Memorandum
voto: +7+x
blank.png


Per quanto sdegnosa possa essere la memoria umana, seppellendo nel profondo il proprio tormento, questa non è mai al sicuro.
Perché non è morto ciò che in eterno può attendere.

Un freddo sole rosso, sul punto ormai di sparire in fondo alla pianura, illumina debolmente l’aria delle campagne lombarde proiettando sui campi, costellati di germogli di grano, una lunga ombra nera appartenente a una altrettanto nera figura. Le gambe marciano rapide; sulla coscia l’insistente ticchettio della beretta; negli occhi la fermezza della convinzione. Quante volte aveva tenuto quella stessa andatura? A quanti aveva puntato la stessa arma? In quanti compagni aveva visto lo stesso sguardo? Una realtà a lui fin troppo familiare, quella della guerra, così come per tutti i figli dell’Europa di quello sfortunato secolo: un germe inarrestabile e infame da cui nessuno, ricco o povero, in campagna o in città, ebreo o purosangue, è rimasto intatto.

La vita prima della guerra la ricorda bene. L’età felice dell’infanzia che aveva trascorso proprio in quei campi: gli stessi odori e panorami che ora lo circondano l’hanno accompagnato a lungo, li conosce meglio di se stesso, avendo speso ore innumerabili a rimirarli nell’intimità della sua mente, tra le mura di una cabina; adesso gli sussurrano dolcemente i rimproveri del padre, le insistenti attenzioni della madre, la musica delle feste. Ma soprattutto le risate di Franco, suo fratello maggiore. Insieme erano soliti correre nel fango e fare la lotta per la strada - a volte uno contro l’altro, altre tutti e due contro quei bulletti dei Bresciani a cui per ripicca, tutti ammaccati e anche un po’ umiliati, rubavano le mele dall’orto. O ancora, certe notti sgattaiolavano fin nel pollaio dei Fumagalli solo per rubare un uovo e, non potendo confessare alla mamma la malefatta per cuocerli, li mangiavano lì, crudi, succhiandoli dal guscio.

La mamma e il papà, loro erano delle brave persone: come dimenticare l’apprensivo affetto dell’una e i regali che puntualmente l’altro portava dalla città quando vi si recava per affari? Credenti fino al midollo, caratterizzati da quell’ingenuità e concretezza tipiche della vita rurale che nella sua successiva vita urbana aveva scoperto essere o disdegnate o romanticizzate, ma mai comprese nel loro complesso, sempre relegate a un mondo altro, abbandonato, composto dei vecchi uomini. Nessuno lì sembrava davvero capire l'equilibrio, la pace e l'ordine di quella vita. Ma in campagna c’era anche qualcun altro, una ragazza per l’esattezza: la sua dolce Tonia. Conosciuta a una festa di paese - in realtà il piano iniziale era che Franco dovesse far colpo, ma aveva preso una piega inattesa - avevano sentito subito, con la semplicità dei bambini, un legame speciale che promise di difendere ad ogni costo.

L’uomo si ferma all’improvviso, piegato dalla nausea e una fitta allo stomaco; quando si riprende e alza lo sguardo, vede finalmente in fondo alla strada il suo obiettivo: la grande villa in mattoni, ancora coperta dall’alto cancello, ma visibile nonostante l’avanzare delle ombre. Muove avanti con ancora maggior fretta, ora i suoi ricordi iniziano a mutare di segno, si fanno più bui di passo in passo. Aveva solo dodici o tredici anni quando la Grande Guerra era scoppiata; ricordava che il padre tornava dalla città sempre più eccitato, aveva sempre l’esercito sulle labbra e portava persino in casa dei giornali di cui a sera, con difficoltà, leggeva e rileggeva sempre le stesse pagine, sognando di marce vittoriose e rivalsa della nazione. A nulla era servita l’opposizione della moglie quando questi, una mattina come tante, aveva annunciato che andava a prendere le armi, sparendo per sempre di casa insieme a un’atmosfera, una dolce innocenza, che il figlio non avrebbe mai avuto indietro.

La campagna divenne silenziosa, le feste erano rare e amare e Franco, ormai prossimo all’età adulta, si rifiutava di uscire a giocare: ormai era l’uomo di casa, lui gestiva il lavoro per quel che poteva, lui compiva i viaggi in città e lui leggeva le lettere che giungevano dal fronte, impedendo a chiunque altro anche solo di tenerle in mano; ne dava un sunto edulcorato e sempre uguale, ma nei suoi occhi si leggeva un pessimismo da gelare le vene. Per anni, quella sensazione di impotenza e di alienazione da chi fino ad allora aveva conosciuto come se stesso gli mangiò fegato e cuore. Come poteva la sua vita esser stata stravolta dal giorno alla notte? Cosa poteva farci, lui, se lontano sui monti si combattevano gli austriaci e i tedeschi? Perché abbandonarlo?

Venne il giorno, infine, in cui anche Franco dovette partire. Da lui non ricevette mai nessuna lettera, né osò aprire quelle del padre, come temesse ancora l’aura autoritaria di quel nuovo fratello che aveva conosciuto nei suoi ultimi anni. La guerra finì di lì a poco, ma la casa rimase vuota: la madre non sopportò i lutti, né lui la vista costante di quelle campagne divenute ormai uno sconfinato mausoleo a cielo aperto. Preferì trasferirsi in città per costruire un nuovo nido di pace e non fu molto prima di sposare Antonietta. Anche lei, toccata dal conflitto, aveva cercato in lui un nuovo inizio: lei aveva salvato lui, lui aveva salvato lei.

Salvo diversa indicazione, il contenuto di questa pagina è sotto licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 License