Il Pian del Dottor Mann, o I Giorni Passati di Canicola Estiva
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Il professor Crow, mentre trottava con calma lungo il margine della foresta, disse:

«Stammi vicino, agente. Sono quasi certo che possiamo proseguire di qua, trovare l'oggetto che stiamo cercando e andare via da qui molto in fretta»

L'agente era un giovane uomo e l'esperto naso canino di Kain fiutava l'odore indicativo della paura: sudore, con una traccia di urina. Piegò le orecchie, trottò più vicino agli alberi e scrutò il sottobosco.

«Ecco. Dovrebbe essere vicino a quel…»

Sentì delle risate e si voltò di colpo; guardò un piccolo gruppetto di bambini che aveva iniziato a correre verso il bosco, a circa novanta metri da loro. Kain ringhiò:

«Dannazione! Agente, corri da loro, fermali. Potrebbero essere potenziali veneratori!»

L'ultima cosa di cui avevano bisogno era lasciare che la Chiesa del Dio Frantumato mettesse le mani su nuovi adepti, figurarsi su dei sacrifici. L'agente si affrettò e Kain si accucciò; si appiattì sull'erba e lo osservò. Il ragazzo era giovane: avrebbe potuto cavarsela meglio, se si fosse addestrato un po' di più. Il professor Crow rimpiangeva solo di essere stato messo in coppia con l'agente novello. Stava pensando a quei bambini, che avrebbero potuto perdere da un momento all'altro, se l'agente non avesse corso più in fretta, quando una rete gli cadde sulla testa. Kain guaì per la sorpresa e si contorse. Dapprima, pensò che la Chiesa del Dio Frantumato l'avesse trovato; ma, quando fu sollevato a mezz'aria, notò un'uniforme brillante e pulita che poteva appartenere solo all'Insorgenza del Caos. Il golden retriever era certo che stessero per vivisezionarlo, quando il vecchio che teneva la rete gli rivolse un sorriso simpatico:

«Bravo cane!»

Kain fissò i luccicanti occhi blu dell'accalappiacani e pensò:

"Dannazione, non di nuovo!"


L'agente Lament indicò la borsa medica del dottor Mann e disse:

«La missione è abbastanza semplice, non capisco perché stai portando di nuovo quegli arnesi»

Il dottor Mann indicò la fondina di Troy e rispose:

«In parole povere, agente Lament, tu porti gli attrezzi del tuo mestiere e io quelli del mio»

«Sì, ma di norma il tuo fa più male che bene. Ricordi quando abbiamo dovuto fare i conti con quei due venditori della Marshall, Carter e Dark?»

Il dottor Mann annuì:

«Erano interessatissimi alla mia collezione di scalpelli»

«Li hai tirati fuori e glieli hai mostrati, uno alla volta»

«Ne ammiravano la fattura pregiata»

«L'hai fatto nel mezzo di una trattativa, senza che te lo chiedessero»

«Erano interessati!» insisté Everett.

«Erano terrorizzati»

«Bah! Avevano una curiosità professionale e cortese sulla mia posizione nella Fondazione»

«Oh, sì, e poi hai proprio dovuto iniziare a dirgli i loro nomi» borbottò Troy.

«I miei scalpelli sono come dei figli per me»

L'agente Lament si concesse un attimo per strofinarsi le palpebre.

«Non se li chiami come le persone morte mentre li usavi. Così sono a maggior ragione cadaveri sulla tua coscienza»

«Idiozie! Quelle persone sarebbero entusiaste di vivere ricordate come i nomi dei miei scalpelli!»

«Secondo me, sarebbero state più entusiaste di vivere e basta»

Il dottor Mann sbuffò, irritato:

«Sì, ma è quello il problema. Hai visto il mio nuovo scalpello? Si chiama Alice»

L'agente Lament rabbrividì per l'imbarazzo:

«Ma porca troia!»

L'agente Lament ascoltava, mentre il dottor Mann descriveva l'incisione laterale nella cavità toracica con la sorta di dettagli che solo qualcuno che adorava sul serio e a fondo il suo lavoro poteva esprimere. Troy continuava ad ascoltare la storia della rimozione dell'intestino crasso infettato, l'attenta conservazione dei parassiti, l'innesto del dispositivo di tracciamento e così via.

«A quel punto, ci siamo resi conto che uno dei parassiti si era già spostato nel cuore della donna. Si è liberato e ha iniziato a zampettare in giro per la sua gabbia toracica. E, come ben sai, avere a che fare con questo tipo di assurdità non fa per me»

L'agente Lament concordò, secco:

«Certo»

Everett annuì e mimò una pugnalata un paio di volte:

«Ho affondato la lama nel cuore della donna e infilzato quello del parassita! È stato un doppio smacco. Non credo di aver mai gestito niente di simile prima»

Troy indugiò per un secondo:

«Non credi?»

«Ecco, di solito, quando pugnalo qualcuno al torace, non ho occasione di esaminarlo da vicino» spiegò il dottor Mann.

L'agente Lament annuì, poi ricominciò a camminare.

«Ah, ma certo»

«Lo so. Un vero spreco. Avresti dovuto vedere i suoi reni: la più adorabile sfumatura di marrone» meditò Everett.

«Giusto. Sì. Be', vado a controllare qualche macchina, se vuoi iniziare a telefonare ai canili municipali»

Il dottor Mann si accigliò:

«Cosa? Perché scegli tu la macchina? L'hai già scelta la volta scorsa»

«Perché quando l'hai scelta tu, hai insistito per una cazzo di Toyota Avalon»

«La Toyota Avalon ha un bagagliaio da mezzo metro cubo!»

«Non dobbiamo trasportare cadaveri dall'altra parte della frontiera! Dobbiamo tirare Kain fuori dal canile!»

Il dottor Mann fece spallucce:

«Secondo me, stai sottovalutando il pericolo di questa missione, agente Lament. Potremmo avere dozzine di cadaveri da trasportare»

«Non dovremmo averne nessuno»

«Dozzine!»

Troy sbuffò:

«Se prendo la Toyota, chiamerai i canili?»

Everett fece un ampio sorriso ed esclamò:

«Ma certo!»

L'agente Lament annuì e salutò il dottor Mann con la mano, mentre arrancava lungo il viale, verso l'autorimessa. Certe volte, rimpiangeva di non essere rimasto nel servizio attivo: gli psicopatici avevano molto più senso, nelle operazioni sul campo. Quando tornò, il dottor Mann aveva appena riattaccato il telefono.

«Solo un canile ha un cane che corrisponde alla descrizione di Kain. A giudicare dal rapporto dell'agente sul campo quando il professor Crow è stato rapito, questo caso è come già chiuso»

L'agente Lament annuì in senso di ringraziamento, si avvicinò alla macchina e prese posto al sedile del conducente. Il dottor Mann tossì, in tono di protesta. Troy alzò un sopracciglio.

«Dovrei guidare io, visto che sono quello di grado più alto» disse Everett.

Troy scoppiò a ridere:

«Non credo proprio: l'ultima volta che hai guidato, ci hanno fatto accostare. E al poliziotto non piaceva la tua collezione»

Il dottor Mann aggrottò la fronte:

«Alla fine gli è piaciuta»

«Drogare un uomo non conta come fargli piacere qualcosa. Non conta come nulla»

Everett alzò gli occhi al cielo:

«Questione di semantica. Insisto che mi lasci guidare»

L'agente Lament aprì la portiera del passeggero e ripeté:

«No»

Everett lo fissò con uno sguardo torvo.

«E va bene! Anche se con riluttanza, ti permetterò di guidare senza lamentarmi; finché posso scegliere la musica»

L'agente Lament sospirò:

«Stavolta niente mariachi, vero?»

«No, no. Pensavo a qualcosa di più classico»

Troy sospirò ancora, poi disse:

«Va bene, va bene»

Il dottor Mann si sfregò le mani con aria di trionfo, prese posto al sedile del passeggero e chiuse la portiera. Mentre l'agente Lament si allacciava la cintura, Everett sfilò una musicassetta dal suo taschino con fare amorevole.

«Oggi, i Bee Gees»

Troy rabbrividì per l'imbarazzo e suggerì:

«Se ti lascio guidare, mi risparmi questo schifo?»

Everett scosse la testa e premé il tasto di avvio:

«Troppo tardi»

La radio iniziò a trasmettere "More Than a Woman", mentre l'agente Lament usciva dal parcheggio; Troy decise che non era poi così male, finché Everett non iniziò a cantarci sopra.


«Vuoi sentire la storia di copertura?» chiese Troy.

Everett tirò fuori una busta aperta, ne sfilò il foglio piegato e porse due carte d'identità false al collega.

«Sembra che io sia un certo Ricardo Mestabulan e che tu sia il mio fedele maggiordomo e compagno di viaggio, Percy»

L'agente Lament chinò lo sguardo sulla carta d'identità:

«Percy?»

«Sì. Percy»

Troy serrò le labbra:

«Percy»

Il dottor Mann annuì.

«Sai bene che Percy è un nome che nessuno usa mai»

«Sono cresciuto con uno che si chiamava Percy» rispose Everett.

«Io no. Dimmi, hai una vaga idea di come dovrebbe chiamarsi uno della mia età? Ho trentacinque anni. Percy! Per chiamarsi Percy, bisogna avere come minimo sessant'anni!»

«Ah, ma hai dimenticato che siamo viaggiatori» rispose il dottor Mann.

«Non riesco a capire cosa dovrebbe c'entrare»

«Veniamo da un posto in cui Percy è un nome comunissimo»

L'agente Lament indugiò e, per un attimo, strinse il volante con forza.

«E quale posto sarebbe?»

Il dottor Mann ammiccò:

«La Spagna»

«Percy non è un nome spagnolo. In Spagna non c'è nessuno che si chiama Percy»

«Mi permetto di dissentire: i registri del censimento spagnolo mostrano che Percival è stato usato come nome sette volte nell'ultimo decennio»

«Ma non Percy»

«Be', no»

«Sulla mia carta d'identità c'è scritto "Percy". Hai anglicizzato il nome. Hai anglicizzato il mio nome, ma hai lasciato il tuo "Ricardo". Non sembri neanche spagnolo! Sembri scozzese o qualcosa di simile»

Il dottor Mann fece un lungo grugnito infastidito:

«Scozzese? Scozzese?! Hai finito di essere un razzista di merda, agente Lament?»

«Non sono un razzista di merda. "Mann" è un cognome scozzese. Hai una faccia da Scozzese. Voglio dire, hai pure i baffoni»

Il dottor Mann si portò la mano ai baffi e li coprì per un istante, prima di sbottare e iniziare a dare del lei a Troy:

«Basta così, signore! È stato là fuori sul campo per troppo tempo, a lavorare con l'agente Dodridge: ha perso tutto il senso della decenza e della proprietà!»

«Temo che sia quello che succede, quando ci si chiama Percy»

«Vengo dall'Inghilterra, signore!»

«Ho notato. La prossima volta, scelgo io i nomi»

«Va bene. La prossima volta, scegli i nomi. Scegli la storia di copertura. Scegli tutta la baracconata. Me ne sbatto»

«Va bene»

«Va bene!»

«Va bene»

Rimasero in silenzio per quasi una decina di minuti, prima che l'agente Lament parlasse:

«Allora, quali sono le carriere di copertura?»

Il dottor Mann tirò fuori uno spesso biglietto di carta manila, completo di sigillo in rilievo e lettere dorate.

«Sono un uomo che sussurra ai cani certificato»


L'agente Lament parcheggiò fuori dall'Ufficio Controllo Animali di Spokane e sospirò:

«Era equipaggiato?» chiese.

Il dottor Mann scosse la testa:

«No, nessun collare. Entreremo con la scusa di recuperare il prezioso animale di un cliente, che solo io posso identificare, grazie alla mia abilità di capire i cani»

Troy aprì la bocca per parlare, ma la chiuse. La riaprì, poi indugiò e fece un respiro profondo. Indicò la porta con un gesto plateale:

«Pensaci tu» dichiarò.

«Grazie, agente Lament»

Everett sorrise e aprì la porta; fece un ingresso trionfale nel canile, come se stesse entrando nella sala banchetti di un re. Si fermò davanti alla finestra e picchiettò il vetro con le nocche. Una donna nera grassa dall'espressione amareggiata si voltò verso di lui. Aveva una faccia da quarantenne, anche se non poteva avere più di trentacinque anni. La sua pelle era floscia, segno che in passato era stata molto più obesa.

«Nome?»

Il dottor Mann le rispose fingendo un accento che sembrava per un quarto giapponese e per il resto franco-canadese:

«Sono Ricardo Mestabulan, ho chiamato prima. Sto cercando il golden retriever»

La donna non sembrava sorpresa. Domandò:

«Come si chiama il cane?»

«Si chiama Kain Pathos Crow, è un cane importantissimo. Appartiene alla famiglia Crow, da West Seattle, vicino agli appartamenti di Hempshire Crossing»

L'agente Lament aprì di nuovo la bocca e tenne un dito alzato per un attimo, poi si fermò. Si mise le mani in tasca e fece un passo indietro; guardò il pavimento e iniziò a contare le piastrelle. Una, due, tre.

«Aveva un collare?»

Troy trasalì. Il dottor Mann scosse la testa:

«No, si è staccato dal guinzaglio ed è scappato dai suoi padroni prima che lo riprendessero. Comunque, posso riconoscerlo con facilità, perché sussurro ai cani»

Quattordici, quindici, sedici. La donna soffiò un palloncino con la sua gomma da masticare e la lasciò scoppiare con uno scatto secco, poi chiese:

«Come Cesar Romero?»

Everett fece un'espressione offesa e replicò:

«No, come César Millán»

La donna strinse gli occhi:

«Allora chi è Cesar Romero, eh?»

Troy tossicchiò, la donna si voltò e lo guardò:

«Era… ehm… faceva Joker, nel telefilm di Batman. Sa, quello con Adam West»

Le dita corte e grasse della donna si agitarono, le dozzine di anelli su di esse luccicarono:

«È quell'uomo che sussurra ai cani, sul canale TLC» disse lei.

L'agente Lament si irrigidì.

«Non ti innervosire, Percy. Forse ha ragione lei» disse Everett.

Troy fissò la donna e insisté:

«Cesar Romero faceva Joker nel telefilm di Batman»

La nera lo fulminò con lo sguardo; la sua pronuncia strascicata diventò persino più impastata e stridula:

«È quell'uomo che sussurra ai cani da TLC!»

L'agente Lament fece due passi avanti, ma il dottor Mann si voltò, gli afferrò un braccio e gli sussurrò, in tono di rimprovero:

«Lascia perdere. Lascia perdere, agente. Siamo in missione»

Troy, stizzito, sibilò a denti stretti:

«Romero faceva Joker, porca troia!»

«Lo so, agente. Lo sai tu. Lo sappiamo entrambi. Se è ignorante come una capra, non possiamo farci niente»

L'agente Lament si fermò e fece un passo indietro, con un tic alle palpebre. Teneva le labba serrate e le ruotava un po'.

«Sì, forse hai ragione» disse.

La donna fece un sorriso acido e annuì, soddisfatta. Lesse le sue scartoffie e dichiarò:

«Qui c'è scritto che abbiamo due golden retriever. Seguitemi e potrete sussurrare a entrambi»

Mentre si alzava, l'agente Lament portò quasi la mano alla pistola, ma si trattenne: con lei, non ne valeva proprio la pena.


La donna li condusse entrambi nella stanza sul retro e l'agente Lament si sforzava di non badare troppo alle gabbie. Gli animali domestici non erano ammessi nei siti della Fondazione, a meno che non fossero anomali. L'ultimo tizio, che aveva portato il suo criceto "anomalo", era ancora obbligato a fare dodici controlli al giorno e inoltrare di continuo le sue scoperte al direttore del suo sito. Non era divertente. La nera indicò la gabbia coi due cani, guardò il dottor Mann e gli disse:

«Eccoli qua. Gli sussurri»

Aveva il fiatone soltanto perché stava in piedi. Il dottor Mann si sfregò le mani e guardò i due cani. Allargò le dita e le agitò, come un prestigiatore circense degli anni Venti:

«Ma certo! Dunque, quale di voi due è Kain? Forza, abbaia una volta per me!»

Nessuno dei due cani emise un suono. Quello a sinistra si voltò di lato. Everett si accigliò:

«Kain, ho bisogno che abbai! Così sappiamo che sei tu!»

Questa volta, fu il cane a destra a voltarsi. Quello a sinistra sbadigliò, poi girò su se stesso tre volte e si sdraiò sul pavimento. Everett fece segno a Troy di avvicinarsi e disse:

«Percy, ho bisogno che ascolti con attenzione»

La donna corrugò la fronte:

«Credevo che fosse lei l'uomo che sussurra ai cani»

Il dottor Mann annuì e indicò l'agente Lament:

«Sì, sono io, ma lui è quello che li ascolta»

La donna annuì:

«Oooooh, sì. Certo»

Troy annuì e si chinò accanto alla recinzione; ascoltava con attenzione, mentre Everett parlava:

«C'è un motivo per cui stai zitto e fermo? Sei preoccupato?! Spaventato?! Parla, facci sapere di cosa hai bisogno!»

L'agente Lament ascoltò, poi corrugò la fronte, mentre osservava i due cani. Alzò lo sguardo per guardare il dottor Mann, poi fece spallucce. Everett tossì:

«Kain, è molto importante. Adesso devi farci sapere. Facci sapere, Kain»

Il cane a sinistra fece un peto rumoroso. L'agente Lament sospirò e si alzò in piedi.

«Non è nessuno dei due»

Il dottor Mann scosse la testa:

«No»

«Ma allora dov'è?»

«Non ne ho la minima idea»

«Hai detto di aver chiamato tutti i canili»

«Infatti! Ho controllato due volte!»

La donna fece schioccare le labbra:

«Quindi non è qui?»

Troy si voltò e la fissò, si mise una mano in tasca e tirò fuori un cioccolatino.

«Gradisce un dolce?» le chiese.

La nera lo adocchiò, osservò Lament, poi prese il cioccolatino, annuendo e continuando a guardarlo in cagnesco. Entrambi gli uomini si voltarono, uscirono dal canile e tornarono alla loro macchina.

«Se Kain non è qui, dov'è?» domandò Troy.

«Non ne ho idea. Cosa le hai dato?» gli chiese il dottor Mann.

«Amnestici di Classe-A: la solita procedura»

«Potrebbero essere troppo forti, per una come lei»

Troy fece un sospiro profondo e prese posto al sedile del conducente:

«Cazzo, lo spero proprio»


Nel canile, la donna scartò il cioccolatino con cura, se lo ficcò in bocca e tornò al bancone d'ingresso, dove si sedé. Inghiottì il cioccolatino, rimpianse di non averne chiesto un altro e si stravaccò sulla sedia, mentre fissava il soffitto e cercava di immaginare figure con le macchie di umidità. Quella larga sulla sinistra sembrava una stella ed era la sua preferita.

Quella notte, quando tornò a casa, guardò la televisione e si addormentò. La mattina seguente, si guardò allo specchio e fu sconvolta dalla scoperta di non avere più ventitré anni. Si voltò di fianco e guardò le sue curve:

"Però accidenti, bella: hai perso peso!" pensò.


L'agente Lament fece un lungo sbuffo stanco, una cosa che aveva fatto davvero troppo spesso dall'inizio di quella missione, mentre guardava fuori dal parabrezza e guidava verso la città vera e propria.

«Allora, se non è qui, dov'è?» chiese.

Il dottor Mann batté il dito sullo schermo del navigatore, mentre meditava con le sopracciglia inarcate:

«Be', nessuno degli altri canili aveva un golden retriever. E nessun cane di questa razza è stato adottato di recente. Quindi dev'essere da qualche parte»

«Dove, allora? Su cosa stavano indagando?»

«Su una fazione separatista della Chiesa del Dio Frantumato: si ipotizzava che stessero venerando un possibile artefatto anomalo. Era una semplice missione ricognitiva»

«Aspetta, non dirmi che…»

«Che i Mekhaniti hanno insediato l'accalappiacani, in caso la Fondazione mandasse un cane sapiente a spiarli? Era il mio primo sospetto»

L'agente Lament guardò fuori dal parabrezza, con un'espressione vuota e apatica.

«Diamine. Non che abbiamo niente di meglio di fare»

Il dottor Mann prese la sua borsa medica, con fare emozionato.

«Benone! Barbara e Jackson si stavano giusto annoiando»

Troy ebbe un fremito:

«Vorrei che non li avessi chiamati così: conoscevo Jackson»


L'agente Lament si avvicinò di soppiatto alla radura e osservò la scena: un folto gruppo di persone si stava inchinando e agitava le braccia in aria, con gli occhi puntati al cielo, mentre muovevano le dita all'impazzata. Il dottor Mann fece un ampio ghigno e bisbigliò:

«Sembra facile: non ci stanno neanche guardando!»

L'uomo davanti alla folla iniziò a dire qualcosa. Troy alzò una mano per fermare Everett, in ascolto.

«Ed egli vi troverà, vi custodirà e vi libererà!»

L'agente Lament si accigliò:

«Aspetta, c'è qualcosa che non va»

Il dottor Mann stava frugando nella borsa da lavoro, in cerca di granate accecanti. Guardò Troy e chiese:

«Cosa c'è che non va?»

Troy indicò la folla e rispose:

«Ascolta»

Everett si alzò, con una granata accecante in mano, e giocherellò col detonatore. Numerosi adoratori alzarono le mani, in segno di lode. Uno di loro cadde a terra, tremando e contorcendosi sul posto.

«Tutti i vostri legami mortali saranno recisi. E sarete innalzati!»

Un altro fedele fece un salto, poi cominciò a danzare fino a entrare nella chiesetta nel bosco, contorcendosi e volteggiando, cantando alleluia e glorie all'altissimo.

«Oddio! Non è la Chiesa del Dio Frantumato! Credo che questa gente sia…»

L'agente Lament non ebbe occasione di finire la frase. La granata accecante scivolò dalla mano del dottor Mann e cadde sull'erba ai suoi piedi; appena toccò terra, un lampo abbagliante investì in pieno gli occhi di Troy. L'agente Lament imprecò a volce più alta del previsto, più che altro a causa del botto che seguì il lampo:

«Cazzo! Non ci vedo!»

L'agente Lament traballò di lato, cercando un albero con le mani, quando sentì qualcuno afferrargli le braccia e strattonarlo in avanti. Fu passato di mano in mano mentre le orecchie gli fischiavano; fu costretto a inginocchiarsi e qualcuno gli mise una mano sulla fronte. Col fischio nelle orecchie, distinse a malapena le parole della voce urlante:

«Vorresti che egli ti guarisse?!»

L'agente Lament batté le palpebre e annuì; intravide la sagoma dell'uomo alzare la mano al cielo, prima che gli tirasse un fortissimo schiaffo sulla faccia. Troy cadde a terra e bestemmiò:

«Oh, Cristo!»

La folla gridò:

«Alleluia!»

L'uomo che l'aveva schiaffeggiato urlò:

«Ci vedi, fratello? Vedi la luce del santo dio?»

L'agente Lament strizzò gli occhi e lo fissò, distinguendo a malapena la sua ombra.

«Credo di vederti» mormorò.

«Ci vede!»

Ci fu un altro giro di alleluia e Troy fu costretto ad alzarsi; le persone gli stringevano la mano e lo abbracciavano, lo stringevano a loro e danzavano in giro per la chiesetta. A un certo punto, alcuni tirarono fuori dei serpenti e iniziarono a indossarli. Fu allora che lo sventurato scappò.


L'agente Lament era seduto sul cordolo di cemento del parco, accanto al dottor Mann, il quale gli stava fasciando la gamba.

«Stupidi aggeggi!» borbottò Everett.

«Sappi che non hai più il permesso di usarle» sentenziò Troy.

Il dottor Mann si difese:

«Ti comporti come se fosse un problema grave. Stavi bene! Stavi più che bene! Hai dato a quelle persone qualcosa che non avrebbero mai potuto avere in vita loro»

L'agente Lament riuscì a resistere alla tentazione di prenderlo a pugni. A un certo punto, un furgone squadrato passò davanti a loro; era guidato da un vecchio che viaggiava a venticinque chilometri all'ora. Si fermò davanti ai due e chiese:

«Uno di voi ha perso un cane?»

Troy sbarrò gli occhi:

«È un golden retriever

Il vecchio sghignazzò, parcheggiò il furgone nel parco e scese.

«Proprio così. Ho cercato il suo padrone per tutto il giorno!»

Si avvicinò allo sportello posteriore e lo aprì. Armeggiò con la serratura di una gabbia, poi agganciò un guinzaglio a qualcosa all'interno, lo strattonò e fece uscire il cane. Sorrise e lo portò da loro. Il cane si dimenava come un pazzo e fece qualche saltello, quando fu più vicino ai due. Il vecchio rise:

«Eh, sì: è proprio vostro»

Fece un sorriso allegro e porse il guinzaglio all'agente Lament. Troy fissò il vecchio, che lo salutò con la mano e tornò al furgone; richiuse lo sportello, salì a bordo e partì. Mentre lo osservava allontanarsi, la sua bocca si spalancava sempre di più. Kain si sedé accanto a lui, sorrise ed esclamò, ansimando:

«Che tipo simpatico! Mi ha dato un manicaretto»

Finalmente, il dottor Mann finì di bendargli la gamba.

«Credevo che non ti piacessero i dolci»

«Me ne piacciono alcuni» rispose Kain.

«Quali?» indagò Everett.

Kain alzò più volte una zampa, con fare distratto:

«Il cioccolato»

«Porca puttana, Kain, sai che non puoi mangiare il cioccolato: sei un cane!»

«Posso mangiarne un po'»

«No! Niente cioccolato! Dio santo! Non ho frequentato un corso di medicina per farmi ignorare dai miei pazienti!»

L'agente Lament gli lanciò un'occhiata perplessa:

«Tu? Corso di medicina?»

Everett si imbronciò:

«Sì»

«Ma è un cane»

«Sì»

«Non avresti dovuto frequentare un corso da veterinario?» gli chiese Troy.

Il dottor Mann strinse gli occhi e fissò l'agente Lament, che ricambiò l'occhiataccia. Entrambi si girarono lentamente verso Kain, che fece spallucce:

«Comunque, ora sono pronto per tornare alla base»

Troy sentì che, piano piano, gli stava venendo un mal di testa. Si chinò e slegò il guinzaglio, si diresse alla loro macchina e si strofinò le orecchie. Kain trottava accanto a lui, mentre Everett li raggiunse a falcate. Quando i tre salirono in macchina, il dottor Mann allungò una mano e accese la musica. La radio iniziò a trasmettere "Staying Alive" mentre uscivano dal parcheggio e Kain abbaiò, allegro:

«Oh! Alza il volume! Adoro questa canzone!»

Questa volta, anche l'agente Lament ci cantò sopra.

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