Scale e Serpenti
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Molte persone passano dal Sito-19. Il movimento più tipico è una corsa dai laboratori alle stanze delle sperimentazioni alla mensa, per poi tornare ai laboratori (con qualche deviazione in bagno). Poi c’è chi passa da pimpante a esausto o da mondano a pazzo, chi passa per una stanza sterile in una sacca da morto e non si muove più. E infine c’è chi non si sposta da un posto all’altro, ma lungo la gerarchia.


Quando la ricercatrice Zyn Kiryu fu assegnata per la prima volta al Sito-19, il suo orientamento includeva un giro delle unità di contenimento delle anomalie biologiche e un rapido pasto nella mensa al piano terra. Poi le fu offerto un posto negli alloggi del sito. Zyn decise che avrebbe imparato a ignorare la vuotezza dilagante dei corridoi e il flebile ronzio meccanico che si sentiva in ogni punto della struttura. Ci avrebbe fatto l’abitudine perché, in mezzo alle anomalie minori che le avevano fatto vedere, aveva visto qualcosa che rimase impressa nella sua memoria anche dopo che la voce della guida fu svanita dalla sua mente.

Molto presto, ci sarebbe stato un ricambio dei membri del personale di Livello 2 che si occupavano del programma di alimentazione di SCP-408. La guida del giro si era ricordata che a Zyn piacevano le farfalle, commentando che sarebbe stato bello se fosse stata inclusa nella lista del personale assegnato a SCP-408, una volta che si sarebbe ambientata e appena sarebbe stata pronta. Guardando uno sciame di farfalle trasformarsi in una copia identica del ciondolo d’argento che indossava, Zyn si disse che, un giorno, tra quei membri del personale di Livello 2 ci sarebbe stata anche lei, chiedendosi cosa significasse “pronta”.


Una settimana dopo, Zyn si trasferì al Sito-19. Portò con sé il minimo indispensabile, più qualche effetto personale per spazzare via il senso di estraneità: una pianta ragno in un vaso decorato con farfalle dipinte, un orsacchiotto in camice da laboratorio regalatole dai suoi amici dell’università e il suo diario delle poesie. Travolta dall’emozione del suo primo giorno da ricercatrice residente, Zyn cercò subito la lista dei candidati per SCP-408 e aggiunse il suo nome all’elenco di quelli che speravano di lavorare sulle Farfalle Illusorie.

Alcune ore dopo, ricevette una cordialissima e-mail professionale in cui la informavano che era stata rimossa dalla lista, poiché le mancava l’esperienza richiesta, e le chiedevano per favore di non ricandidarsi per il momento. Zyn fissò il messaggio, poi lo chiuse e spense il portatile fornitole dalla Fondazione. Prese il suo orsacchiotto in camice bianco e se lo mise in testa, concentrandosi per farlo stare in equilibrio. Dopodiché guardò fuori dalla finestra tenendo il broncio per mezz’ora. Mancanza di esperienza? Non ricandidarsi?

“Non sono abbastanza brava” pensò.


Il giorno dopo, Zyn correva come una pazza furiosa da un angolo all’altro degli alloggi, perché in qualche modo aveva perso tre paia di calze che doveva aver messo nel posto sbagliato durante il trasferimento. Qualcuno che fino a poco prima stava dormendo ebbe compassione di lei e le indicò l’ufficio degli oggetti smarriti e ritrovati. In realtà non si trattava di un ufficio, bensì di una grossa scatola di cartone nella sala comune degli alloggi. Zyn si avvicinò alla scatola con prudenza, notando la manica sporca di un camice da laboratorio che pendeva fuori da un lato, e si domandò se dovesse portare dei guanti protettivi. Non trovò calze, ma sepolta nella scatola scovò una copia de L’Arte della Guerra di Sun Tzu, con una copertina di carta semplice che la faceva sembrare il libro più anonimo del mondo. Zyn lo aprì e lesse la prima pagina, dove c’erano scritti con cura dei nomi accanto a delle date. Il proprietario più recente l’aveva comprato di seconda mano quasi trent’anni prima. Dopo una breve esitazione, Zyn prese il libro.

Leggere L’Arte della Guerra le dava uno strano senso di conforto. Per tutti gli altri al Sito-19, lei era nuova, sconosciuta, in pratica inesistente. Con soltanto una laurea triennale e qualche anno di ricerche in laboratorio da neolaureata alle sue spalle, Zyn sapeva che non si sarebbe fatta notare presto. Il libro le fornì consigli e istruzioni che nessun altro le avrebbe dato: “Pensa ai motivi per non fidarsi di te. Elimina quei motivi.”

Le servivano degli alleati per avere una possibilità. Alleati, non tirapiedi, perché voleva che fossero persone brave quanto lei a guardarle le spalle. Qualcuno che desiderava la riconoscenza come lei, che tramava, pianificava e agognava come lei, avrebbe considerato i suoi successi un mezzo per realizzare le proprie ambizioni. Zyn era arrivata fino a quel punto affidandosi a se stessa per mantenere promesse, ripagare favori e farsi degli amici. Quello era solo un nuovo tratto del percorso, una nuova rete di sentieri e punti di riferimento da costruire. Zyn disegnò una farfalla nel suo taccuino delle poesie e vi scrisse sotto: “SCP-408 (un giorno)”.


Due settimane dopo, Zyn sopportò il suo primo esperimento fallito. Contenitori di vetro rotti, campioni resi inutilizzabili, ore su ore di duro e attento lavoro buttate con un errore di distrazione. I suoi colleghi le risparmiarono le occhiatacce: si limitarono a minimizzare la faccenda e a lasciarle il compito di ripulire i tristi resti dello scivolone con quell’anomalia biologica. Mentre buttava via lo straccio delle pulizie e i guanti sporchi, Zyn capì che non la disprezzavano, perché non la conoscevano ancora abbastanza per disprezzarla: pochi dei suoi compagni di laboratorio ricordavano la sua faccia e pochissimi erano quelli che si prendevano la briga di imparare il suo nome. Perché avrebbero dovuto preoccuparsi delle sviste di una sconosciuta anonima?

Quando Zyn sgattaiolò nel suo alloggio a fine giornata, ignorò il suo taccuino e guardò il calendario a tema squali che aveva appeso al muro davanti alla sua scrivania. La logica: poteva affogare il pensiero di non essere abbastanza brava con la logica. I fatti, le dure verità. “Lo squalo mako è il più veloce che ci sia. È molto intelligente ed è capace di compiere balzi di nove metri fuori dall’acqua.”. Zyn cominciò a interrogarsi e a rispondersi nella sua mente:

“Qual è una cosa peggiore che sarebbe potuta succedere? Il campione instabile avrebbe potuto esplodere, contaminando tutto il laboratorio e i ricercatori lì presenti. Qual è la cosa peggiore che sarebbe potuta succedere? Sarebbero potuti morire tutti. La cosa peggiore è successa? No, neanche lontanamente”

Dunque avrebbe preso i pezzi e recuperato qualcosa da quel fallimento. Zyn accartocciò un fazzoletto di carta, si strofinò gli occhi, aprì il sistema di messaggistica interna della Fondazione e passò in rassegna i nuovi promemoria senza leggerli davvero. Ricordava gli sguardi indifferenti degli altri ricercatori nel laboratorio.

“Alleati. Mi servono degli alleati” pensò.

Vide un promemoria ricevuto due giorni prima che menzionava due tirocinanti di Livello 1 che erano entrati nel laboratorio per la prima volta. Zyn rifletté:

“A nessun altro importa di questi ragazzi: prendono le distanze, in caso la carne fresca commetta degli errori: posso approfittarne. Non posso essere l’unica novella che fa un casino. Non posso essere l’unica che si sente respinta, sola, non abbastanza brava: sarò anche nuova e inesperta, ma posso comunque diventare una mentore, una collega; un’amica. Qualcuno con cui condividere le proprie storie. Qualcuno che renda questo posto meno vuoto, meno freddo”

Zyn scrisse un messaggio ai nuovi arrivati.


Il pomeriggio seguente, Zyn sedeva da sola a un tavolo nella mensa al secondo piano del sito. Tra un boccone e l’altro del suo tramezzino, stava componendo un sonetto sull’inevitabilità del fallimento quando qualcuno (uno dei colleghi del suo supervisore, a quanto pareva) si mise a sedere davanti a lei. L’uomo posò il suo vassoio, aprì delle bustine di sale, aceto e olio e iniziò a condire la sua insalata.

«Ho sentito che è nuova nei laboratori» le disse.

Zyn alzò lo sguardo, guardinga, e azzardò un dialogo:

«Sì, sono arrivata da poco. Piacere di conoscerla, dottor…»

L’uomo le disse il suo nome e molte altre cose che la ricercatrice non gli aveva chiesto: dipartimento, livello di autorizzazione e mezz’ora di aneddoti personali. Zyn riuscì a malapena a prendere la parola ma, mentre ascoltava le sue descrizioni delle varie tossine d’insetto che si studiavano nel suo laboratorio, si tenne occupata analizzando il suo monologo, in cerca di spunti:

“Scuote la testa, alza le sopracciglia, stringe la presa sulla tazza di caffè quando parla dei fatti recenti. Dovrei fare un verso comprensivo ed evitare di introdurre l’argomento; postura rilassata, altri gesti, parla di una sorta di prototipo sperimentale. Dovrò ricordarmi di menzionarlo, se mai rivedrò questo tizio”

Quando finalmente il ricercatore si alzò e la ringraziò cordialmente per la conversazione, chiamandola “ricercatrice Kiryu” e dandole del lei, Zyn scartò i due versi in rima che aveva composto e scribacchiò tutti i dettagli che si ricordava da quell’incontro. Infine, il taccuino giunse a contenere più nomi di persone che poesie: ogni volta che Zyn imparava qualcosa su qualcuno, lo scriveva. Era un modo per ricordare le facce, i nomi, le vicende personali, le volte successive che incontrava quelle persone. E loro sarebbero giunte a ricordare il suo nome, anche se la conoscevano solo come “quella che ricordava tutto di tutti”.

Ci volle tempo, ma fu un investimento. Ogni persona era qualcuno con cui condividere il pranzo, qualcuno con cui scambiare pettegolezzi, qualcuno con cui sfogarsi quando il lavoro nel laboratorio andava a monte. Oltretutto, ciascuno di loro poteva garantire per lei, farla avvicinare a SCP-408, darle un vantaggio su tutti gli altri che ambivano a diventare i custodi delle Farfalle Illusorie. Zyn non lasciava mai niente al caso: quando si trattava di qualcosa che desiderava davvero, preferiva truccare le carte a suo favore.


In qualche modo, Zyn attirò l’attenzione del direttore di un laboratorio. Fu invitata a delle riunioni di ricerca. I supervisori discussero su un trasferimento di laboratorio. La ricercatrice si occupò delle scartoffie per il trasferimento di persona. “Mostra loro il tuo valore. Dimostra responsabilità e autosufficienza”, diceva a tal proposito il libro di Sun Tzu.

Il suo primo giorno nel nuovo laboratorio, Zyn entrò nella stanza già pronta a imparare tutto sugli altri tecnici, speranzosa e chiedendo a tutti dov’erano gli esemplari di insetti anomali; ma i tecnici si scambiarono sguardi imbarazzati e mormorarono qualcosa su un fraintendimento. La accompagnarono negli archivi quasi antichi dei laboratori, in cui erano conservati fascicoli, note scritte a mano e strumenti di ricerca che risalivano a decenni prima. Le chiesero di ritrovare una serie di documenti e, già che c’era, di dare una sistemata alle cataste di cartellette in condizioni miserabili. Zyn si sforzò di mantenere un’espressione più neutrale possibile, mise via la sua attrezzatura da laboratorio e si mise a sfilare cartellette. Quando la porta si chiuse e lei fu lasciata sola, lasciò andare la sua frustrazione:

“Non possono dedicare neanche un secondo alla nuova arrivata?” pensò, stizzita.

Il suo sguardo indugiò su una tazza di plastica abbandonata su una mensola.

“L’avrà senz’altro lasciata qui un poltrone che non aveva voglia di buttare la spazzatura” ipotizzò.

Zyn se la rigirò tra le mani, poi la schiacciò con calma nel suo pugno. Cercò di convincersi che non era un gesto rabbia, ma che stava solo rendendo la spazzatura meno ingombrante. Nei giorni successivi, Zyn fece rapporto direttamente agli archivi e si mise comoda lì, arrancando tra le file di ricerca accumulata.

“La polvere e la solitudine sono compagne decenti per la strategia” pensò.

La ricercatrice sospirò, mentre sfilava una risma di grafici diagnostici schiacciata tra due raccoglitori. Si disse che i tecnici del laboratorio sarebbero stati parecchio in debito con lei, quando avrebbe riordinato il casino che c’era lì dentro. Poi digrignò i denti quando si ferì la mano con un certificato medico e mise un cerotto sul terzo taglietto da carta di quella settimana. Visto che nessuno tra quelli che visitavano quegli archivi parlava mai tanto, Zyn aveva molto spazio per pensare a un modo per rovesciare la situazione a suo favore. Avrebbe svolto bene l’incarico che le avevano assegnato, molto più che bene. Avrebbe fatto pratica nel cercare tra gli scaffali finché setacciare quei mucchi non le sarebbe venuto così spontaneo che gli altri l’avrebbero invidiata. Poi avrebbe sviluppato un metodo per renderlo così facile a tutti gli altri. Non ci avrebbero più guadagnato a tenerla lì e la loro unica scelta sarebbe stato promuoverla.

Ci volle una settimana. I tecnici del laboratorio erano increduli della facilità con cui trovavano i documenti, adesso che Zyn aveva riorganizzato i cataloghi ormai obsoleti. La ringraziarono senza troppi sfarzi, dopodiché la assegnarono alle celle frigorifere. Zyn si disse che era un passo avanti. Prima avrebbe gestito gli insetti morti, poi li avrebbe convinti ad affidarle quelli vivi. Quella notte, aprì il suo taccuino e tornò alla pagina col disegno della farfalla. Ne disegnò un’altra, annotò la data e, accanto a essa, scrisse: “Presto”.


“ Quando ti muovi, sii rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco, incrollabile come la montagna.”

Zyn stava recitando a mente alcuni passi di Sun Tzu, il giorno in cui conobbe qualcuno che ammirò all’istante. Stava riorganizzando fette di fegato conservate nelle celle frigorifere comuni (erano passati sette anni di esemplari arretrati, dall’ultimo grosso trasferimento e consolidamento dei campioni), quando qualcuno la chiamò per cognome:

«È lei la ricercatrice Kiryu?»

La donna si voltò e vide un uomo tra le unità di scaffalatura d’acciaio immacolato. Sembrava avere la sua stessa età, forse qualche anno in più.

«È bello conoscerla, finalmente. Sapeva che alcuni negli altri laboratori biologici la chiamano “la fata dei frigoriferi”?»

Zyn mise in pratica tutti gli anni di allenamento della sua espressione “che più neutrale non si può”, ma era pur sempre una persona curiosa.

«Mi chiamo Zyn. Però non sapevo della parte della fata. L’ultima volta che ho controllato, non avevo nessuna bacchetta magica, polvere magica e ali»

Mentre lo diceva, fece finta di controllarsi le spalle per scherzo. L’uomo sorrise:

«La ricercatrice Kiryu, la donna che svolazza tra gli scaffali come una farfalla nel vento. Tutto diventa organizzato come per magia, quando è nei paraggi, ma nessuno la vede mai spostare le cose» affermò, indicando uno scaffale vicino.

Zyn si chiese se quel commento fosse un insulto velato. Si chiese anche perché tutti volevano evitare di chiamarla per nome, ma sorrise lo stesso. Ripensò alle istruzioni di Sun Tzu: “Anche se non sei d’accordo, non sfidare qualcuno, a meno che non debba chiedergli qualcosa. Concentrati sull’immediato”.

“Immagino che sia proprio una cosa da me” pensò Zyn.

Decise di deviare l’attenzione dell’uomo:

«Sta cercando un esemplare?»

«Sì. Per caso sa dove sono quei centopiedi a tre teste che sputano acido solforico?»

L’uomo volse lo sguardo a una raccolta di diapositive al microscopio e Zyn gli diede un’occhiata più attenta: era alto, aveva le spalle robuste e c’era una striscia di sgargiante tinta blu sui suoi capelli neri.

“Forse un giorno dovrei chiedergli di quella tinta” rimuginò la ricercatrice.

Zyn indugiò, passò in rassegna i suoi ricordi e gli disse dove trovare i centopiedi nel giro di cinque secondi. L’uomo sembrava sorpreso:

«Molto impressionante, Kiryu»

Sogghignò e si grattò il collo; i suoi movimenti misero in mostra una piccola toppa a forma di drago cucita sulla manica del suo camice da laboratorio.

“A questo tizio piace il ricamo?” si domandò lei.

«Cosa faranno i tecnici del laboratorio, quando se ne andrà?»

“Magari gli piacerebbe pranzare con me, qualche volta?” ipotizzò la donna.

Quando Zyn gli rispose con una risatina titubante, lui incrociò le braccia.

“Sta nascondendo il ricamo. Se ne vergogna?” si chiese la ricercatrice.

L’uomo sorrise e cominciò a darle del tu:

«Sto scherzando. Ma nei laboratori si è discusso di chiederti di addestrare alcuni degli altri: il tuo metodo funziona benissimo, lo si può adottare. Ai superiori piacciono le tue idee»

“A questo piace parlarmi di conversazioni che non dovrei sentire” pensò Zyn.

Gli sorrise e, questa volta, il suo sorriso era sincero:

«Se il metodo funziona, sarei felice di insegnarlo agli altri. Grazie per la dritta, ricercatore…»

«Riven Mercer. Diamoci pure del tu. Lavoro nel laboratorio due piani più in basso»

Era un laboratorio sulla lista della rotazione alimentare di SCP-408.

«Piacere di conoscerti, Riven. Magari ci rivedremo, qualche volta»

Zyn non scrisse il suo nome: l’avrebbe ricordato senza il taccuino.

“Ci rivedremo senz’altro, qualche volta” pensò.


Tre giorni dopo, a Zyn fu affidato un gruppo di tirocinanti dagli sguardi vispi ed emozionatissimi. Nel corso delle settimane seguenti, insegnò loro i criteri di ricerca degli esemplari nelle labirintiche celle frigorifere, mettendo ciascuno dei suoi “allievi” a capo di una sezione degli organi e organismi congelati. Insegnò loro come parlare ai supervisori, li convinse ad andare fieri delle loro responsabilità, a essere gli esperti a cui gli altri avrebbero chiesto aiuto, per ritagliarsi il loro prestigio personale.

La divisione del lavoro le diede il tempo per tornare ai laboratori, gestire i campioni invece di limitarsi a metterli sugli scaffali giusti. Era ancora lontana dal lavorare dietro le porte bloccate marchiate “SCP-…”, ma Zyn aveva comunque i suoi apprendisti, la sua reputazione da “fata dei frigoriferi” e un taccuino pieno di favori in attesa di essere ricambiati. Sarebbe bastato? Si ricordava del sorrisetto di Mercer e dei centopiedi.


La squadra dei frigoriferi stabilì una routine quotidiana. Zyn incontrava i tirocinanti due volte al giorno, la mattina e la sera. Il tempo nel mezzo si trascorreva setacciando il magazzino gelido. A volte si scambiavano tutti dei giochi di parole tremendi a tema scienza che avevano sentito all’università; il tizio della sezione di anatomia umana era il più bravo a disgustare tutti. Il giorno in cui l’apprendista più timido le disse che non vedeva l’ora dei pranzi col gruppo, Zyn canticchiò canzoni pop allegre per il resto del turno. La situazione la metteva a suo agio.

Poi, un giorno dopo pranzo, Zyn entrò nelle celle frigorifere e sentì un grido. Seguendo il rumore, corse attraverso le cataste di esemplari che pungevano, perforavano e mordevano, e si irrigidì quando vide una dei suoi tirocinanti spaparanzata contro uno scaffale, stringendosi un braccio e respirando a fatica. Sul pavimento, uno scorpione magenta dalle strisce sgargianti zampettava tra le schegge di un vetrino. All’improvviso, la cella frigorifera sembrò calda in confronto al ghiaccio nelle sue vene.

“Non finché ci sono io, stronzo”

Zyn afferrò l’unico oggetto che poté raggiungere: una graffettatrice. Avanzando verso l’apprendista boccheggiante, la ricercatrice strinse i pugni finché le sue mani non smisero di tremare. In una frazione di secondo, vide le chele schioccare e il pungiglione oscillare. Zyn si precipitò sullo scorpione d’istinto. La punta della sua scarpa destra travolse lo scorpione e lo sbatté contro un armadietto d’acciaio. Lo scorpione cadde e si rovesciò sul dorso e Zyn lo calpestò, spostando tutto il suo peso sul piede per tre volte. Quando vide la carcassa dell’aracnide contorcersi, ebbe un sobbalzo di terrore e lo schiacciò con la graffettatrice. Il rumore dello scorpione che si spappolava fu coperto dal respiro affannoso della tirocinante. Zyn tirò un sospiro di sollievo e si accasciò contro un muro, tremando come una foglia e coi guanti sporchi di schizzi di interiora di scorpione.

«Ecco perché indossiamo scarpe a punta chiusa nel laboratorio» disse.

Non ricordò molto dell’ora successiva; più tardi, i suoi apprendisti le raccontarono che la poveretta sembrava catatonica, quando aveva trasferito in silenzio i resti spiaccicati dello scorpione in un contenitore di plastica rinforzato e gli addetti ai rischi biologici erano venuti a ripulire.


Tempo dopo, Zyn sopportò una lunga e umiliante predica da parte del suo supervisore sull’esemplare cruciale che aveva distrutto, sulla sua negligenza quando si trattava di emergenze e la sua noncuranza delle procedure adeguate. Il personale non addestrato non dovrebbe affrontare le minacce: era meglio perdere un impiegato che due. L’insensibilità dei superiori fece ribollire Zyn nella sua furia silente per settimane. A quanto pareva, ci si aspettava che la semplice cassetta del pronto soccorso appesa accanto all’ingresso delle celle frigorifere bastasse e avanzasse. Inoltre, i tirocinanti erano stati addestrati alle procedure d’emergenza (in un seminario di due ore, mesi addietro) e una breccia nel contenimento che minacciava la vita di una sola persona era una situazione dalla priorità bassa.

Una sera, Zyn ributtò L’Arte della Guerra nella scatola degli oggetti smarriti e ritrovati. Era ovvio che gli apprendisti delle celle frigorifere non potevano contare su rinforzi immediati per qualunque cosa fosse meno pericolosa di un dinosauro furibondo. Zyn decise che il suo gruppo non sarebbe stato lasciato mai più nei guai con solo qualche benda e un po’ di disinfettante. Non voleva una cassetta del pronto soccorso in ogni sezione, voleva un’attrezzatura chimica specializzata su ogni scaffale: unica per il tipo di anomalie immagazzinate lì vicino, che fossero artropodi velenosi, rettili nocivi o mammiferi rabbiosi. Ci sarebbero voluti mesi per progettare, approvare e preparare le attrezzature specializzate, e ce ne sarebbero voluti ancora di più per allestire tutto quanto. Zyn sapeva che, se avesse lavorato al suo progetto secondario, non avrebbe potuto competere per l’assegnazione a SCP-408.

“Al diavolo” pensò infine.

La sua trovata fu accolta con tanto entusiasmo da far scacciare i suoi apprendisti dalla mensa. L’indomani, Zyn cominciò ad abbozzare la sua proposta. Il rapporto era lungo venti pagine e le costò molte notti in bianco, ma quando il primo prototipo (la serie Artropodi, come Zyn annotò con una smorfia) le fu consegnato con fare divertito da Riven Mercer in persona, la ricercatrice sentì che stava finalmente andando da qualche parte. Entro un anno, le attrezzature chimiche furono implementate in ogni laboratorio del Sito-19. Per allora, Zyn era stata trasferita nel laboratorio di Riven per cominciare le sperimentazioni avanzate. Purtroppo, il personale assegnato a SCP-408 era stato cambiato e Mercer era andato a lavorare sull’elaborazione degli oggetti anomali.

“È stato promosso prima che potessi raggiungerlo" pensava Zyn, contrariata.

Il suo nuovo laboratorio non era sulla lista.


Passarono alcuni mesi. I giorni diventarono tutti uguali: un ciclo infinito di esperimenti, campioni e analisi.

«Ricercatrice Kiryu?»

Qualcuno che Zyn non conosceva stava dietro di lei. La donna ebbe subito un sospetto su chi fosse, visto che al momento era nel laboratorio delle anomalie biologiche e teneva in mano una siringa piena di una sostanza caustica, e l’uomo non sembrava preoccuparsi di farle prendere uno spavento.

«Sì, signore?»

Zyn tappò la siringa e la posò: quel gesto era diventato abituale dopo mesi e mesi di pratica, farsi interrompere durante un esperimento non lo era.

«Ho visto i risultati del suo gruppo: i suoi ex apprendisti fanno un lavoro eccellente»

Quell’uomo era difficile da inquadrare. Era un dottore; questo era tutto ciò di cui poteva essere certa. Non ricordava di averlo mai visto, il che significava che doveva essere collocato su una delle estremità della gerarchia. O era il più nuovo tra i novelli, o un pezzo grosso. Zyn soppresse un fremito.

«Mi fa piacere sentire che i tirocinanti sono bravi» si azzardò, cauta.

L’uomo ignorò i suoi convenevoli:

«Sarà trasferita nel mio laboratorio. Controlli i suoi promemoria, sposti i suoi effetti personali e trovi qualcuno che segua i suoi anatroccoli. Ah, e porti l’attrezzatura protettiva. Oggi dovrò sezionare cervelli. Mi aspetto di trovarla sul posto fra un’ora, lavata di fresco»


Non le disse che avrebbero sezionato il cervello di un manipola-realtà morto. Quando uscì dal laboratorio diverse ore dopo, visibilmente provata, Zyn fece mente locale su ciò che aveva imparato: il dottor Everett Mann era un uomo senza fronzoli. Era meticoloso nelle sue procedure, la sua bravura con lo scalpello era spaventosa ed era il suo nuovo supervisore. L’indomani, Zyn stava analizzando le fette di cervello al microscopio. Nel corso di molte settimane, scrisse pagine su pagine di complessi diagrammi, bozzetti e cifre. Con tutti quei dati, giunse la possibilità di manipolazione. Il dottor Mann promise che sarebbe stata una manipolazione pratica, unita alla progettazione di nuove anomalie capite quasi appieno.

Il tempo trascorso col dottor Mann rivelò un fascino quasi preoccupante per le strutture esoteriche dei cadaveri un tempo anomali, un fascino che rasentava l’ossessione. Sebbene alcune delle sue convinzioni fossero ben poco ortodosse, le sosteneva con una ferocia e una sicurezza in se stesso che Zyn invidiava. Quando il dottor Mann era nelle sue fasi emozionate, in cui era solito camminare avanti e indietro col camice imbrattato con gli schizzi di liquidi organici dalle dissezioni, Zyn ascoltava rapita le sue ipotesi e scribacchiava pagine su pagine di appunti. Sei mesi dopo, a Zyn fu concesso il suo primo progetto personale. Il dottor Mann venne da lei e le disse:

«Kiryu, voglio che usi quello che hai imparato per produrre qualcosa, dargli una forma e anche la volontà di obbedire. Ti assegnerò dieci assistenti in laboratorio e l’autorità per farmi richieste di materiali, che approverò o negherò come riterrò opportuno»

Quella notte, Zyn strappò la pagina del suo taccuino con le farfalle e la incollò sul muro col nastro adesivo, accanto al calendario. Senza esitare, sbarrò “SCP-408” con un pennarello.


Passarono alcuni anni, durante i quali Zyn si ritrovò a discutere del suo progetto personale con quasi tutte le persone che incontrava. Era iniziato come una piccola chiacchierata quando le chiedevano di cosa si stava occupando in laboratorio, ma l’emozione nelle risposte fu sconvolgente per lei. Impiegati da ogni dipartimento del Sito-19 si offrivano di aiutarla e, con grande sorpresa di Zyn, respingevano la sua insistenza nel ricambiare i favori.

“Materiali grezzi? Livello-2, ricercatore a tempo pieno, dipartimento di Anatomia e Fisiologia. Il tizio che si ricorda il giorno della settimana in base al colore della penna nella tasca del suo camice. Entusiasta. Il mio apprendista preferito dal vecchio gruppo”

«Ricercatrice Kiryu! È passata una vita! Mi hanno promosso, proprio come mi dicevi! Ti ricordi che mi chiamavi “il viceré delle viscere” perché mi occupavo degli organi nelle celle frigorifere? Sì, mi manchi tantissimo. Tu e le tue barzellette idiote sugli insetti. Vieni, abbiamo appena ricevuto un nuovo cervello di manipola-realtà»

“Una carcassa? Livello-3, ricercatrice senior, dipartimento di Ingegneria Biomedica. La donna con le unghie dipinte. Scanzonata. Mi piace ascoltarla mentre parla delle ultime notizie al Sito-19”

«Ehi! Ciao, Kiryu. È bello rivederti. Dovresti farmi visita, credo che ci sia un esemplare morto di SCP-408 da qualche parte nel mio laboratorio. Più che abbastanza per un campione cellulare. A proposito, grazie infinite per aver insegnato il tuo metodo ai miei apprendisti: gli archivi e i congelatori non erano messi così bene da decenni»

“Energia? Mi serve un modo per tenere quell’essere in vita. Livello-4, direttrice, si occupa di tre dipartimenti. La donna anziana a cui piacciono le stoffe morbide per pulire gli occhiali. È signorile. Quando l’ho conosciuta, l’ho ammirata”

«Vedi, i cristalli curvano la luce. Puoi variare le lunghezze d’onda secondo qualunque schema tu voglia. Fa’ qualche prova, Kiryu. Le tue attrezzature del pronto soccorso mi hanno salvato due dita, la settimana scorsa»

“Volontà? Come rendo quell’essere capace di elaborare, imparare, adattarsi e obbedire? Livello-4, direttore di laboratorio, dipartimento di Ricerca e Sviluppo. L’uomo galante i cui progetti sono ancora in corso, quello che si è ritrovato a usare le sue stesse cellule per i suoi esperimenti, deve ancora ottenere risultati applicabili. È meditabondo. Ha capito come mi sentivo quando tutti i miei lavori erano fermi”

«Ecco, gli appunti delle mie ricerche. Ne faccia buon uso, signorina Kiryu. E grazie per avermi ascoltato»

Un pezzo alla volta, un dipartimento dopo l’altro, i tasselli del mosaico furono delineati, assemblati e organizzati. Zyn prese in mano la sua prima magnum opus completa, intera e impeccabile: una vanessa del cardo che luccicava con varie lunghezze d’onda di luce disposta negli schemi delle colonne corticali dei cervelli di manipola-realtà e infusa con le cellule di Zyn, il suo DNA. Mentre la ricercatrice guardava le ali luminescenti aprirsi e chiudersi, la farfalla la guardava con fare sereno. Nel frattempo, nella mente di Zyn echeggiavano facce e nomi, mentre ricordava la collaborazione che l’aveva portata fino a quel momento. Si sentiva meritevole, importante; pronta.

«Ciao!» salutò.

La farfalla scosse le antenne e, con molta calma, congiunse le punte delle zampe posteriori: ogni volta che le batteva tra loro, emetteva una sillaba di suono.

«Ciao, Zyn» le rispose SCP-2332.

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