Requiem di un Pentito
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"Una palla di sangue che gira tutto il mondo. Calda come il fuoco, fredda come il ghiaccio, umile come la seta…"

Solo.
Smarrito.
Braccato.

Tre aggettivi che mi descrivono alla perfezione, in questa torrida notte di estate, accompagnata dal frinire delle cicale. "Oramai ho fatto quella telefonata da circa mezz'ora, dovranno essere qui a momenti…" Penso tra me e me, mentre mi alzo dal letto. Nonostante mi trovi a casa mia, nella mia camera da letto, mi sento un intruso, come se questo posto oramai non mi appartenesse più. Per sbollire la tensione, prendo la mia pipa, la riempio di tabacco sudamericano di altissima qualità e la accendo. Recupero dal comodino il libro che mi regalò mio padre per il mio quindicesimo compleanno: una copia, rilegata in oro, del Nuovo Testamento. Mi avvicino al davanzale, la cui finestra era già aperta, e guardo per un attimo fuori. Le cicale, spaventate dal mio arrivo, interrompono per un attimo il loro concerto, permettendomi di ascoltare in lontananza il fragore delle onde che si abbattono sulle spiagge della mia Calabria. Mi ritorna in mente un momento di quando ero bambino, mentre facevo il bagno in quel mare così bello. Stavo giocando in acqua con mio fratello fino a quando… non mi viene, il ricordo se ne va via, come un sogno appena dopo che ci si è svegliati. Mi perdo in altri ricordi, appartenenti al ben più stressante presente.

Questa ondata di malinconia viene brutalmente arrestata da un suono, ma purtroppo non è quello degli insetti che si rimettono all'opera, bensì di motori, di freni, di portiere. E nel chiarore della luna, inizio a leggere. Leggo, mentre mille pensieri mi passano per la testa, mentre aspiro per ampie boccate il fumo dalla pipa, mentre una dozzina di uomini entrano, sfondando la porta principale della mia magione. Prima che arrivino in camera, mi rimane impresso un passo del Vangelo secondo Luca, capitolo 1, dal versetto 11 al versetto 13:
"Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita…»"
Sento un tonfo secco e, quando mi volto, quattro uomini armati si trovano davanti a me, e quello che sembra il loro capo, con uno spiccato accento pugliese, mi dice: "Posa le tue cose, e seguici. Non abbiamo tempo da perdere." Metto a posto la pipa, il libro e mi incammino, ancora in vestaglia, fuori dalla mia stanza, scortato da due uomini, mentre gli altri due sembrano avere una discussione. Uscendo, guardo verso l'altro, dove trovo l'immancabile stipite con su scritto, a caratteri cubitali, il motto di famiglia: "Chine campa sperannu, affrittu more." Non avevo mai capito cosa significasse l'espressione "mi sento come un pesce fuor d'acqua". Mi era sempre sembrato un modo per dire che ci si sentisse fuori luogo, imbarazzati. Ora, però, che mi trovavo in un'auto nera, circondato da altri quattro veicoli, pieni di gente armata, quella massima assumeva un nuovo, spaventoso valore: mi trovavo in balia degli eventi, in un mondo che non è più mio, e con cui non potevo interagire, se non annaspando o chiedendo aiuto.

Ci allontaniamo velocemente, diretti verso nord. In auto con me ci sono altre tre persone: il pugliese, alla guida, che riconosco grazie alla corporatura possente e alla cicatrice che gli attraversa il volto; un marocchino, seduto vicino al guidatore, di cui ricordo le braccia grosse quanto due tronchi; una donna, sulla trentina, seduta di fianco a me, sul sedile posteriore. Ho il tempo di farmi una mezza idea sul tipo di persona che mi trovo davanti: vestiti da ufficio, corporatura esile, capelli bruni raccolti, occhi azzurri, occhiali, sguardo freddo e serio. Trasuda professionalità da tutti i pori, una qualità piuttosto rara di questi tempi. Ad un certo punto, il marocchino si volta, guardandomi con due occhi neri come la pece, e mi dice: "Non sarà un viaggio troppo lungo. Non puoi fare domande. Parlerai appena arriveremo a destinazione." La sua voce bassa e il suo parlare lento accentuano la sua scarsa conoscenza della lingua italiana, e il tono con cui dice queste cose mi fa capire la scarsa fiducia che ripongono nei miei confronti. Ma, d'altronde, me lo aspettavo.

La donna seduta di fianco a me inizia: "Tu sei…" "So chi sono." La interrompo bruscamente io. Odio quando la gente ricorda il mio nome, mi fa sentire come se il mio destino fosse legato a quella sequenza di lettere che mi vengono affibbiate alla nascita. "Voi, piuttosto," proseguo, senza lasciare alla mia inquisitrice tempo per riprendere a parlare "chiaramente non siete il reparto antimafia calabrese, sembrate molto più dei privati. I vostri veicoli e le vostre apparecchiature sono moderne e tenute bene, a differenza di quelle dei nostri poliziotti. Quindi, invece di trattarmi come un prigioniero, fareste meglio a trattarmi come un ospite, e dirmi chi siete." Con una espressione scocciata, la signora che ho di fianco mi dice: "Sei un criminale. Non puoi avanzare richieste di questo tipo, e il protocollo prevede comunque che io riferisca tutti i crimini che hai commesso, o almeno, quelli di cui siamo a conoscenza." Questa frase, riferitami con tutto il disprezzo e la freddezza possibile, mi fa capire che la mia non è stata una buona mossa. Nonostante ciò, brucia ancora nel mio animo il fuoco dell'orgoglio, e non mi tiro indietro: "Non avete risposto alla mia domanda." "Non ne siamo tenuti," risponde la donna "e tu faresti meglio ad abbassare i toni"

"Silenzio, tutti e due!" L'intervento improvviso del guidatore mi fa sobbalzare, il tono che ha usato era infatti piuttosto alto. La mia interlocutrice guarda nello specchietto l'uomo, senza fare una piega. Dopo un attimo, quello riprende: "Se pensi di farci paura o di intimidirci, hai decisamente sbagliato persone. Non siamo i tipi da farci sottomettere da gente come te. La mia collega ha ragione: non siamo tenuti a dirti chi siamo, anche perché starai in nostra custodia per poco tempo, poi potrai fare lo sbruffone quanto vuoi." Questo intervento non fa altro che irritarmi ancora di più, e con tono arrabbiato replico: "E sentiamo, perché diamine dovevate mobilitare un'intera task force privata per recuperarmi, per poi riconsegnarmi? Non vi riserverò una confessione segreta o qualcosa di simile." La donna di fianco a me, con il solito tono sprezzante, risponde: "E invece mi sa proprio che lo farai… ALDA. Ti dice nulla?" Il tempo si ferma. Guardo la persona che ho di fronte, e arrivo a chiedermi se non stia sognando.

Un dosso improvviso mi risveglia, dopo essere rimasto imbambolato per dieci secondi buoni. La rabbia che avevo provato fino a quel momento era completamente sparita. Deglutisco a fatica e rispondo: "Sì." Riesco a dire solo questo. La donna riprende: "Hai numerose accuse a tuo carico: coinvolgimento in 214 omicidi, organizzazione di 43 rapimenti, commercio illecito di stupefacenti, gestione di numerosi giri di prostituzione, ma soprattutto, traffico di anomalie, dico bene?" Rimango in silenzio. Quella rimette a posto i suoi occhiali, compiaciuta, e continua: "Questo crimine verrà omesso nei rapporti ufficiali della polizia e nella sentenza finale del tuo caso. Tuttavia, verrà da noi raccolta la tua confessione a riguardo." Non ero preparato a una evoluzione così prematura degli eventi, e balbetto: "Ma- io non- potrebbe essere che- ma è avvenuta più di un anno fa, come potevate-" Una miriade di pensieri mi corrono per la testa, cercando disperatamente un filo invisibile che colleghi quello che era accaduto col mio passato. La donna chiarisce prontamente ogni mio dubbio: "Non hai idea di quanto tempo abbiamo passato ad osservarti, nell'ombra, dopo aver intercettato una tua telefonata dove nominavi la parola ALDA da un telefono privato, qui, a Reggio Calabria." Mi basta un istante per realizzare. Chiudo gli occhi, e inizio a ridacchiare. Una risatina isterica, di disperazione, in un disperato tentativo di interiorizzare quella valanga di eventi.

Finisco di ridacchiare come un cretino, dopo essermi reso conto del ghigno sulla faccia del guidatore. "Come diamine hanno fatto?" Penso, mentre ripercorro i miei ricordi per fare chiarezza: io, disperato che prendo il telefono, chiamo la centrale di polizia più vicina, e parlo degli orrori a cui avevo preso parte. Doveva essere per forza quella, è l'unica telefonata in cui ho fatto specifici riferimenti all'ALDA, e per mia fortuna —o sfortuna, a questo punto non saprei come considerarla—, quelle parole non hanno avuto qualcuno che le ascoltasse. Erano finite alla segreteria telefonica, che ho fatto cancellare dai miei fidatissimi, dopo neanche cinque minuti dall'inizio del mio sfogo. In qualche modo non riuscivo a liberarmi del fantasma della mafia, attaccato come una sanguisuga alla mia vita. Però sembrava che queste persone, in qualche modo, ne fossero a conoscenza. Mi metto ad osservare con più attenzione i passeggeri della mia auto, e ho l'ennesima riconferma che con queste persone faccio meglio a non scherzare.

Vengo sbalzato in avanti dalla forza d'inerzia, e capisco che ci siamo fermati. Il marocchino mi dice: "Siamo arrivati. Alzati." Guardo fuori dal finestrino. Ci troviamo su una scogliera, piuttosto in alto rispetto al mare. Scendo, e sono stupito dal silenzio tombale che ci circonda. Niente fragore di onde, niente frinire delle cicale, niente fruscio di foglie. Solo motori che si fermano, e portiere che sbattono. Sono avvicinato dalla solita scorta, e da quella che sembra una squadra speciale di quelle che trovi solo nei film americani, probabilmente —anzi, certamente— messa meglio di tutte le forze di polizia calabresi, e mi fanno camminare lungo una serie di sentieri in mezzo ad un bosco. È una scena molto particolare: un uomo in camicia da notte scortato da un piccolo esercito armato fino ai denti. "Chissà cosa penserebbe una persona che magari sta passeggiando in questi boschi…" Penso, mentre ci fermiamo davanti a un costone roccioso, dove l'uomo con la cicatrice, in testa al gruppo, sussurra qualcosa alla roccia. Con mio enorme stupore, metà della parete sprofonda nel terreno, svelando due porte di acciaio, pitturate con la sigla "SCP", che si aprono.

Vengo condotto all'interno di quella che sembra essere un ascensore. Iniziamo a scendere, e mentre io mi sforzo di mantenere la calma e di non andare in panico, tutti gli altri sembrano calmarsi, come se si fossero appena tolti un gigantesco peso di dosso. Ci fermiamo, le porte si aprono, e vengo condotto attraverso i corridoi di quello che riconosco essere un laboratorio. Arriviamo in una stanza, dove mi fanno sedere su una sedia. Alcune persone in camice bianco provano a collegarmi a dei macchinari, ma io li blocco con una manata, chiedendo: "Che diamine sono questi?!" Il marocchino non perde tempo a rispondermi "Elettrocardiogramma, e altri aggeggi per monitorare le tue funzioni vitali, per evitare che tu tenti di suicidarti, o peggio, che tu ci menta." "Fantastico. Vedo che avete proprio fiducia in me…" Borbotto, mentre mi attaccano ai loro strumenti. La mia ex-compagna di viaggio mi si piazza davanti, con in mano una sedia, e fa un segno con la mano. Dalla stanza accanto avviano qualcosa, e lei si siede, iniziando a pormi delle domande: "Raccontaci tutto quello che sai sul ruolo della mafia nel traffico di anomalie e nella manipolazione dell'ALDA, Pietro Mancuso." Indignato, sputo per terra, a causa di quell'improvvisa pronuncia del mio maledetto nome. Poi, senza guardarla in faccia, rispondo: "È una storia lunga, ma cercherò di sintetizzarla, anche perché non mi rimane molto tempo." Rimangono piacevolmente confusi da questa affermazione, ma solo io so che piega stanno per prendere gli eventi da adesso in poi. In un certo senso, è rassicurante. Riprendo:

"Era da più di un anno che volevo uscire da questa merda, dalla mafia. Sono il figlio di uno dei più grandi boss di questa organizzazione, la 'Ndrangheta, e fin da piccolo sono stato abituato a esserlo. All'età di quindici anni ero stato sottoposto al rito d'iniziazione e, da allora, avevo condotto la vita di un mafioso, uccidendo, trafficando e arricchendomi. Una vita che non mi è mai piaciuta, che ho accettato passivamente, come quando da bambino ascoltavi un litigio dei tuoi e non potevi fare altro che sperare che si risolvesse standotene tranquillo, in un angolino. Ma solo di recente ho deciso che ne avevo abbastanza, da quando sono entrato nell'ALDA.

Riguardo ad essa, sono venuto a conoscenza di un numero molto limitato di informazioni. All'epoca del mio ingresso nella mafia calabrese, mio padre era spesso via, in Abruzzo, dove partecipava alla creazione di una organizzazione criminale a noi affiliata, i Basilischi. Volevamo ottenere il monopolio del neonato mercato del paranormale, del quale eravamo venuti a sapere poiché alcune famiglie a noi affiliate ne avevano preso parte, e dove ci sono 'Ndrine, c'è tutta la 'Ndrangheta. Purtroppo, la storia è finita molto male: c'è stato un maxi arresto, nel 1999, che ha coinvolto proprio questo gruppo, e anche una fuga di informazioni. Le altre tre mafie, ovviamente, non hanno perso tempo a mobilitarsi.

Tra il 2000 e il 2010 prendono luogo una serie di scontri che coinvolgono noi, i pugliesi della Sacra Corona Unita, i siciliani di Cosa Nostra, i napoletani della Camorra e quella che noi chiamiamo la "vecchia guardia" dell'ALDA. Già, perché negli ultimi anni, quando mi hanno fatto prendere personalmente parte a quegli scontri, la vecchia guardia e la nuova guardia della Associazione avevano delle divergenze. Da una parte, i vecchi volevano continuare a lottare per l'indipendenza, dall'altra, i giovani volevano affiliarsi alle altre organizzazioni mafiose, poiché anche loro avevano capito l'enorme potenziale di arricchimento di questo mercato. Alla fine, tutti noi siamo attratti dai soldi, pure il più puro di cuore non può resistere alla tentazione di allargare le proprie tasche. E così, agli anziani dirigenti dei commercianti di anomalie rimanevano due scelte: integrarsi con i nuovi metodi, più sporchi e corrotti, o essere uccisi, a volte dai mafiosi, a volte dai loro stessi compagni. Nel giro di due anni, nel 2012, vengono redatti da una commissione, composta dai più grandi esponenti di ogni organizzazione, i 'Patti di Potenza', e l'ALDA diventa l'Associazione per la Libera Distribuzione dell'Anomalo.

La commissione ha stabilito una serie di normative sul commercio delle anomalie, in modo da massimizzare il guadagno di ciascun membro, e ha istituito una cassa comune, per poter sostenere finanziariamente la neonata associazione. Quando sono entrato nel giro di affari, nel 2014, oltre alle organizzazioni criminali italiane, si erano unite anche la Branca Viktor, della mafia russa, e la Triade, la mafia cinese. Quest'anno inoltre ho portato a termine un trattato di collaborazione con la mafia nigeriana, e così, dopo circa un anno e mezzo dal mio ingresso nel commercio di anomalie, ho contribuito al guadagno di circa 7 Miliardi di euro, il 27.3% del patrimonio di famiglia attuale. Ho finito."

Sono stremato. Parlare di questi argomenti mi fa sentire profondamente a disagio, e richiede molto sforzo. "Vuoi un bicchiere d'acqua? Sembri stanco." Mi chiede lei, con tono stranamente comprensivo. Faccio cenno di no con la testa, e mi metto a guardarla in faccia. Quella riprende: "Se riesci a continuare, allora, potresti dirci i nomi degli attuali membri di questa commissione?" Faccio un profondo respiro, e inizio: "Certamente. Io avevo preso il posto di mio padre, e…" Mi manca il respiro, e interrompo la frase. Qualcosa non quadra, inizio a sentirmi affaticato, e un brivido mi sale dalle punte dei piedi fino alla testa. Sento l'elettrocardiogramma di fianco a me iniziare ad accelerare, e i medici intorno sembrano agitarsi. "Probabilmente ora ci finirà mio fratello." L'immagine della mia interlocutrice inizia a sbiadire, e il brivido che mi ha recentemente percorso diventa un gelo pungente. Fa male. Sento le urla delle persone nella stanza, qualcosa riguardo alla mia temperatura corporea. "Siamo… in due, a rappresentare la… la 'Ndrangheta. L'altro si chia-" Le parole mi si fermano in gola, non ho più fiato, sono scosso da brividi lungo tutto il corpo. Quando mi volto verso il mio aguzzino, cercando di capire cosa mi stesse succedendo, quella sta gridando al pugliese qualcosa che non riesco a sentire. All'improvviso, sento una fitta di dolore partire dal mio petto, come se centinaia di aghi uscissero dal mio cuore e viaggiassero in tutto il mio corpo. Vorrei urlare, ma ho smesso di respirare da ormai trenta secondi, e non ho abbastanza fiato nei polmoni. Soffro in silenzio, paralizzato, mentre finalmente riesco a godermi quel ricordo che non ero riuscito ad afferrare fino a questo momento:

Io che gioco in acqua, mentre mia madre mi chiama, dicendo che è ora di tornare a casa.

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