. Vomitò a causa dell'odore intenso e disgustoso della putrescenza, agitandosi selvaggiamente per liberarsi. Una mano gonfia le graffiò la gamba cadendo e si accorse di qualcosa di scivoloso e molle al di sotto dei suoi piedi mentre si alzava.

Questo assemblaggio avrà richiesto dozzine di corpi, pensò, continuando a vomitare. Mentre questo continuava a crollare, rivelò un volto che conosceva. Frank. C'era un buco profondo dove avrebbe dovuto esserci l'occhio e il collo era aperto, della gelatina nera gocciolava dalla sua carne. Gli occhi ispezionarono i lineamenti del suo corpo e notarono una delle sue gambe piegata irregolarmente verso l'alto con l'osso esposto nel punto in cui gli era stato strappato il piede. Stava cercando di trattenere un urlo quando sentì un movimento provenire dal retro dell'armadio.

Senza pensare, corse. Dietro di lei sentì i suoni di arti rattrappiti uscire dal muro corroso. Si precipitò verso la porta del suo appartamento, la caviglia strillava. Sentì il vecchio entrare nella stanza, solo pochi passi dietro di lei. Il ronzio metallico la circondò mentre riemergeva.

Scaglionò il corridoio, la realizzazione la sopraffece. Questo non era un vecchio ospedale o una scuola. Il suo appartamento le aveva dato la risposta. Era contorto e corrotto, ma era il Sito-120. Non pensò al perché. Ciò che importava ora era che conosceva una possibile via d'uscita.

Fece una svolta a sinistra, scivolando sul pavimento bagnato e sbattendo la testa sulla parete opposta. Le orecchie fischiavano. I passi dietro di lei erano più forti, più vicini. Si trascinò in avanti, il suo respiro era ridotto a un piagnucolio causato dal dolore al piede. Un altro corridoio e sarebbe dovuta arrivare di nuovo all'ufficio di guardia. Sperava con tutta sè stessa che i paralleli dimensionali reggessero. I passi si avvicinavano. Poteva sentire il gocciolio di icore.

La sua visione si oscurò. Il corridoio fatiscente ricomparse di fronte a lei. Una mano le strinse la schiena, il camice da laboratorio si smembrò. L'ufficio di guardia era poco più avanti. Era esausta. Non ce la fece. Il pavimento sotto di lei cominciò a ribollire.

Con un grido, si schiantò di nuovo contro le porte dell'ufficio di guardia attraversando a fatica la pozza oleosa dietro le porte e affiorando nel vero Sito-120. Il mostro era ancora dietro di lei. Cadde violentemente sulla console e sbatté la mano sull'allarme. Varie sirene si attivarono e la luce di emergenza lampeggiò. Si voltò, spingendosi il più possibile nell'angolo della stanza, ma il vecchio era già fermo lì in mezzo. Stava fissando la luce.

Udì un nuovo rumore, come un ringhio profondo. All'improvviso si rese conto che il soggetto davanti a lei aveva un grumo di carne insanguinata e sfilacciata nella gola. Era la gola di Frank, se ne rese conto ed il suo stomaco si chiuse del tutto. Guardò di nuovo il vecchio osservando attentamente la sua carcassa deforme, rattoppata e sfregiata.

Il vecchio era ancora trafitto dalla luce. Il suo ringhio aumentò di intensità. "Rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrosso."

La sua bocca si seccò.

La cosa la guardò con i suoi occhi morti. "Aaaaanna", disse come sospirando. "Anna."

Lei non emise alcun suono. La sua mente urlava.

Il vecchio fece un passo verso di lei. Poi ne fece un altro.

Cinque anni, undici mesi, ventuno giorni. E altri venticinque anni dopo questi. Cadere a pezzi, ricostruirsi, ricostruire il suo mondo. Per lei.

Sollevò la mano sinistra. Potè vedere il segno lasciato dall'anello.

Non poteva muoversi. Non riusciva a respirare. Non riusciva a pensare.

Il vecchio allungò la mano verso di lei, accarezzandole teneramente la guancia. La sua pelle si increspò e si sciolse, la carne le colava sul viso. Avvicinò la sua bocca ghignante alla sua e la baciò. I suoi denti diventarono cera calda, si fondevano e si corrodevano.

Urlò. Il vecchio la baciò più intensamente, la sua lingua grigia e gonfia sciolse la sua e le riempì la gola di muscoli fusi e gelatina caustica. L'ultima cosa che sentì fu il peso dei loro corpi mentre affondavano assieme nel pavimento, bloccati nel loro ultimo abbraccio passionale.

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