Sproloquio di un Miserabile
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Sicilia. Sono le 19:34 di una mite giornata di dicembre e le strade cominciano ad animarsi: gente a piedi, gente in auto, gente sul motorino, quasi non si direbbe che sia in corso una pandemia. Tra queste persone c’è un ragazzo alto, sulla ventina, vestito alla moda. Si sta dirigendo con decisione verso la sua auto nera, circondato da una mezza dozzina di amici; sono in festa e a giudicare da qualche parola gridata a gran voce si tratta di un esame passato a buoni voti, chissà, magari è stato particolarmente sofferto, oppure festeggiano lodando la fortuna che ha permesso di passarlo pur con scarsa preparazione. A un certo punto si fermano e si voltano mormorando, ma dopo pochi secondi riprendono a celebrare come se nulla fosse.
A cogliere la loro attenzione è stato un uomo basso, dai capelli scuri e spettinati e l’aria trasandata seduto ai tavolini esterni di un piccolo bar sul bordo del marciapiede. I suoi vestiti sono stropicciati, forse anche un po’ sporchi, la barba è incolta e il volto in generale spento, segnato da profonde occhiaie e da rughe che fino a pochi mesi prima non si sarebbero potute nemmeno immaginare. Ora sta bevendo un Cuba libre mentre osserva la gente muoversi su e giù per la via: lo trova ipnotico, immedesimarsi per pochi secondi nella vita di un passante, studiarne la camminata, l’aspetto, il comportamento e immaginare la sua giornata, solo per poi lasciarlo andare e passare al successivo. A volte finisce per perdersi in quest’attività per intere ore e, soprattutto in questo periodo, lo trova il modo più efficace per rilassare i nervi.

A risvegliarlo dalla trance è un’ingombrante figura in giacca e cravatta che, arrivandogli da dietro, gli si para davanti e si accomoda prima che l’uomo possa anche solo accorgersene. Una volta seduto lo squadra per alcuni secondi (con grande fastidio dell’altro, a cui tutto sarebbe andato bene vedere, tranne quel volto serio e peloso, con le sue folte sopracciglia e i baffi a setola che gli sembrano usciti direttamente dal 1800). Come l’omone poggia gli avambracci sul tavolo, già instabile di suo, tutto traballa e per poco il Cuba libre non si rovescia, poi sorride e comincia: "Da quanto tempo, che mi venga un accidente se non è il buon Delio!"

"Cosa non ti è chiaro di 'Lasciami in pace'?" Risponde seccato l'altro, mentre lo guarda torvo.

"Senti, Delio, oggi non sono venuto a parlarti come amico, ma in qualità di Direttore. Vedi, si è liberato un posto all'Iride-"

"Ma certo, dovevo aspettarmelo! Tu mi vuoi solo fuori dalle palle così che smettano di pressarti, vero? Non te ne frega assolutamente nulla di me!" Lo interrompe quasi urlando, sputando di getto poche parole con cui esprime l'ira repressa per mesi e che attraversano la sua gola sfondandogli le corde vocali. "Perché non mi fai un piacere e torni a strisciare nella fossa da cui sei uscito?"

"Andiamo, perché non possiamo parlare decentemente per una volta?"

Nessuna risposta, il volto di Delio è contorto in una smorfia di rabbia, gli occhi ridotti a piccole fessure si guardano bene dall’incrociarsi con quelli del Direttore Giannini. Il ricercatore beve ancora un ultimo lungo sorso prima di alzarsi per andare a pagare.
Varcare la soglia del locale è sufficiente a dargli un senso di protezione e di riservatezza; quella piccola stanza emana una sensazione così familiare, così rasserenante. Allo stesso tempo, però, percepisce una certa inquietudine: si trova in piedi, da solo in mezzo a un locale svuotato sia della clientela che della mobilia, fuori ad aspettarlo c’è il suo capo, l’uomo ipocrita ed egoista che che gli ha rovinato la vita. Si sente frustrato e inerme.

Nel breve minuto che trascorre in quella sala vuota gli si accalcano diversi pensieri agitati e confusi: è da mesi che lo tormentano senza tregua ed è da mesi che cerca di ignorarli concentrandosi su altre attività. Eppure sono sempre lì, annidati in qualche angolo della sua mente, e non aspettano altro che trovare l’occasione giusta per uscire: sono sempre più forti, sempre più violenti, soffocano il suo flusso di coscienza imponendosi sopra ogni altra idea e lo assordano, chiudendolo in una bolla che rende la comunicazione impossibile.

Due cose hanno distinto fin dalla più giovane età Delio da chi lo circonda: la sua superbia e la sua costante ricerca di competizione. Questi l’hanno forgiato come un uomo arrogante, che si è sempre considerato capace di grandi cose — e anzi, destinato a compierle! — al punto da guardare quasi con sufficienza quelli che lo circondano: amici o nemici che siano, lui è superiore e prima o poi li batterà. Perché alla fine si riduce tutto a quello: una rivalità costante con chiunque in cui lui sa già che vincerà, e ovviamente la sconfitta (quando contemplata) è motivo di vergogna e causa di contrasti.
Da sempre è sicuro che sia la capacità di ragionare e argomentare la più grande virtù di un uomo e non ha potuto astenersi dallo studio della filosofia all’università. Durante quel periodo ha anche sviluppato una profonda passione per l’esoterismo: ha dedicato anima e corpo al suo studio, ha passato notti insonni a sviscerare ogni suo segreto fino a convincersi che fosse reale. Da allora non è più stato lo stesso per i suoi amici: lo davano per pazzo, credevano che il suo narcisismo gli avesse finalmente dato alla testa e l’hanno abbandonato. Ma neanche essere considerato pazzo da tutti l’ha fatto desistere: lui credeva (o sapeva) fino in fondo di avere ragione e ha speso anni e anni nel tentativo di provare la sua tesi, senza mai riuscirci. Quando è arrivata la chiamata della Fondazione è stato il giorno più glorioso e allo stesso tempo frustrante della sua vita: aveva vinto, aveva ragione lui, ma nessuno poteva saperlo. Poco male, però, perché ora sarebbe sparito dalle loro vite senza interessarsi minimamente della reputazione che aveva lasciato di sé e avrebbe ricominciato da zero con gente al suo stesso livello, che l’avrebbe finalmente compreso.

Tuttavia, non tutto è andato secondo i piani. Delio ha scalato molto velocemente i ranghi della Fondazione, arrivando in appena un paio d’anni a ricoprire il ruolo di ricercatore supervisore. I suoi progressi erano totalmente meritati: aveva dimostrato di avere un ottimo intuito e la sua perseveranza era distintiva, eppure si era fidato della persona sbagliata. Nicola Giannini era noto già da tempo per la sua evidente tendenza ad affezionarsi a pochi soggetti di cui spingeva la carriera in modo sostanziale, ed era solo questione di tempo prima che qualcuno decidesse di punirlo ufficialmente; Delio era proprio una delle sfortunatissime vittime del Direttore e quello che ne avrebbe sofferto più di tutti. Un solo errore, la gestione delle relazioni con SCP-092-IT, era stato sufficiente a metterlo nel mirino della SRE-M, cani da caccia addestrati solo a individuare e attaccare piccolezze in modo da eliminare elementi problematici, e così avevano potuto finalmente raggiungere il Direttore, mentre nessuno si curava del povero Delio Valassi, vittima innocente di uno scontro tra giganti.
Se già di carattere non era molto socievole, ora è completamente isolato e le voci di corridoio che lo dipingono come un raccomandato che ha solo ricevuto il giusto trattamento, che passano di bocca in bocca tra i suoi colleghi — compresi quelli precedentemente suoi sottoposti — non sono certo d’aiuto.

È questo l'oltraggioso motivo per cui la sua carriera è rovinata.

Paga ed esce dal locale, dove, contro ogni speranza e in accordo con tutte le previsioni, Giannini è ancora lì ad aspettarlo.

"Non te l’ho detto per educazione, ma era implicito che te ne dovessi andare". Attacca subito il giovane ricercatore senza degnarlo di uno sguardo mentre gli passa vicino e lo supera svoltando l’angolo.

"Perché non possiamo discuterne civilmente come due colleghi?" Lo incalza l’altro seguendolo a lunghe falcate. "È palese che il tuo lavoro ora come ora non ti piaccia, io te ne sto solo offrendo uno nuovo".

Delio si ferma all’improvviso, poi si gira e punta il dito al superiore guardandolo dritto negli occhi: "Il mio lavoro fa schifo per colpa tua! Sei tu che mi hai trascinato in questo casino. Non solo sono stato retrocesso a semplice assistente di ricerca, ma ora sono marcato da chiunque come un arrampicatore sociale che ha ottenuto incarichi importanti per meriti inesistenti e-" Si blocca. La mano possente del Direttore ha afferrato il suo polso, debole e sottile, e spostato la mano con decisione. Ora il suo sguardo è freddo, penetrante, e il ricercatore non può trattenere un brivido in quel momento.

"Delio, io ti devo delle scuse, è innegabile, ma non diventerò il tuo caprio espiatorio. Ho sbagliato a promuoverti, non eri ancora pronto a ricoprire un ruolo di tale responsabilità".

Quelle parole lo colpiscono in pieno petto: se lo aspettava, sapeva che Nicola non avrebbe dovuto promuoverlo, ma non era così che voleva sentirselo dire.
Eppure… ha ragione. Più ci pensa e più ha ragione. Lo sa da tempo, l’idea è sempre stata lì, nascosta in un cassetto inaccessibile della sua mente, ma lui la aberrava: preferiva ascoltare le voci assordanti che gli ripetevano della sua carriera rovinata, persino quelle erano più rassicuranti. Ma ora il cassetto è stato forzato e l’idea non si può più ignorare, potrebbe fingere di non essersene accorto, certo, continuare a comportarsi come ha sempre fatto e difendersi nelle sue illusioni di superiorità, ma sarebbero solo bugie: nella sua testa resterebbe una voce, fosse anche solo un filo, che gli sussurrerebbe continuamente "È colpa tua!"

"Hai ragione". Dice abbassando il capo. Si prende un momento per respirare, pensare, pesare le proprie parole, poi riprende. "Non l’ho mai voluto ammettere, ma è vero. Non ero capace, però," e qui si deve trattenere dal tirare qualche insulto, "io lo ero, ero capace. Ne sono certo. Com’è finita così? Perché sono caduto così in basso?"

Passa qualche secondo, nessuno dice nulla e Valassi si perde a fissare il nulla. Il volto è di nuovo contratto in una smorfia, ma è diverso da prima: questa volta è rassegnato, lo si nota dalle rughe molto più rilassate, ma gli occhi rimangono angosciati.
"Forse è perché me lo merito. Ho sempre vissuto da egocentrico, sempre troppo concentrato su me stesso e sui miei successi e obiettivi: forse mi serviva del tempo per pensare. Però… non lo so: mi sento così miserabile. Da quando sono stato retrocesso mi sembra che la gente mi guardi con occhi diversi, con un misto di pietà e compiacimento, ed è insostenibile. Ho iniziato a sentirmi frustrato, poi ho percepito un senso di inferiorità a tutti quelli che mi circondavano e poi… poi non ho più sentito nulla: un giorno mi sono svegliato e non mi interessava cosa pensassero, né cosa volessi, volevo solo arrivare a fine giornata.

"Da allora è sempre più frequente: mi muovo per inerzia, seguo i movimenti altrui e cerco di attirare meno attenzione possibile, poi mi ritrovo fermo immobile a fissare il vuoto mentre gli eventi esterni mi scivolano addosso; nel migliore dei casi passo quel tempo a pensare, ma è più comune che semplicemente spenga il cervello e mi risvegli dopo ore di nulla. A volte mi pongo degli obiettivi, ma non riesco mai a portarli a termine: più li procrastino e più mi sento incapace; più mi sento incapace e più li procrastino". Delio sbuffa e scuote la testa, per qualche secondo sembra combattuto tra il fermarsi e il finire il monologo.

"Non so neanche di cosa mi sto lamentando: ho avuto un’opportunità d’oro, l’ho sprecata e ora ho pure il coraggio di protestare, mentre i miei colleghi proseguono nella loro carriera senza alcun supporto. Ma in fondo sono sempre stato così: un giudice, pure ipocrita. Ho sempre preteso che gli altri soddisfacessero mille aspettative, ma io mi sono mai davvero impegnato per soddisfare le mie? Perfino adesso preferisco dissociarmi da me stesso, perdermi nelle vite altrui, dei passanti, pur di non ragionare sulla mia, di vita".

Dopo averlo ascoltato pazientemente, Nicola interviene: "Sai, Delio, tu potrai pensare che io abbia fatto scelte sconsiderate, e forse è vero, ma ho sempre creduto fermamente nelle tue capacità. Quando ti ho incontrato, appena tre anni fa, eri così pieno di energie, così propositivo e desideroso di imparare: non ho dubitato un secondo che avresti fatto carriera e ho sempre messo ben più di una buona parola sul tuo conto. Eppure non nascondo che quando ho sentito di 092 sono rimasto piuttosto deluso e quando si è messa in mezzo la SRE-M mi è ribollito il sangue. Tu insistevi per incontrarmi e io non volevo neanche sentire il tuo nome". Il Direttore tira un lungo sospiro. "Non ci siamo proprio lasciati bene quella volta… mi ci è voluto un po’ per smaltirlo, e quando ho capito che l’errore era mio era troppo tardi".

"Insomma, siamo due giganteschi idioti che lavorano per una fondazione segreta di rilevanza mondiale".

"Sì, penso tu possa metterla così". Dice Giannini ridendo.

"Però tu oggi sei venuto per offrirmi un lavoro, vero?"

"Già, all’Iride. Sono riuscito a trovarti pure una bella sistemazione, tu che dici?"

"È per la SRE-M, vero?" Sospira Valassi.

"Lo so cosa stai pensando, che ti voglia solo fuori dai piedi per riguadagnare credibilità, e hai il diritto di pensarlo, ma non è per quello. È solo che hai ragione: riavviare una buona carriera qui al Vesta non sarebbe facile per te, e poi non è un buon ambiente. Penso che sarebbe molto meglio se cambiassi un po’ aria: all’Iride nessuno ha mai sentito parlare di te, e poi ho delle buone conoscenze".

"Ci penserò…"
I due restano fermi in silenzio per alcuni secondi, poi Delio riprende: "Be’, se è tutto, io me ne andrei".

"No, aspetta: un’ultima cosa". Fa una pausa. "Prenditi un po’ di ferie: non mi interessa per chi lavori, ma ti voglio lucido".

Il ricercatore annuisce e fa per andare, ma si rigira poco dopo: "Ah, Nicola. Scusa".

L’altro sorride: "Scusami tu, Delio".

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