Indimenticabile, Ecco Cosa Sei
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“El, è finita.”

Lyn Marness ha più di novant’anni, ma non sta bene ritto in piedi da più di dieci. Era una torre, da giovane, alto due metri e con il fisico di un pugile; quasi nessuno era in grado di guardarlo dritto negli occhi, o comunque non di farlo e dirgli “No”. La malattia lo ha divorato piano piano, negli anni. Si sente come se vivesse in fondo ad una vasca, con tutti quelli che lo incontrano incapace di aiutarlo a causa delle mura scivolose e impossibili da scalare tutte intorno a lui. Ha passato i suoi ultimi mesi rannicchiato in un letto come un ragno morente, assumendo prima del tempo il colore di un cadavere. Sarebbe anche stato sopportabile se avesse perso anche il senno, e invece aveva pieno ricordo di chi e cosa era: un leader, una stella di energia. Era in grado di alterare il corso di terribili eventi per il meglio, per la giustizia. Proteggeva le persone.

“El. Ora puoi svegliarti.”

Ma c’è un caldo vento che soffia fra i suoi sottili capelli bianchi, e la luce diretta del sole lo prende in pieno, il calore che lo riempe come un tonico. È all’aperto, ora: è passato sin troppo tempo dall’ultima volta che c’è stato. Apre gli occhi e vede un lago, quello nel nord-ovest che aveva tutto per sé ogni estate. È su una barca, la sua barca, sdraiato su un lenzuolo sul ponte; qualche chilometro dietro di loro c’è una piccola casetta sul lago, vuota.

È perfetto. Non sapeva di avere ancora la forza necessaria per poter lasciare l’ospedale, e sicuramente non di allontanarsene tanto. Ma se avesse dovuto scegliere un ultimo momento, pensandoci bene, probabilmente questa sarebbe stata la sua scelta.

“Ti ricordi di me?”

Marness osserva con occhi che diventano sempre più forti: la donna che gli sta parlando è seduta sul ponte vicino a lui, con lo sguardo attento. Ha una grossa scatola di plastica piena di medicinali davanti, con una giacchetta leggera per terra dietro di essa, e ha le maniche arrotolate per lavorare meglio. Mentre lui la guarda, lei si sbarazza con attenzione di una siringa.

Una memoria sfocata comincia a tornare a galla, a prendere lentamente forma. La donna ora è vecchia il doppio di quando la conosceva, e visibilmente il doppio sicura di sé. È difficile dimenticarsela. Lui le aveva insegnato tutto quello che – beh, tutto quello che sapeva al tempo. Si ricordava di lei quando era un agente sul campo, di averla mandata all’Inferno, una manciata di volte. “Marion.”

“El”, spiega la donna a bassa voce, “sei morto. Morto circondato da una famiglia in lacrime. Ti amavano molto, e ti hanno pianto profondamente. Il funerale con il corpo finto è fra qualche giorno, ma purtroppo non potrai vederlo tu stesso. Sei morto, ora, e questo è quello che succederà ora.”

“Marion. Hutchinson.” Marness sente come dell’oro nelle vene, che si diffonde nel suo corpo e nelle sue ossa, un fluido miracoloso.

Si chiama Wheeler ora, ma lei non lo corregge. “El, quando sei uscito dalla Fondazione abbiamo fatto quello che facciamo a tutti quando se ne vanno, quello a cui tutti noi abbiamo acconsentito quando ci siamo arruolati: ti abbiamo dato una medicina per farti dimenticare. Quando per l’ultima volta sei uscito dalla porta, tutto il lavoro che hai fatto per noi – ottimo lavoro, che ha salvato innumerevoli vite – è evaporato, e la tua storia di copertura che avevi vissuto per tutti quegli anni è diventata la tua nuova realtà. È per questo che hai passato tutta la tua pensione credendo di essere un ex capo settore all’FBI: era quello che volevi, quello che volevamo, quello per cui hai firmato.

“Ma tu, tu solo, hai dato il consenso anche per qualcos’altro. E ora dovresti ricordare cosa fosse, quest’altra cosa. Ti ho iniettato un siero che fa fare un’improvvisa marcia indietro al processo umano d’invecchiamento, in tutti i sensi: organi, tessuti, memorie. Presto te lo ricorderai. Ricordi?”

“Sì”, gracchia Marness, le memorie che gli ritornano, seppur opache.

“Hai acconsentito a lavorare ancora dodici ore finali per noi. Hai chiesto per una pensione piena e felice… ma ora, per l’ultimo giorno, lavori di nuovo per noi, per un lavoro particolare. È tutto scritto qui, vedi? Riconosci la tua firma, e la mia? Sono stata la tua testimone.”

“Sì.”

“Ricordi chi sei?”

“Dottor Lyn Patrick Marness, della Fondazione”, dice. “Fondatore della Divisione Antimemetica.”

Wheeler sorride, sollevata: è bello rivederlo.

“Abbiamo bisogno di alcune tue memorie”, gli spiega lei. “Memorie che nessun altro al mondo può accedere, e che sono sepolte così in fondo da non poterle estrarre senza ucciderti. Così, questo pomeriggio, è questo quel che faremo: estrarremo quelle memorie, e quando avremo finito sarai morto.”

Marness aveva già cominciato a ricordare il tempo in cui lui stesso aveva messo in moto tutto ciò. Ricorda vividamente di aver scoperto il mistero all’interno della sua mente, i punti vuoti che non poteva spiegare e ai quali non poteva accedere in sicurezza con alcuna tecnica fisica o chimica. Si ricorda di aver rimandato la soluzione del mistero ad ora.”

“Cosa è successo nel 1976?” gli chiede Wheeler.

*

Marness si mette seduto. La sua pelle comincia a tornare forte, la respirazione migliora.

Sente come se la sue mente sia spaccata in due da un buco nero, i suoi occhi che mettono a fuoco momenti diversi nel tempo: il suo occhio destro vede il lago e la barca su cui si trova; quello sinistro vede un collage familiare ed elettrizzante di visi e luoghi del passato. Bart Hughes con quel suo sorrisetto e gli spessi occhiali su una faccia da neonato, come un bambino travestito da ricercatore della Fondazione; l’equipe originale del Sito 48, tecnici strabilianti ma pessimi giocatori di softball; una giovane Marion con nervi d’acciaio e la mente come un laser; divise e camici da laboratorio e agenti delle SSM. E un sacco di documenti in carta, un’ondata di numeri seriali.

Comincia a parlare.

Il 1976 è l’anno in cui fondò la divisione. Era venuto su con l’idea insieme a pochi altri in quella leggendaria settimana, capendone la scienza di base e distillando i primi mnestici chimici con l’aiuto di un trio scelto appositamente di tre assistenti, i primi ricercatori di Antimemetica. Fino ad allora nessuno aveva mai osservato un SCP antimemetico, era un completo sparo nel buio, eppure l’operazione diede subito risultati eccellenti: buchi neri passivi di informazione, infovori predatori attivi, vermi immemorabili che coprono la pelle umana come acari… brutte notizie contagiose, segreti auto-sigillanti, omicidi viventi.

Wheeler si domanda se ci sia qualcosa che sia andato storto con il processo e abbia interferito con la testa di Marness: la sua versione degli eventi è fin troppo romantica. Per esperienza personale, Wheeler non aveva mai visto nessuno che rivive il proprio lavoro alla Fondazione con gioia.

“Ma era stato tutto troppo veloce”, dice Marness. “Le procedure speciali di contenimento richiedono tempo per essere ben articolate, molto più tempo di quello che ci stavo mettendo io. La Fondazione, come somma di tutte le sue divisioni, acquisisce circa una dozzina di SCP all’anno; io ne scoprii tanti in un solo anno, quasi da solo. Era troppo facile, come se già sapessi tutto, e stessi solo rimettendomi al passo.

“E poi… un giorno mi venne in mente che non ricordavo la mia vita prima della fondazione di Antimemetica. Sapevo di essere stato un impiegato della Fondazione da decenni, e che era grazie a quello che avevo avuto l’autorizzazione di fondare la mia personale divisione, ma null’altro. C’era un muro nella mia mente che nemmeno gli mnestici potevano aiutarmi a superare. Sono andato negli archivi cartacei per controllare il file su me stesso, e…”

Il suo pensiero si interrompe. Non perché si è dimenticato cosa dire ora, è un atto deliberato: questa interruzione di pensiero era esattamente quello che era accaduto.

“Ti svegliasti alla tua scrivania metà giornata dopo, senza ricordare nulla”, dice Wheeler. “Hai rifatto tutto il giro una dozzina di volte prima che qualcuno si rendesse conto di cosa ti stava succedendo e rompesse il ciclo.”

Wheeler sa già tutto questo: quei documenti esistono ancora, così come l’effetto antimemetico che ne preclude la lettura della seconda parte. Tutto questo non sarebbe necessario se quella seconda parte si potesse leggere.

Marness continua: “Quando misi insieme le prove che avevo trovato, fu chiaro che c’era… beh, un buco, come una cornice senza un dipinto. L’unica cosa che potevo fare era guardare alla forma di quel buco e, insieme a Bart Hughes e altri, formai una teoria.

“Questa non è la prima Divisione di Antimemetica. Prima del 1976, ce n’era un’altra. Io ero parte di quella divisione, e forse ne ero a capo. Sicuramente, ne sono l’unico sopravvissuto: qualcosa dev’essere successo a quel tema, una qualche forza antimemetica che ha masticato e ingoiato l’idea stessa di una Divisione Antimemetica. Io me l’ero scampata con la mia vita, pur perdendo i ricordi; il resto di quelle persone, chiunque e quanti che fossero, sono spariti senza lasciare traccia.”

Wheeler annuisce: “Queste sono le cose che già sappiamo. Io ero lì quando scrivesti quella nota, ricordi? La domanda ci è nota, è la risposta che non siamo in grado di scoprire senza ucciderti, la risposta che abbiamo aspettato tutti questi anni per chiederti. Sono qui per domandarti: Cosa. È. Successo?

Marness si copre l’occhio destro e contrae il viso, nello sforzo di ricordare. Nulla. “Non c’è. Non mi hai mandato abbastanza indietro, c’è ancora quel muro nella mia testa. Ricordo che esiste una domanda e perché, ma non ricordo la risposta. Ho bisogno di un altro colpo.”

Wheeler gli disinfetta il braccio e gli da altri dieci anni.1

*

Marness sembra un altro uomo una volta che la seconda dose di X fa effetto: le rughe che si ritraggono dal suo viso, la massa muscolare che torna ai suoi arti. Wheeler ci mette un secondo a capirne la ragione: lo ha fatto tornare a prima di diventare un agente da ufficio, quando era ancora un agente sul campo. Marness era arrivato ad un periodo precedente il suo ruolo di amministratore senior – un’era in cui risolveva la maggior parte dei problemi dicendo le parole giuste – fino al tempo in cui restava vivo tramite la prestanza fisica, l’allerta situazionale e anni di esperienza pratica.

Marness si rimette in piedi, la prima volta da anni. Si guarda intorno, esaminando il calmo lago dorato, il cielo, e la barca stessa. Non si risiede. Si stira la veste da ospedale con le mani, desiderando una felpa e, separatamente, un kit da pesca. Si passa una mano sui suoi nuovi vecchi capelli. Ha di nuovo le tempie brizzolate.

“All’inizio non facevamo parte della Fondazione”, dice. “La prima Divisione Antimemetica era un progetto dell’esercito degli Stati Uniti, tenuto in parallelo al progetto Manhattan durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci chiamavamo gli Impensabili.”

“Iniziò tutto come esperimento in propaganda avanzata: l’obiettivo era quello di tagliare il conflitto armato e arrivare ad attaccare direttamente la macchina ideologica, obliterare l’idea stessa di Nazismo. Dopo due anni, avevamo abbastanza teoria per le mani che la questione era diventata un problema di ingegneria. Altri due anni e anche il problema ingegneristico era stato risolto con la costruzione di un tipo di bomba molto speciale.”

“Sfortunatamente, non capivamo appieno quello che avevamo costruito. Al tempo non avevamo gli mnestici, né alcun tipo di protezione; non avevamo capito quanto in là bisogna pensare quando si lavora con questo tipo di tecnologia.”

“Entrammo in un loop, una cosa da manuale: costruimmo la bomba impensabile, provammo a farla detonare… e funzionò perfettamente. La bomba distrusse sé stessa, cancellando ogni traccia della propria detonazione e obliterando ogni conoscenza che era andata a costruirla. Ci dimenticammo di aver mai costruito una bomba, e ricominciammo da capo.”

“A nostro credito, bisogna dire che ci accorgemmo di quello che era dovuto essere accaduto abbastanza velocemente: a quel punto c’era un vuoto di quattro anni nella nostra ricerca, e nessun altro modo di spiegarlo. Nel tempo che ci volle per rimettere insieme i pezzi per la seconda volta, però, la guerra era ormai quasi finita. I Nazisti erano stati sconfitti con mezzi convenzionali, e i Giapponesi erano stati piegati con i bombardamenti nucleari. Così completammo la seconda bomba antimemetica e, dopo di ciò, ci siamo seduti a non fare altro.”

Marion Wheeler resta in silenzio per un lungo momento.

“L’esercito degli Stati Uniti”, comincia con una voce dubbiosa, “era già all’opera sulla costruzione di armamento antimemetico sin dagli anni ‘40.”

“Oh sì, lo eravamo”, dice Marness, con più di una punta di orgoglio.

“Ovviamente non c’è nessuno al mondo che può provarlo, ora.”

“Già”, dice Marness con un sorriso che non compariva da decenni. “Hai solo la mia parola come prova. Carino, eh? Ad ogni modo, è per questo che mi hai riportato in vita, o no? Per ascoltare un’ultima grandiosa storia di guerra. Dio, come mi è mancato parlare da spaccone.”

“Ti ho resuscitato per avere la risposta ad una domanda molto specifica”, dice Wheeler. “Anche se immagino che, in un certo senso, mi hai già risposto. È stata la bomba, non è così? La vecchia Divisione Antimemetica—”

“—gli Impensabili—”

“—si sono bombardati da soli. In qualche modo.”

“Esatto”, dice Marness.

“Dal contesto”, continua Wheeler, “immagino che sapessero cosa stavano facendo, all’epoca. Che non fosse stato un incidente.”

“Infatti, non lo è stato”, dice Marness.

*

La parte della mente di Marness che guarda al passato è ancorata ora negli anni ‘70, e così la Vera Storia dei Nuovi Impensabili Originali è per lui come un libro aperto, da cui legge:

“Finita la guerra, la seconda bomba rimase immobile per anni a prender polvere; cominciammo anche a delineare dei progetti migliorati per una terza bomba, ma più o meno allora venne a mancare una sovraintendenza al progetto. Avevamo completato la nostra ricerca, e con essa i nostri obiettivi: il nostro compito si era esaurito. I fondi per il progetto cominciarono a scemare, senza alcun preavviso. Non era chiaro se i nostri superiori si ricordassero chi fossimo e cosa facessimo, o in effetti se ricordassero che esistevamo. Era un effetto collaterale della ricerca che stavamo svolgendo, ovviamente, effetto che al tempo non avevamo modo di tenere a bada.”

“A Ojai, in California, nel 1951, divenne noto un certo culto. Era… era profondamente sbagliato, tutto quello che lo riguardava non avrebbe dovuto esistere. Fu una questione di giorni prima che divenisse un fenomeno nazionale, e continuava a crescere, era su tutti i notiziari e i giornali; se si fosse propagato tanto nell’arco di mesi sarebbe anche stato credibile, ma non in giorni, non era possibile. Noi del team capimmo che la filosofia costitutiva del culto era contagiosa, in modo innaturale: era l’opposto di impensabile, era indimenticabile. Sapevamo che era proprio per cose simili che avevamo progettato la bomba, quindi chiedemmo ai nostri superiori di darci delle istruzioni a riguardo. Non arrivò mai alcun ordine.”

“All’inizio dell’epidemia eravamo un laboratorio sotto il controllo dell’Esercito degli Stati Uniti; otto giorni dopo, la Fondazione ci ‘assunse’: tutte le ricerche classificate, tutte le risorse, e tutto il personale consenziente, me incluso. A tutti quelli che non vollero vennero cancellati i ricordi dell’accaduto e vennero rispediti nell’Esercito. Appena venti ore dopo questo passaggio, usammo la bomba, e il culto sparì: nessuno lo ricordava, nessuno ricordava di averne fatto parte, zero perdita di vite umane. Una detonazione perfetta.”

“Fu da quel momento che le cose cominciarono davvero a prendere piede. Lavorando con la Fondazione, il passo delle ricerche aumentò vertiginosamente: ogni minuto sviluppo tecnologico comportava la scoperta di nuovi SCP prima nascosti. Passai poi gli esami per diventare agente sul campo e andai in giro a catturare fantasmi: la mia vita era diventata come su Ai Confini della Realtà. Ora—”

Marness sbatte ripetutamente le palpebre; si copre prima un occhio, poi l’altro.

“Ora mi ricordo un sacco di persone”, dice. “È come se avessi la memoria in stereo: catturammo quasi ogni SCP antimemetico due volte, una nel ‘76 e di nuovo una volta nella Fondazione. Ricordo due log d’acquisizione per ognuno di essi; ricordo due team di Antimemetica ma non riesco a discernere chi facesse parte di quale. Ricordi Goldie Yarrow, il neurologo? Studiava i meccanismi della perdita accelerata anormalmente della memoria… ci scrisse un’intera libreria a riguardo, in effetti…”

Wheeler non lo ricorda.

“Il Dr. Ojobiru? Julie Still?”

“El, è importante: sei arrivato nel posto giusto nella tua linea temporale per ricordare cosa è successo?”

Marness si concentra, e scopre di esserlo. Qualcosa cambia nei suoi occhi, mentre smette di provare a ricordare. Ora parla più lentamente, la voce ridotta quasi ad un sussurro:

“Esiste un SCP che la tua divisione non ha mai visto. Quello che la mia divisione non fu in grado di contenere. Il fuggitivo. È questo che volevi, vero, Marion?”

“Sì”, dice lei. “Sono queste le informazioni per cui ti sto uccidendo.” Lascia del silenzio in cui, se ci fosse qualcosa di cui scusarsi, si sarebbe scusata.

Marness la fissa negli occhi. “Si stava mangiando viva la mia divisione, ci arrivò addosso così veloce e violento che l’unica cosa che potemmo fare per fermarlo era di auto-distruggerci. Ma non avevamo una bomba nucleare in situ e, a ripensarci ora, mi pare ovvio che è perché la bomba fu la prima cosa che consumò.”

“Se sai che esiste, lui sa che esisti. Più cose sai al riguardo, più cose lui sa su di te. Se lo puoi vedere, lui può vedere te. E tu lo puoi vedere. Lo stai fissando da tutto il pomeriggio.”

Wheeler è improvvisamente allarmata ed estremamente conscia dell’ambiente che la circonda.

Sulla barca ci sono solo loro due. La barca è ancorata a più di un chilometro dalla riva del lago. Non si è portata dei rinforzi. Sente un pizzichìo all’interno della propria mente, non—

Attenzione: perché non ho portato dei rinforzi? Non ha senso.

Dovrebbe esserci un team alla casa sul lago. Dovrebbero esserci un membro armato di una SSM e un medico qui con me sulla barca. E una seconda imbarcazione qui vicino. Come minimo. Sono sola? Perché mai l’ho fatto?

Tira fuori la pistola, ma ancora non la mira contro Marness. “Dov’è? Dentro di te?”

La voce di Marness si fa più tesa; si copre nuovamente ambo gli occhi: “L’unico modo di distruggerlo era distruggere tutta la conoscenza che lo riguardava, e riportare a galla i miei ricordi è stato un modo perfetto per riportarlo qui!”

È negli occhi, probabilmente in quello sinistro. Wheeler arretra fino al lato opposto della barca, punta la pistola alla testa di Marness e gli domanda: “El. Sei ancora lì?”

“C’è un modo di sistemare tutto”, le urla Marness, buttandosi carponi. Con gli occhi fermamente chiusi, tasta davanti a sé, procedendo alla cieca.”

“El, mi devi dire cos’è quella cosa.”

“Quella è l’esatto opposto di quel che dobbiamo fare”, le risponde lui. “Devi far esplodere un’altra bomba.”

“Non abbiamo quell’arma, ne abbiamo perso la tecnologia—” comincia Wheeler.

“L’avete sempre avuta! C’è un laboratorio di ingegneria nel Sito 41, lo conosci: un complesso sotterraneo dalle dimensioni di uno stadio da football. In ottime condizioni, eppure completamente fuori uso. Perché? Pensaci. È lì che è stata installata la bomba.”

“Ma facendo così torniamo punto e a capo! Se faccio saltare la bomba”, dice lei, pur sapendo di essere a migliaia di chilometri dal sito, senza speranza di raggiungerlo in tempo, “come facciamo a contenere questa cosa, poi?”

“Non lo facciamo!” le urla Marness. “Non possiamo, mai! Non capisci? L’intera divisione è in un continuo loop! Creiamo la divisione, corriamo a testa bassa verso questa cosa, e o quella ci mangia o noi ci facciamo saltare in aria per autoconservazione. L’idea di antimemi è vecchia tanto quanto il dimenticare: gli esseri umani sono capitati su questo problema innumerevoli volte sin dagli anni quaranta, forse ancora prima, da secoli!”

Le sue mani che tastano alla cieca trovano la scatola medica. È troppo tardi.

Mentre Wheeler lo guarda, un grosso pedipalpo nero coperto di peli scuri si fa strada attraverso l’occhio sinistro di Marness. Lui urla. Ancora in ginocchio, afferra l’appendice con entrambe le mani e cerca di spezzarla, ma quella è solida, come se avesse dell’osso al suo interno.

“Che cos’è?” gli urla Wheeler. “Non può finire così; da dove viene, cosa vuole? Pensa, parla?”

“Aiut—”

Una seconda zampa di ragno, molto più lunga e affusolata, scivola fuori dalla trachea di Marness, distruggendogli la gola e le corde vocali, fra fiotti di sangue. Marness non può far altro che gorgogliare sangue ovunque. Spunta una terza gamba dal suo addome, come una lancia.

Wheeler spara a Marness, dritto in testa; Marness si accascia in avanti, inanimato, per poi rialzarsi, sollevato dalle tre appendici come un pupazzo controllato da un essere gigantesco e invisibile. Anche le sue braccia di alzano al cielo, come sospese da fili.

Wheeler prova ad aguzzare la vista; spara altri quattro colpi direttamente al di sopra della testa di Marness, verso il punto più probabile in cui si potrebbe trovare la massa corporea dell’essere, e poi svuota il resto del caricatore praticamente mirando dritta al cielo. L’intera barca trema come se scossa da un terremoto localizzato e, dopo un’ultimo scossone, comincia ad innalzarsi al cielo, sollevata da altre appendici invisibili.

Wheeler rinfodera la pistola e si lancia verso la scatola con le provviste mediche, tirandola da sotto i piedi fluttuanti di Marness; c’è un compartimento con dell’amnestico di Classe B, la roba ad azione rapida, in forma liquida. Wheeler fa un veloce calcolo aritmetico calcolando la dose giusta, la preleva in una siringa e, con le mani tremanti, se la conficca in una vena al polso. La barca continua a sollevarsi. Qualunque sia il mostro, è alto in modo colossale, oppure vola.

Ovviamente, lei è già piena fino ai capelli di medicinali mnestici, altrimenti non sarebbe stata in grado di percepire quello che sta accadendo in questo momento. La letteratura medica della Fondazione è molto chiara nello sconsigliare vivamente l’assunzione di entrambi i tipi di droga nella stessa persona: se è fortunata, finisce solo in ospedale.

Ora sono trenta metri nel cielo, dieci piani. Ha un dolore lancinante nell’occhio sinistro. Si calcia via le scarpe e butta via la fondina con l’arma, si avvicina al bordo e contempla la caduta per un lungo e incredibile secondo. Salta.

Le ci vogliono due interi secondi di caduta libera per colpirle la superficie del lago. Il colpo gelido dell’acqua a quella velocità è sufficiente per farla svenire. Nel tempo che le ci vuole per tornare a galla, non si ricorda da dove sia caduta, né perché; allo stesso modo, l’essere dalle dimensioni di un grattacielo che si è ormai appropriato del corpo di Marness e della barca si è dimenticato di lei.

“Ma cosa diamine—” annaspa, buttando fuori acqua. “Cosa diamine, dove diamine—?”

Non c’è nulla sopra di lei, nessuna spiegazione, solo i sintomi del cocktail di droghe che ha in corpo funge da vaga indicazione su cosa sia accaduto: come avere migliaia di aghi roventi nel cervello, dolore e fatica che si spandono fino al più remoto dei suoi tendini. Vuole solo morire.

Nuota, si dice parte di lei. Prima arriva alla sponda, dopo puoi morire.

*

Il team d’estrazione la trova al calar del sole, priva di coscienza e sulla sponda del lago. Stabilizzano le sue condizioni durante il viaggio in elicottero, poi la portano al Sito 41 per essere esaminata e per farle un lavaggio completo del sistema.

Passa otto giorni a casa a disintossicarsi: niente mnestici, niente amnestici, nessun contatto con SCP che possono corrompere la memoria, niente visite dal lavoro. “E niente lavoro”, le dice il dottore, comunque poco fiducioso che seguirà la sua prescrizione.

Non è per nulla il primo evento mancante nella sua memoria, e non è certo la prima persona fra lo staff della sezione Antimemetica a sperimentare una cosa simile, ma la sensazione per Wheeler non è meno inquietante, indipendentemente da quanto possa essere familiare. Come da procedura, scrive un rapporto delineando ogni avvenimento che riesce a ricordare: scopre di avere un vuoto di memoria di circa tredici ore.

Aggiunge poi il suo rapporto alla precisa e complessa mappa del Tempo Mancante che l’intera divisione mantiene in modo collettivo: è una mappa di buchi, una mappa che sta diventando abbastanza estesa da rendere palesi una serie estremamente fioca di avvenimenti ciclici. Gradualmente, sta diventando visibile la silhouette di un nemico, o forse un gruppo di nemici.

Quando, più tardi, fa delle domande in merito al team d’estrazione, nessuno ricorda chi ha attivato il faro d’emergenza che li ha chiamati sul posto; in effetti, il faro stesso si è spento molto prima che arrivassero al lago. Wheeler prova a confrontare le dimensioni reali della sua divisione con quelle che dovrebbero essere: forse potrebbe aver bisogno di qualche altra persona chiave, qui e lì… quindi, presumendo che la divisione fosse al completo prima dell’evento, quei ruoli mancanti erano occupati dalle persone che sono morte stavolta. Forse è stata una di loro ad attivare il faro: un atto degno di lode, fatto da qualcuno ora ricordato esclusivamente per quell’atto.

Passano diverse settimane prima che Wheeler scopra il nuovo e più grande buco nella propria memoria:

Chi ha fondato la divisione? E quando?

*

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