Metà Strada
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— Allora, è finita la riunione?

Laura annuisce. La vedo stanca, allora le preparo un caffè e una fetta della torta che ho ricevuto stamattina. Si lascia cadere sulla sedia e sospira.

— Sì, è finita, grazie a Dio. Odio le riunioni. Soprattutto con la Sovrintendenza. Grazie per la torta, comunque, è per un'occasione speciale?

Sorrido.

— Sì. Mia moglie e i miei figli me l'hanno regalata stamattina. Oggi è il mio compleanno.

Laura sorride.

— Oh, è vero? Auguri, Niceto! Quanti hanni hai?
— Grazie. Ho 48 anni.

Guardo la data sul mio calendario. Venerdì 29 novembre 2019. Quarantotto anni fa, in un ospedale di Napoli, vedevo il mondo per la prima volta, tre mesi prima della data prevista. Troppo piccolo, troppo magro, nemmeno finito. Fortunatamente me la sono cavata bene.

— Un altro anno superato…

Laura sembra sorpresa.

— Tutto bene? — mi chiede.

Faccio spallucce.

— Non hai mai pensato "Sono sopravvissuto per un altro anno all'inferno della Fondazione"?

Laura scuote la testa.

— Niceto, se lo pensassi, avrei lasciato questo lavoro. Meglio non pensarci troppo.
— Ma ci pensi comunque.
— Già. È inevitabile. Sono io la direttrice, Niceto, la sicurezza di questo sito è affare mio. Non posso non pensare a tutti i rischi che corro lavorando qui.

Mi sorride. Sembra così calma. E continua.

— Tu fai lo stronzo pretenzioso ma hai paura, Niceto. Non abbiamo lo stesso rapporto con la morte. Non abbiamo conosciuto la Fondazione alla stessa maniera. Fai lo spaventapasseri con i novellini e con il resto del CCB, ma so che dentro di te hai paura. Ma è normale aver paura. È normale. Soprattutto per te. Io me ne frego, vivo da sola e senza figli. Non è la stessa cosa per te. So che hai rischiato la morte diverse volte.

Mi alzo, quasi furioso. Sembro Arianna quando qualcuno gli parla di sua madre, che l'ha abbandonata quando aveva sette anni.

— Come mai, Laura? Come mai?

La sua voce diventa più severa.

— Credi davvero che io non abbia letto il tuo dossier? Quando sei nato prematuramente, quando sei quasi annegato a sette anni e quando sei stato attaccato da SCP-027-IT quando ne avevi 23. Tu hai un rapporto stretto con la morte ed è per questo che proteggi molto i tuoi figli.

Cazzo, lo sa! Come lo sa?

— Che c'entra con il mio dossier? C'est quoi le problème, putain?

Con calma, Laura mi dà una tazza di tè. Mi viene in mente che sono napoletano e che non mi piace il caffè. L'odore mi fa vomitare e quindi preferisco bere il tè. Che razza di napoletano sono?

— Hai tre figli. Un bambino di quattro anni, ma anche due figlie con la tua prima moglie. Sei un padre, Niceto. Se io muoio, non mancherò a nessuno. Tu, se muori, mancherai a tua moglie ma anche ai tuoi figli. Come si chiamano?
— Charlotte, Elisa e Salvo.

Come se lei non lo sapesse…

Cazzo, voglio tornare a casa.

— Ecco — continua Laura. — Me l'ero dimenticato. Sei un marito. Sei un padre. Un figlio. Hai paura di morire e di lasciarli tutti.

Sospiro.

— Ma hai detto che è una cosa normale.
— E lo è. Lo è, Niceto. Viviamo ogni giorno con la morte intorno a noi. Con queste entità microscopiche ma così pericolose. Questo sentimento di paura e tutte queste conoscenze, che dobbiamo nascondere perché il mondo non deve sapere. Che devo nascondere e che tu devi nascondere. Da tua moglie, dai tuoi figli, e forse anche dalla tua ex-moglie.

Torno alla finestra e mi sforzo di guardare fuori, così Laura non mi può vedere.

— Per favore, non nominare la mia ex moglie.

Dinanzi ai miei occhi torna quella scena. Lei, nella tomba. Io, che abbraccio Elisa e Charlotte, incapace di non pensare che sia solo colpa mia. Prima di andare al lavoro, le avevo detto "I soldi che ho messo qua sono per comprare quaderni, penne e una calcolatrice per Charlotte, non per comprare una televisione, razza di stupida!". Sei ore dopo, c'era la polizia a casa. I vicini piangevano. Ricordo ancora le loro parole: "Oh, Nini, è terribile! Le tue figlie… tua moglie… Oh, Nini, hai tutto il nostro supporto". Due minuti dopo, ero al sesto piano. Seduto sui gradini, piangendo tutte le mie lacrime.

Morta. Era morta. Assassinata. Lasciando due figlie senza alcuna protezione.

No, non posso dire questo. Non è colpa sua, ovviamente, non ha mica chiesto lei di essere assassinata.

Elisa e Charlotte non sono le mie figlie, ma non importa: le ho cresciute, ho pagato loro la scuola, il cibo, i vestiti, ho insegnato loro l'italiano e dato tutto il mio amore. All'epoca, pensavo che non sarei mai diventato padre, di essere inadatto. E invece, lo sono diventato per quelle due meravigliose bambine: a scuola, coi colleghi, persino dinanzi al giudice durante il lungo processo contro il mostro che ci ha strappato via Hélène, mi presento sempre come il padre di Elisa, che sono davvero per la legge, ma anche di Charlotte, nonostante non sia mai riuscito ad adottarla. Il procuratore della Repubblica pensava che lo facessi solo per ottenere la cittadinanza francese, ma me ne fregavo della cittadinanza: m'importa solo proteggere Charlotte.

E al funerale, ero l'unico membro della famiglia di Hélène ad essere presente. Io, suo marito. L'unico ad abbracciare le sue figlie, le nostre figlie, che non hanno potuto salvare la loro madre e che l'hanno vista morire di fronte a loro senza poter fare niente. Charlotte si sente ancora in colpa ed è tormentata dagli incubi, dieci anni dopo. Anche se tutti, i vicini, i miei genitori, la polizia, i medici, io stesso, le abbiamo ripetuto che non era colpa sua.
Non è stata colpa sua, non lo sarà mai. Aveva undici anni, povera figlia mia, e anche ora che ha 21 anni non avrebbe potuto fare niente.

E le ultime parole che ho detto a mia moglie sono state insulti!
Se io fossi rimasto lì, forse avrei potuto salvarla? Ero ancora malato quel giorno. Hélène voleva che io telefonassi al laboratorio per dire che sarei stato assente, ma ci sono andato comunque.
Se fossi rimasto a casa, avrei potuto salvare tutte e tre…

— Niceto? Tutto bene?

Sento qualcosa di umido scorrermi lungo le guance. Sospiro e riprendo il controllo di me. Un uomo non piange. Mai.

— Tutto bene Laura, grazie.

Guardo il cortile. Tutti sembrano così contenti, tranquilli, intenti nel fare il loro lavoro. Vedo la Squadra β della SSM-VI uscire da un elicottero. Gli agenti sono guidati da Lorenzo. Potrei aprire la finestra e urlare una battuta squallida ma non lo farò. Lo contatterò dopo, per bere un caffè. Avrò bisogno di una delle sue brutte battute.

Magari più di una.

Sospiro ancora.

L'unica cosa "positiva", con centomila virgolette, è che dopo la morte di Hélène ho potuto fare qualcosa per Charlotte. Hélène è stata buttata fuori di casa dei suoi genitori quando aveva 16 anni. Una cosa che proprio non capisco: come cazzo è possibile fare una cosa così orribile? L'ho saputo solo quando la giustizia me l'ha detto. E anche Elisa e Charlotte non lo sapevano. E i genitori di Hélène hanno fermamente rifiutato di occuparsi delle loro nipoti. Non ci volevo credere. Per me, che sono cresciuto in una famiglia che mi ha dato tutto l'amore di cui ha bisogno un bambino, era inconcepibile la possibilità di abbandonare il proprio figlio. Che sarebbero stati infami con me, me l'aspettavo, ero preparato. Non sono stato deluso, è rapidamente arrivato il "Ah, non è nemmeno francese". L'incontro durò poco: sono uscito della stanza dopo aver urlato tutte le imprecazioni, napoletane e non, che conosco. Se Chiara fosse stata presente in quel momento, mi avrebbe dato uno schiaffo che me lo sarei ricordato per anni e mi avrebbe rimproverato. Non le ho mai fatto paura e anche se ho 15 anni in più rispetto a lei, non ha mai esitato a mettermi in riga.

Ma in quel momento, non conoscevo Chiara. Ero da solo di fronte a due mostri.

La procedura per sapere chi dovesse occuparsi di Charlotte durò parecchio, e ritardò il mio arrivo alla Fondazione. Ma alla fine ho vinto. Hanno preferito il patrigno, un biochimico napoletano, ai nonni che non volevano nemmeno occuparsi della loro nipotina. Sono diventato il tutore legale di Charlotte. Io, quello che aveva voglia di diventarlo. E finalmente sono potuto tornare in Italia.

Con lei. Con loro. Con le mie figlie.

Non sono mai stato così contento. Fiero. Sono uno stronzo orgoglioso, l'intero personale del CCB lo dice, e sono d'accordo con loro. Ma quella volta avevo fatto qualcosa di buono. Sono diventato il "protettore" di una bambina; per me era una prova che la legge si fidava di me. La crescita di due bambine toccava solo a me. Una missione difficile, ma ce l'ho fatta. Ce l'ho fatta e sono così felice del risultato: Elisa finirà presto il liceo e Charlotte si sta facendo onore all'università di medicina.

E Salvo, mio Dio, Salvo, lo amo tanto. Sono tanto fiero dei miei figli!

— Niceto? Ecco, per te.

Mi dà un pezzo della torta. Mi sento esaurito.

— Grazie mille Laura.

Si siede di fronte a me.

— Da quanto tempo sei membro della Fondazione?
— Da dieci anni, — rispondo. — La Sovrintendenza mi ha reclutato nel 2009 per diventare l'assistente del dottor Calabresi. Quando mia moglie è morta, stavamo per trasferirci in Italia, lei, io e le bambine.
— E dove lavoravi prima?

Perché mi fa tutte queste domande ? Non ha letto il mio dossier?

— Ero biochimista al laboratorio Mérieux, a Lione. Un laboratorio pericoloso così come questo Sito, in cui la contaminazione porta alla morte1.

Soprattutto per qualcuno come me, che sono sempre malato. Un'intera procedura di decontaminazione in più, ogni volta che esco da una stanza. Fottuti polmoni rimasti incompleti.
Se fossi nato alla data prevista, il 5 febbraio 1972, forse avrei polmoni forti e sani e non sarei sempre malato.
E forse non sarei uno stronzo, ma questa è un'altra storia.

— E perché non lavoravi in Italia? E perché specialmente a Lione?

Chiudo gli occhi. Sono dei bei ricordi.

— Ho un livello quasi C1 in francese e ho studiato per due anni all'università Claude Bernard di Lione. Ho preso 17 su 20 alla tesi. Il laboratorio Mérieux mi ha assunto subito. Avrei potuto lavorare a Parigi, è vero, hanno un laboratorio simile. Ma è un laboratorio militare e non sono un militare.

Laura finisce il suo caffè.

— Mi interessa molto il modo con cui i ricercatori, agenti e guardie vengono reclutati, — dice lei. Perché specialmente loro? Perché specialmente noi? Che abbiamo di particolare? Che abbiamo fatto? L'abbiamo meritato? Deve per forza essere un onore? Se io avessi rifiutato, cosa sarebbe successo?

Non lo so. Non ci ho nemmeno pensato. Forse sarei rimasto un semplice biochimico a Lione. Forse avrei potuto adottare Charlotte. Forse avrei avuto un bambino con Hélène, un bambino di cui sarei davvero stato il padre. Forse avrei potuto ottenere la cittadinanza francese.

Ma sono "forse". Solo "forse". E con dei "forse", tutto è possibile. La vità è una successione di scelte che poi conducono ad altre scelte e tutto quanto. Se non avessi fatto la scelta di lavorare per la Fondazione, la mia vita sarebbe stata tutt'altra. Non avrei incontrato Chiara e avrei finito la mia vita in Francia.

Se potessi tornare indietro, rifiuterei?

No. Non rifiuterei. E non solo perché mi ha permesso di tornare in Italia, di incontrare Chiara e di diventare il padre di Salvo. Ho accettato perché ho avuto la sensazione di essere utile, stavolta. Mi faccio delle domande, forse troppo spesso. Ma salvo il mondo. Proteggo il mondo. Sono l'ostacolo al pericolo. Ed è per questo che sono orgoglioso di fare questo lavoro, di essere il coordinatore del CCB. Grazie a me, la gente può continuare a vivere senza preoccuparsi dei rischi che corro ogni giorno, perché correre quei rischi è il mio lavoro.

Sicurezza
Contenimento
Protezione.

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