Nulla da Vedere Qui
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David, 0 anni

“È davvero un bambino brillante,” disse sua madre all'infermiera. L'infermiera sorrise, assecondando la nuova madre. Ogni nuova madre pensa che il proprio bambino sia speciale, dopotutto. “No, davvero!” Tentò di spiegare la madre, accarezzando la testa piena capelluta del figlio. “Ha un udito eccellente. Sa perfino quando sta per arrivare suo padre… guardate!"

L'infermiera annuì, notando che la testa del pargolo si girò verso la porta prima ancora della comparsa del padre sull'uscio. La rimandò ad una semplice coincidenza, insieme allo stato affaticato della madre.

David, 4 anni

“David, cosa stai facendo col tuo abito domenicale?” Esclamò sua madre alla vista di lui, tutto in ghingheri, coi capelli ben oliati, le scarpette brillanti, ed il cravattino malmesso attorno al collo. “Lo rovinerai se giochi nel mentre che lo indossi.”

“Voglio stare bene per papà,” Disse, coi suoi giovani occhi fissati sulla porta. Si sistemò la giacca , con gli occhi grandi e speranzosi.

“Oh, tesoro… piccolo mio…” Gli toccò la spalla, abituata ormai alle sue sceneggiate. “Papà è ancora molto lontano. Non tornerà per un altro mese come minimo.” Era dura essere la moglie di un agente governativo. Era sempre in missione, in qualche posto esotico, ad occuparsi di questioni importanti, o, forse, qualcosa di molto peggio, a cui non voleva pensarci—

Suo marito aveva delle storie magnifiche da raccontare, eppure c'era sempre qualcosa che non raccontava. Non importava. Prima o poi sarebbe tornato da lei. E avrebbe supportato lei ed il loro bambino. Le megere del vicinato potevano dire qualsiasi idiozia su di lei che fa la madre single. L'anello al dito diceva altrimenti.

“Sarà qui in un momento,” Disse il ragazzo. “C'è stato un incidente con un vecchio amico. Ora ha bisogno di noi.” Rimase orgoglioso, da bravo uomo di casa quale suo padre gli diceva sempre che era.

Sua madre scosse la testa, aprendo la bocca per dirgli di andare a cambiarsi. Fu in quel momento che la porta si aprì, rivelando suo marito, dall'aspetto stanco in quel suo vestito blu. Gli venne incontro, abbracciandolo, e dimenticando la stranezza di suo figlio, colpevole la gioia di quell'incontro.

David, 12 anni

“Non capisco. È un ragazzo così brillante. Voi stesso avete detto che ha passato tutti i test con dei risultati strepitosi. Perché vorreste trattenerlo?” David ascoltò sua madre nell'ufficio del preside. Il suo posto nel corridoio non era abbastanza vicino per sentire cosa stessero dicendo, ma lui ascoltò comunque.

“Vostro figlio ha, come dire, vari problemi di sviluppo. Sogna sempre ad occhi aperti, guardando le nuvole o scarabocchiando sul suo quaderno. Non gioca mai con gli altri ragazzi. Non consegna quasi mai i compiti.” Il preside scambiò uno sguardo con l'insegnante di David, e piazzò le mani sulla scrivania. “Ovviamente, abbiamo motivo di credere che abbia copiato nei test.”

“Capisco,” Disse sua madre, con la schiena perfettamente dritta e gli occhi concentrati sulle sue mani. Le persone pensavano sempre che fosse una donna sottomessa, dalla poca volontà. Che, essendo una donna, ed una minoranza, avrebbe lasciato le cose così com'erano. Molte volte, era vero. Ma mai quando si trattava di suo figlio. Alzò lo sguardo, ed entrambi gli uomini fecero un passo all'indietro senza volerlo. “Avete prove di ciò, giusto?”

Fuori, nel corridoio, David formò un ghigno. Anche se quello era il corso degli eventi più probabile, non significava di certo che sarebbe davvero andata così. Era soddisfacente dimostrare di avere ragione. Ovviamente, avrebbe dovuto cambiare il suo comportamento, in qualche modo, per aiutare sua madre e addolcire gli insegnanti. Ne sarebbe valsa la pena, pur di vedere come sarebbero andate le cose.

David, 15 anni

“Mi dispiace David. Non posso più nascondertelo. Ti sto tradendo," Confessò la sua fidanzata, con le lacrime agli occhi. Erano settimane che voleva dirglielo, così che ne fosse stato al corrente per tutto il tempo.

"Mhmm," Rispose, distratto.

"Col tuo migliore amico!" Non voleva dirlo, ma quando non rispose, dovette dire qualcosa.

“Lo so,” Disse, nel mentre che continuava il suo disegno, un'immagine fotorealistica di un qualche umanoide grigio, legato ad un letto.

“Stai sempre e solo a disegnare, sembra che non mi dai ma- Lo sapevi?” Voltò la testa per guardarlo. “Che intendi con "lo so"? Come fai a saperlo? Nessuno lo sapeva! Non l'ho detto a nessuno, e Brad ha detto… oooh, te lo ha detto? Gli ho detto di aspettare, ci avrei pensato io!” Non lo disse a nessuno, anche se ne era tentato. David l'osservò per assicurarsene.

“Si.” Disse. “Me lo ha detto.” Una bugia, nulla di così difficile per lui.

Per un momento guardò quel percorso, guardò lei andare infuriata a confrontarsi col suo precedentemente migliore amico, guardò il loro enorme litigio, guardò il ragazzo far girare voci su come lei fosse di facili costumi, guardò il crollo della sua reputazione, la sua gravidanza adolescenziale, la gioia di avere un bambino tramutarsi in depressione, lei che si prostituiva per potersi permettere le droghe di cui avrebbe poi abusato. Era magnifico vedere tutte quelle piccole cose unirsi. Sia quelle brutte che quelle belle. Unirsi, per poi schiacciarla. All'ultimo momento, poco prima che non avrebbe avuto più importanza, provò pietà nei suoi confronti.

“No, mi dispiace. Sono arrabbiato.” Non lo era. “Ti ho amato.” Non era vero. “Se ti rende più felice di me, va da lui. Ma se ti fa del male…” Non finì apposta, permettendole di riempire da sola quello spazio vuoto.

E, ancora, guardò loro due diventare la coppietta più conosciuta della scuola, diventare re e reginetta del ballo, il loro matrimonio subito dopo il college. Dopo questa, smise di guardare, faceva troppo male. Avevano una vita magnifica davanti a loro. La sua invece, la sua si sarebbe scontrata contro un muro tra poco più di un anno.

“Mi dispiace David, sei così…” Cercò delle parole, ma scosse invece la testa. Lo baciò sulla fronte, e se ne andò dalla sua vita.

David, 16 anni

“David, dobbiamo parlare.” Suo padre entrò senza attendere risposta, per poi fermarsi ad osservare la moltitudine di disegni che David aveva attaccato sui suoi muri.

Di qua, una creature grigia e bianca si ergeva su un mucchio di cadaveri senza testa. Di là, una bestia si dissolveva in una vasca verde. Suo padre si riconobbe in alcuni disegni, insieme ad alcune sue gesta. Ignorò suo figlio, lasciandosi trasportare da un disegno di lui che uccide un uomo come se fosse un lupo, ad uno in cui si erge vittorioso su una pila di meccanismi, fino ad arrivare ad un disegno -qui arrossì- abbastanza esplicito, in cui è a letto con tre ragazze tinte di verde.

“Quindi è vero.” Non era una domanda. Continuò a studiare i disegni sul muro, nolente di guardare il suo unico figlio riconosciuto.

David non disse nulla.

“Mi dispiace,” Disse suo padre, con gli occhi concentrati sul disegno di un uomo morto, con un medaglione d'argento e rubino sul petto. “Mi dispiace di non esserci stato. Avrei potuto vederlo prima. Avrei potuto fermarlo prima che incominciasse."

David non disse nulla.

“Non posso… non posso nasconderlo. Non nella mia famiglia. Non con tutto quello che è accaduto prima. Sono già abbastanza sotto pressione per via degli altri, ed ora, con tuo zio…" Si voltò, muovendo lo sguardo su di un disegno sopra il letto di David. Un ragazzo legato ad una sedia, col sangue che usciva dalle orbite vuote. “Ma forse c'è ancora qualcosa che posso fare."

David guardò tutte le cose che suo padre non disse. Guardò come fuggì, solo per essere catturato e rinchiuso in una scatola per il resto della sua vita. Oppure, sparato da un agente nervoso. O trasformato in un vegetale, come lo zio che non avrebbe mai incontrato. Guardò così tante alternative, eppure, alla fine, tutte conducevano a tre scelte. Morte, scatola, o questo.

David non disse nulla.

“Conosco… beh… non è un amico. Un conoscente? Conosceva tuo nonno. Lo definiscono come un mangiatore di poteri. È la nostra ultima risorsa. Farà…” Lo sguardo di suo padre slittò verso il basso, vedendo un disegno sotto al letto. Un disegno di un ragazzo dal volto innocente e i capelli rossi. “Farà male. Ma starai al sicuro.”

Ancora, David non disse nulla.

“Allora?” Domandò suo padre, più forte di quanto volesse, girandosi finalmente per vedere suo figlio. Fu scosso dal vedere lacrime sul suo viso, solitamente stoico. “Allora?” Ripeté, alzando la voce. “Non hai nulla da dire?”

“Non importa,” Disse David, con lo sguardo bloccato su suo padre. “Ho visto tutte le possibilità. Ho visto tutto ciò che facciamo. Non importa ciò che dico. Accade comunque. Certe volte prima. Certe volte dopo. Lì è anche peggio." Suo padre distolse lo sguardo, incapace di mantenere il contatto visivo. "Quindi no, non ho nulla da dire."

L'uomo più grande tornò a vedere i disegni, concentrandosi su quello che assomigliava al suo stesso padre, in piedi davanti ad una tomba. Questo temprò la sua decisione, quella per cui era lì.“Mi dispiace, David.” Disse suo padre. "So che pensi di essere intelligente, ma certe volte non ci sono buone risposte. Vado… vado a sistemare il tutto.” Suo padre, un uomo che aveva affrontato dei antichi senza battere ciglio, scappò dalle semplici emozioni del suo stesso figlio.

David non disse nulla.

David, 16 anni e ½

David urlò. Urlò per tanto, tanto tempo.

David, 18 anni

“Quindi tua madre aveva ragione. Non ha funzionato.” Il padre abbassò lo sguardo sul suo figlio cieco, insieme al dipinto sulla sua scrivania. Mancava della perfetta qualità simil immagine che aveva dapprima del mangiatore, ma era ancora riconoscibile. Sei ragazze morte. Una settima incinta. L'uomo più grande distolse lo sguardo, desiderando di poter dimenticare certe cose. Purtroppo, qualcuno doveva ricordarle.

“No. Te l'ho avevo detto.” David non alzò lo sguardo. Sarebbe stato inutile. Vedeva il presente con la stessa facilità con cui vedeva il futuro. Dipendeva interamente da lui dove sarebbe finito lo sguardo, dove il suo corpo avrebbe puntato non aveva importanza.

“Possiamo riprovare,” Disse suo padre, piazzandogli una mano sulla spalla. Venne scostata immediatamente. “Possiamo trovare il punto da cui ha origine, rimuoverlo…”

“E fargli mangiare altre parti di chi e cosa sono? No. No. Non diventerò un idiota cerebralmente morto, buttando via la mia vita, come avete fatto con mio zio.” Disse David. La sua mano strinse con imbarazzo il pennello mentre scarabocchiava il dipinto, con dei colori bui che uscivano dal pennello, usati per formare simboli oscuri attorno alla ragazza.

“Non hai una scelta!” Urlò suo padre, perdendo il senso del controllo, la sua voce rimbombante nella piccola stanza. Strappò il pennello dalla presa di suo figlio, non sapendo cosa potessero rappresentare quelle rune, interessato solamente nel prevenirle. “O ti sistemiamo, o ti rinchiudiamo! Non vedrò un altro dei nostri in una di quelle celle.”

“Non devo essere sistemato." Disse David, sussurrando. "Non sono rotto.” Alzò la testa. Il suo volto senz'occhi guardò la finestra, o forse attraverso. “Ma hai ragione. Non vedrai un altro dei nostri in quelle celle, non se non avrò più nulla a che fare con te."

"Ce l'ho una scelta.” Sollevò la testa come per sentire qualcuno. “Ho sempre avuto una scelta. Semplicemente non ho guardato più in là. Vedi, ho parlato con mia zia.”

Il vecchio si preparò. Alzò la testa, aprì gli occhi, indeciso se fosse meglio combattere o scappare. Si appoggiò al muro più vicino guardando intorno a se, alla ricerca di qualsiasi dettaglio, preparatosi ad un'imboscata. Quando non si mostrò nessuno, allontanò la mano dall'arma di riserva e si rivolse a suo figlio. “Sarai un reietto. Perennemente in fuga. Dovrò comunicarglielo, e loro ti dovranno cercare. È il mio dovere, il mio lavoro.”

“Lo so. Avrai sempre il tuo lavoro. Lo hai sempre avuto. Ma ora potrò sempre essere un passo avanti a te. Proprio come lei. Addio. Dì alla mamma che la amo.” Nel mentre parlò, il suo corpo scomparve gradualmente; per un istante solo i colori, seguiti poi dalla solidità. Rimase solo un profilo, dispers0 poco dopo nell'aria.

Suo padre guardò, alzando una mano. “Addio David.”

David, 21 anni

Quindi andò a vivere con sua zia. Quella che gli offriva non era una vita facile, ma una libera. Poteva sorridere e, anche se forzatamente, era l'inizio della sua felicità.

Nel primo anno in cui era con lei, imparò a guidare le sue visioni. Metterle al loro posto, così che sarebbero venute quando lui le avrebbe chiamate, e non quando volevano. Era un lavoro estenuante, l'equivalente mentale di imparare a passeggiare su di un lato del Monte Everest. Con la pratica, divenne più facile e ne fu capace.

Nel secondo anno in cui era con lei, imparò cosa doveva fare per assisterla. Usò le sue visioni per osservare le password con cui gli scienziati imprigionavano le persone. Usò le sue doti artistiche per disegnare mappe di luoghi che andavano infiltrati. Cosa più importante, ascoltò gli agenti in giro per il mondo, riportando il modo migliore per liberare i loro confratelli.

Il terzo anno andò da lei con una semplice richiesta.

“Voglio fare di più,” Le disse.

“Di più?” Sua zia chiuse con attenzione il libro davanti a lei, con una leggera smorfia. “Fai già così tanto. Cosa vorresti fare di più?”

“Ho avuto… delle visioni.” Fece una faccia nel mentre che lei sorrise dalla commiserazione. “Cioè, più del solito. Penso… penso si trattino di richieste d'aiuto. ”

“Mostramele,” Esclamò sua zia, toccandogli la mano.

In una cella in un ospedale di Singapore, una ragazza tremava senza controllo. Ogni suo movimento la faceva vibrare, facendo rimbalzare il suo corpo da una parte all'altra della stanza. Certe volte poteva trattenerle abbastanza a lungo per mangiare, o per bere, per poi tornare alle sue vibrazioni, a volte talmente potenti da poter distruggere quel che tocca.

A Seattle, un uomo dai grandi occhi si assopiva sotto un ponte, al sicuro tra le braccia d'un troll di cemento. Quando mendicava lo faceva sottovoce; vide già tempo fa i danni che la sua voce poteva causare. Solo perché potresti comandare le persone, non significa che dovresti farlo.

Nelle giungle del Perù, una persona dal genere indeterminato strisciava per il sottobosco. Alzava la testa e piegava la lingua, in cerca di una preda. Era stata cacciata di casa per per essere stata contaminata dall'altro.

Nelle strade di Londra, qualcuno faceva il proprio lavoro alla ricerca di un John qualsiasi in cerca di una soluzione rapida. Il corpo cambiava contro la sua volontà, diventando ciò che il cliente voleva che fosse, non importava quanto la mente si ribellasse.

Un'idea senziente si alloggiava negli sporchi pensieri della peggior feccia che potesse trovare, come se stesse cercando disperatamente di nutrirsi di coloro che non sarebbero mancati a nessuno, non capendo che così avrebbe solo peggiorato le cose.

Una donna dai capelli rossi della squadra avversaria fece un balzo quando realizzò di essere guardata da qualcuno. Era in cerca del suo fucile anche quando la scena stava cambiando, conscia che qualcuno era in cerca di lei.

Ancora e ancora, gli scenari continuarono nelle loro teste, mostrando bambini, adulti, umani e non in cerca d'aiuto, inconsci del nesso fra di loro. Se i suoi condotti lacrimali funzionassero ancora, avrebbe pianto. In ognuno di loro, nelle loro facce, vedeva una parte di se stesso. Bianco, nero, asiatico, scaglioso, amorfo, lui sentì comunque il legame che li univa, quella sensazione di assomiglianza che li accomunava.

“Ah. Hai trovato la famiglia,” Disse sua zia, annuendo. “Mi chiedevo se l'avresti fatto.”

“Fanno tutti parte…” Disse, interrompendosi mentre guardava tutti i possibili posti raggiungibili.

“Della famiglia? Si, anche se usano tanti altri cognomi. D’argent, Navon, Azayaka, Mushriq e molti altri. Molti sono il risultato dei miei genitori, altri dei miei fratelli. Altri hanno legami molto più contorti. Ma sono sempre parte della famiglia.” Sorrise, pensando a tutti i membri della famiglia che riuscì a salvare. Il sorriso scomparve in fretta, pensando ai due che non salvò.

“Com'è possibile che tutte queste cose siano parte della nostra famiglia?” La sua mente sfrecciò cercando possibili connessioni, insieme a tutti i luoghi in cui potesse essere utile.

“Saresti sorpreso dai luoghi in cui la nostra famiglia mette il cazzo. Ho un fratellastro che è verde,” Disse.

“Beh, non è così str-“

“Non nel senso che ha la pelle verde. È il colore verde,” Lo interruppe.

“Oh.” Ci pensò un po', prima di arrendersi. “Ma fanno comunque parte della famiglia, giusto?”

“Certo. Pensano di essere soli. Hanno bisogno di qualcuno che gli dimostri il contrario.” Disse. I suoi occhi guardarono il suo viso, un sorriso gentile gli mostrò che era capace di leggere i suoi pensieri.

“Ed io posso essere quel qualcuno.” Rispose. Riuscì a vedere tutti quei sentieri intrecciarsi, grazie a lui. Diventò qualcosa molto più grande di ciò che erano.

“Pensi di averne i requisiti?” Gli chiese, con gli occhi puntati addosso.

“Certo che ce li ho.” Le sorrise, il suo primo vero sorriso da quando perse gli occhi. “Sono "Forte". No, più di questo." Non si sarebbe lasciato definire solamente dal suo cognome. "Non sono solo "Forte"1, sono anche brillante.”

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