Un solo suono. Un lampo rosso. Un botto echeggia nella villa e il corpo di Cesare crolla a terra esanime. Forse è solo l’illuminazione, ma ora, in quella penombra, giurerebbe di vedere quell’angolo destro della bocca contorto in un macabro sorriso. Alessandro resta immobile a fissarlo con la morte negli occhi, nella testa un rapido susseguirsi di immagini sepolte nel profondo della memoria. Quel cadavere a terra è irriconoscibile, eppure sa chi è, sa che per la seconda volta ha ucciso il suo compagno. Due anni. Gli archivi. Ma se solo l’avesse saputo! Quanto si era tormentato, lacerato dal dubbio, dal risentimento, ma cos’altro avrebbe potuto fare? Aveva ancora nelle orecchie l’orrendo suono dell’esplosione, sulla retina le lunghe lingue dell’incendio. Perché? C’era un altro modo? Cosa sarebbe successo se Cesare avesse portato a termine le sue ricerche? Un’arma della mente, il sovvertimento della guerra. No, non avrebbe mai potuto permetterlo, non con gli americani alle porte, non altro sangue, basta! Sente la testa andare a fuoco, gli occhi immobili sono sul punto di scappare dalle orbite, le budella si torcono in una convulsa e agitata sfrenatezza, la mano perde la presa, tutto il corpo è percorso da rigidi spasmi. Si piega e si distende, barcolla a gambe larghe ora a destra, ora a sinistra, un po’ avanti e un po’ indietro come una fiamma in mezzo alla tempesta. Quando infine collassa ha già perso ogni coscienza delle proprie membra e del mondo circostante, nella sua testa riecheggiano violente in un grido feroce le ultime parole dell’amico: non le sopporta, cerca di strapparsi le orecchie ma è del tutto inutile. L’orrore lo perseguita dall’interno senza riparo: traditore, traditore, traditore! Le memorie vorticose emergono con turbolente dall’ombra in cui erano state confinate e una più di tutte si distingue per vividezza e sgomento.
Antonietta, la sua Antonietta, lei aveva capito tutto fin da quando le leggi sulla razza erano state concepite in Germania. Lo vedeva già, l’orrore, o povera Antonietta, ma lui era troppo accecato dall’orgoglio e l’ambizione per capirlo: la rassicurava, le diceva con voce ferma che i suoi contatti l’avrebbero protetta, che mai nessuno si sarebbe preoccupato del suo sangue giudeo. Ma era inutile, niente bastava a tenerla tranquilla e mentre gli anni passavano diventava sempre più ingestibile. Urla, pianti viscerali lunghi e frequenti, sempre più disperati, impossibili da nascondere agli occhi dei figli, nei quali la madre distrutta e paranoica quasi a toccare la follia ispirava per istinto le stesse paure. Giornate orribili, caotiche, in cui per tranquillizzare i bambini e mantenere l’ordine e la serenità in casa si era visto costretto ad allontanare la moglie, mandarla con la forza in casa di amici, zittirla o minacciarla.
Cos’altro avrebbe dovuto fare? Poteva forse permettere un tale delirio in casa sua? Doveva lasciare che distruggesse la quiete dei bambini con le sue esplosioni di angoscia? Tuttavia, passavano gli anni e la situazione si faceva sempre più nera: lo Stato divenne sempre più duro, le leggi razziali giunsero in Italia e persino all’interno dell’Istituto i suoi colleghi avevano cominciato a essere rimossi dai loro ruoli o a sparire misteriosamente. Non poteva più fidarsi, ma che fare? Per scappare all’estero ormai era tardi e comunque non voleva abbandonare il Paese. L’unica opzione viabile era di inscenare la sua morte, sì, e poi nasconderla, di certo qualche idea poi gli sarebbe venuta: e così fece. Finsero un incidente, il suo carro caduto in un fiume con tanto di cavallo, chi mai avrebbe sospettato di un corpo sparito in un fiume? Poi lei si rifugiò sola nella vecchia casa di campagna di Sandro. Sì, proprio in quelle stesse stanze dove ora provava vergogna e soggezione a muovere un singolo passo, sotto gli sguardi attenti di tutti i suoi fantasmi. Nessuno mai la trovò lì, era al sicuro, era perfetto! Chiaramente i bambini non ne sapevano niente, meglio tenere il tutto più quieto possibile, a loro si sarebbe detto che era solo in viaggio da qualche parte. Poi venne quel giorno infame.
Di fronte ai suoi occhi si scatena inarrestabile un vortice di immagini, suoni ed emozioni finalmente libere dalla prigionia. Un grido selvaggio e rotto risuona nella campagna desolata. Frammenti di ceramica sul pavimento. Il sole rosso nella notte. Una donna grida in una stanza buia e remota. Franco lo guarda da lontano, nei suoi occhi non legge nulla, non capisce cosa dice, ma sente che lo odia profondamente. Eppure uno, uno solo di questi riesce a ingabbiarlo in una visione orrificante e non può fare altro che riviverla passivamente.
È in casa sua, la testa occupata da pensieri dolorosi e pesanti, dall’altra stanza si sentono i giochi dei bambini, più silenziosi e rari di un tempo, ma che continuavano nondimeno ad animare il luogo. Qualcuno bussa alla porta, un ufficiale dell’Istituto, uno stretto collega con cui, però, non aveva condiviso molte giornate: un uomo tutto sommato caloroso, ma estremamente preciso e diligente. Subito gli offre di accomodarsi in cucina e mette su il caffè. — Cosa ti porta qui? — chiede con sottile tremore del labbro.
— Non posso visitare un collega? — un sorriso si fa strada da sotto i folti baffi.
— Certo che sì. Mi sembrava solo che fossi un po’ tanto indaffarato di recente. Matteo ti ha forse dato buca? —
— Eh, sai com’è. La gente mi viene a noia velocemente e nessuno con un minimo di buon gusto vorrebbe passare più di qualche giorno con un tale deficiente, mi perdonerai la scortesia. —
— Non lo conosco a sufficienza, né rifiuto ospiti: si sta soli qui dentro —.
— Oh, immagino… — Ci fu un breve silenzio, poi riprese: — Sai, Alessandro, in realtà sono passato perché mi ero accorto che in tutto questo tempo non ti avevo ancora portato le mie condoglianze. Che maleducazione. Come stai? —
Alessandro si fermò un momento prima di rispondere, una strana luce l’aveva colpito in quel volto così ombroso, dai baffi, capelli, occhi e vestiti neri come la pece. Con una lieve esitazione nella voce disse: — In fondo, forse è meglio così: negli ultimi anni era diventata irritabile. Questa situazione, lei non riusciva a gestirla. Starà meglio all’altro mondo —.
— Già, d’altronde sei sempre stato un uomo forte. Insomma, è anche un’opportunità per trovarti una donna che sia più alla tua altezza, dico bene? — Il padrone di casa forza un mezzo sorriso. — Scusa, troppo presto, immagino. Certo, d’altronde l’emotività umana non si può del tutto ignorare. Ma più che altro, mi preoccupavo dei vostri figli: “come avranno vissuto questa tragedia improvvisa, le povere anime?”, mi chiedevo, ma noto che stanno sorprendentemente bene —.
Inizia a sudare freddo: — G- già, ho cercato di addolcire la pillola come potevo. Crescendo scopriranno… —
— A ciascun genitore il suo, immagino… — Quegli occhi cupi lo scrutano nel profondo, non regge il confronto. Volge il capo, sguardo basso; inizia a sentire un tremore corrergli sulle braccia. Poi un tuffo al cuore:
— Insomma, dove l’hai nascosta? —
Le palpebre gli si allargano di riflesso e si ritrova a fissarlo terrorizzato: per un breve attimo, gli pare di vedere una smorfia di sadica gioia, poi entrambi si ricompongono: — Che- Cosa intendi? —
— La tazza, no? Ormai il caffè è pronto —. In effetti, la caffettiera sta gorgogliando già da un po’, ma per qualche motivo non l’ha sentita.
Si alza dal tavolo con le gambe molli e si dirige alla cucina per dei secondi interminabili: il cuore gli sfonda il petto, sembra seguire lo stesso incessante ritmo del gorgoglio. La testa, paradossalmente, è vuota, non riesce più a pensare a nulla. Cosa sta succedendo? Come può salvarsi? Che succederà a Tonia? Nulla di tutto ciò ha una risposta. Ma l’hanno davvero scoperto o se lo sta sognando? No, l’ha visto quel sorriso: sta giocando con lui, si diverte. O forse non è ancora arrivato al punto perché gli restano dei dubbi? Se gioca bene le sue carte- Un sottile fracasso lo risveglia. Ai suoi piedi frammenti di ceramica e una macchia marrone. Subito corre affannato a prendere uno straccio e inizia a pulire nervosamente. Sente dall’altra stanza i passi del collega. No! Merda! Quella dannata tazzina, se la ricorda, la ricorderà per sempre! Ognuno di quei brevi passi suona come il lento approcciarsi di una marcia funebre. Li vede, gli stivali neri sono davanti a lui: è paralizzato, smette di pulire e in quell’eterno secondo sa già di aver perso.
— Allora, dove l’hai nascosta? — Da quel punto i ricordi si fanno più confusi, li sente come un’eco distante, eppure risuonano forti dentro di lui. La scena si fa indistinta, solo alcune frasi sono chiare e decise.
— Stavo pensando che, dopotutto, anche quei giovani hanno sangue giudeo, dico bene? —
Alessandro si aggrappa alla camicia del collega, lo fissa spiritato e grida: — Fermo! No! Non puoi! — I bambini o Tonia? Una scelta indecente, orribile, che gli torce le budella. Come si può ragionare in una situazione simile? Come può continuare a vivere dopo quella giornata?
— E poi… sai cosa facciamo ai traditori, vero? —
Tutto si ferma. Non può farcela, non sopporta di rivivere quella scena. Cerca di urlare, ma questa volta nessun suono esce dalla sua bocca. Tonia o i bambini? I bambini o Tonia?! Tonia o i bambini- i bambini… i bambini e lui.
Quella giornata. Quell’infame giornata, il suo personale flagello. Ha provato a eradicarla dalla memoria, Dio sa quanto, a vivere senza di essa per mantenere la pace nella sua vita: cosa c’è di sbagliato nel volere una vita ordinata e pacifica? Ma rinunciare alla memoria è impossibile. Si può nascondere, ignorare, ma è sempre in agguato e non attende altro che liberare la sua forza distruttiva. Così per anni in lui avevano convissuto gli spettri del fratello, dell’amico, della moglie… e di se stesso. E ora annega in quel mare di ricordi rinnegati, per non riemergerne mai più.
Dopo alcuni minuti il corpo riprende a muoversi, prima per piccoli spasmi, poi con più ordine. Poco a poco si rimette in piedi e si guarda intorno. Ha bisogno di qualche momento per abituarsi alla debole luce della stanza, ma quando finalmente inizia a distinguere le figure si pulisce sulla divisa militare le mani sporche di sangue. Sul pavimento di fronte a lui sono sparsi innumerevoli fogli e i libri, fitti di appunti codificati e simboli che per qualunque profano sarebbero del tutto privi di senso. Inizia a raccoglierli per accatastarli in un unico punto, vicino al cadavere sfigurato. Si assenta per pochi minuti e quando torna sparge un liquido per la stanza. Poi, presa in mano una candela, inspira a fondo e la butta. Un’improvvisa vampata illumina l’aria, lui fa qualche passo indietro e resta ad osservare per alcuni secondi, ascoltando mesto il crepitio del fuoco.
— Devo ringraziarti, Sandro. Gli americani non sapranno mai i risultati di quelle ricerche, ma ora il Consiglio ha tutto quel che serve per portarle avanti —.
Si allontana e si avvia verso l’uscita: di lì a pochi minuti il fumo renderà l’aria irrespirabile.
— La verità è che ti sbagliavi: loro non hanno messo fine alla guerra, hanno solo cambiato i giocatori. Questo è l’unico modo per riportare la pace. Chaos Fabricat Ordinem —.