Sogno ancora di rimanere l'ultimo in vita
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Andrei si svegliò, l'odore di benzina che inondava le sue narici. Si girò, tentando di mantenere gli occhi chiusi e di ripiombare nel suo dolce, solito sogno, ma il rumore delle catene che sfregavano contro le sue caviglie e le urla che gli rimbombavano nelle orecchie lo costrinsero a riaprire gli occhi dopo poco tempo. Si tirò su, passandosi una mano fra i capelli inondati di sudore, e s'avvicinò il più possibile alla porta chiusa per capire cosa stesse succedendo.
Dei proiettili che rimbalzarono sulle sue sbarre lo fecero indietreggiare, fino a che non si ritrovò nell'angolo più distante dalla finestra, in cui si accucciò poggiando le mani sopra le orecchie. Aveva a malapena ricominciato a camminare dall'ultima volta che si era ficcato in una delle loro discussioni, e non voleva ripetere l'esperienza.
Le grida durarono più a lungo del solito. Andrei temette che questa volta le sue capacità non gli sarebbero state d'aiuto: i dissensi che quella banda di scalmanati aveva iniziato a covare dovevano aver superato il limite, e dopo gli scontri i pochi sopravvissuti si sarebbero di certo allontanati prima che i morti potessero tornare in vita e avere la loro vendetta. Non ci sarebbe stato tempo per portarselo dietro: lui era solo una risorsa, non uno di loro.
Le mani di Andrei scivolarono sul suo viso, e si riempirono in fretta delle sue secrezioni. Fu quasi tentato di mettersi le dita in bocca e di succhiarle, prima di ricordarsi che non aveva mai avuto effetto con lui.
Ricordava la voce di quella bella dottoressa che gli intimava di fare respiri profondi e di non agitarsi, prima di riportarlo nella sua cella. "La Fondazione è qui per proteggerti, ricordalo" gli disse, con uno di quei suoi deliziosi sorrisi che gli faceva venire voglia di stringerla fra le sue braccia e di non lasciarla mai andare via.
Avrebbe dovuto farlo. Le urla di Alice lo tormentavano di notte, e nonostante provasse a credere che la sua morte fosse stata lieve e…
"Non è il momento, Nenorocit!" Fece qualche respiro profondo per riprendersi, per ritornare nel mondo reale. Se avesse perso la testa, di certo non avrebbe mai potuto uscirne vivo.
Intanto, i rumori al di fuori della sua cella si stavano attenuando. Andrei controllò il suo respiro, e si grattò la solita zona di pelle. Vi fu un colpo secco, qualcosa che cadde: poi tutto fu tranquillo.
La porta della cella si spalancò. Il Marchiato entrò dentro, reggendo una pentola ancora fumante. Il suo sguardo cadde sui secchi di umori rovesciati a terra, e il suo naso si arricciò per la puzza.
Andrei lottò contro la lingua ancora straniera, che faticava a padroneggiare.
"Io sono…"
"Tu hai solo una regola da seguire qua dentro." Il Marchiato poggiò la pentola appena fuori dalla portata di Andrei, l'arma modificata con scarti che gli batteva contro la schiena. "Noi ti teniamo in vita, non ti poniamo in pericolo, fino a che tu butti il tuo cazzo di sudore in quei secchielli e ce li dai. Tutti"
"A me servono no quei secchi!" Ormai l'italiano era completamente fuori dalla testa di Andrei, che tentava solo di giustificarsi. Provò a tirare con le catene, ma erano ancora lì, dove il Sordo e il Tozzo le avevano lasciate "Tutti tuoi, tutti tuoi amici! No mio, uh, mio…"
Ad Andrei mancò il fiato quando venne afferrato brutalmente per il collo e sbattuto contro il muro. Era quello rovente, dietro cui avevano acceso la fornace per attivare le sue capacità: la schiena iniziò a bruciargli. Andrei tentò di spalancare la bocca per bocheggiare, ma il Marchiato non allentò la presa. Sia l'occhio storpiato dalla cicatrice che quello sano lo inquadrarono fermi, la mano sinistra sulla sua arma.
"Se tu vai contro le regole" continuò, calmo, il Marchiato, "Farai la fine di quei professoroni che stavano qui dentro mentre il mondo là fuori andava a puttane: squartati, massacrati, e infine messi a bruciare fino a che il loro cervello non sarà completamente squagliato." La mano che lo reggeva iniziò a tremargli, ma il tono di voce non cambiò. "Intesi, piccolo spacca-bottilia?"
Andrei annuì di riflesso, di certo non intenzionato a dissuadere il capo di uno di quei gruppi impulsivi, ormai piccoli centri di potere rispetto alle istituzioni precedenti indebolite dall'epidemia e dalle nuove bande bramose di potere. Prese a ingoiare aria non appena il Marchiato lo lasciò cadere a terra sul fianco, posizione da cui non osò muoversi nonostante il sudore che gli scendeva copioso. Si dovette mordere la lingua per evitare di ringraziarlo. Ringraziarlo di non avergli tolto la vita. Era davvero caduto così in basso?
Per fortuna, il Marchiato non lo guardò più. Posò la pentola della solita minestra allungata e raccolse un paio di secchi al suo posto, di cui annusò con piacere il contenuto.
"Come va qua, capo?" Il Tozzo fece capolino nella cella, occhieggiando con interesse i vari secchi e chiudendo repentinamente le mani. "La battaglia è stata dura… i nostri iniziano a chiedere il rancio, sai?"
"Tu stanne lontano" commentò il Marchiato, porgendo i secchi alla Faina, che era apparsa accanto al Tozzo. "Ne hai già prese più del dovuto ieri."
"Almeno le moto sono quasi pronte" interruppe la discussione la Faina. "C'è anche un posticino per lui, in prima fila." commentò poi, dando una delle sue occhiate al corpo a malapena coperto di Andrei. L'uomo voltò gli occhi per non incrociare il suo sguardo, conscio della sua pelle ormai umida.
"Bene, toglilo da lì. Il suo sudore si disperde trop…" ribattè secco il Marchiato, per poi bloccarsi all'istante. Anche la Faina e il Tozzo s'irrigidirono.
Andrei, con l'orecchio attaccato al pavimento, aveva udito le vibrazioni già un po' di tempo fa'. Era uno scalpiccio, come di cento cavalli, ma sapeva per certo dai commenti sulla sorte del Cerere che nemmeno gli animali si salvavano dalla fame dei non-morti.
Inoltre, nemmeno i cavalli erano così stupidi da continuare a battere contro un muro per tutto questo tempo. E non erano nemmeno abbastanza forti da abbatterlo.
Come volevasi dimostrare, i grugniti che aveva sentito più volte cominciarono a propagarsi per lo stretto corridoio.
"Non è possibile." Fu la prima volta che Andrei udì quel tono di voce dalla Faina. "Avevamo rafforzato il plotone di guardia, per questo i traditori ci hanno colti di sorpesa!"
"L'avevo detto!" esclamò il Tozzo con la sua voce nasale, prendendo il suo fucile a pompa. "Tutta quella roba non l'avevo presa io! La sua produzione non è sufficente!" aggiunse, indicando Andrei con un dito tremante.
Andrei si ritrovò di nuovo con la gola chiusa, come se il Marchiato si fosse richinato su di lui a stringergliela con tutte le sue forze, ma non riuscì più a restare così scoperto. Lentamente, si alzò raggomitolandosi su di sé; tuttavia, ebbe cura di piegare una gamba sotto il suo magro corpo, pronto a balzare e rimandare, almeno di un poco, la sua morte.
Non che il pensiero non l'avesse mai attraversato; al Marchiato il suo mantenimento non era mai andato a genio, l'aveva tenuto solo perché le abitudini dei suoi fuorilegge erano diventate troppo difficili da spezzare. Andrei sapeva di vivere su tempo concesso a prestito, ma nonostante l'orribile situazione a cui si era abituato fin troppo velocemente, s'era sempre immaginato la sua fine come molto distante. Persino nel sogno di stamattina andava libero per il Sito Iride, ultimo suo uomo in vita.
"Hai ragione." La voce profonda del Marchiato lo riportò alla realtà. Andrei si ritrovò la sua arma puntata addosso, ma si sforzò di continuare a respirare, osservarne la canna e, al momento esatto…
"Non ora!" guaì la Faina abbassandogli l'AK-47. "Quegli zombie si stanno avvicinando e la cosa a cui pensi è sprecare le munizioni?"
"Lascia il tempo al tempo!" gracchiò il Tozzo, caricando l'arma. "Non sono entrati nel garage, se lo usiamo come esca possiamo andare a prendere le moto!"
"No!" La voce di Andrei venne fuori spezzata, come le sue speranze di rimandare la sua morte. "Io… io vi servo! Vi tengo su! Vi…"
Il Marchiato raccolse i secchi che aveva tirato su prima.
"Lascia la porta aperta" ordinò al Tozzo mentre usciva dalla cella.
La Faina si girò verso di lui, col viso corrucciato. "Beh, è un peccato" commentò schioccando la lingua "Ma a volte…"
L'urlo del Tozzo, immediatamente mozzato, interruppe il suo discorso. La Faina si girò, tirando immediatamente fuori la sua Beretta. Riuscì a colpirne uno, due, tre indietreggiando coperta dal Marchiato nel corridoio: ma quello fu costretto a mollare la copertura quando i compagni che aveva ammazzato poco prima gli saltarono addosso, affamati. La Faina tentò di salvarlo, inutilmente: ma si distrasse giusto il tempo necessario perché il quarto non-morto le afferrasse la giacca in jeans. Lo abbatté non appena si riprese, ma ebbe solo il tempo di cacciare un urlo disperato prima di venire sommersa dai suoi ex-compagni.
Andrei guardava quel massacro con la più assoluta calma.
Non si raccontava bugie, sarebbe morto di lì a poco. Non era come all'inizio, quando gli allora vagabondi avevano preso a fare il giro delle celle per verificare se c'era qualcuno di vivo e se potevano tornargli utili. La speranza che gli aveva infiammato il cuore quando avevano letto ad alta voce il file accanto alla sua cella e avevano intuito le sue capacità era diventata una compagna fedele per tutto il suo primo periodo di prigionia, specie dopo che aveva sentito i compagni delle celle prima trucidati senza pietà. Poi, man mano che aveva compreso chi fossero i suoi nuovi superiori, come fossero cambiati nel tempo, e realizzando completamente il suo scopo nel gruppo, aveva tentato disperatamente di seppellire la speranza rimanente, di spazzarla via e abbandonarsi ai giorni senza più pensare a niente, ma quella bastarda non moriva: nella veglia non poteva sfuggire al suo controllo, ma di notte tornava a popolare i suoi sogni. Sogni in cui era finalmente un uomo libero, sogni in cui i suoi carcerieri erano scomparsi definitivamente, sogni in cui regnava da ultimo sopravvissuto in quell'edificio vuoto che ormai era diventata la sua casa.
Ma ora, le sue speranze erano morte definitivamente. Guardando quelle mani putrefatte dei ritardatari volgersi verso di lui, i mostri che divoravano le carni dei suoi carcerieri ancora urlanti, non c'era molto da sperare.
Sapeva bene la fine che avrebbe fatto, e sapeva che sarebbe stata orribile.
Ma non erano morte per mano altrui. Si erano spente da sole, facendogli un'ultima carezza dopo che il loro compito era stato terminato.
Dopotutto, notò con il sorriso sulle labbra anche mentre quelle labbra putrefatte si avvicinavano per assaggiarlo, era lui l'ultimo in vita al Sito Iride.



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