Reazioni Dipendenti dalla Luce
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Estratti dalla Registrazione dell'Intervista E-46693-12
04/10/2014, ore 12:57

Intervistatore: Geoff C. Taggart, [REDATTO]
Soggetto: la dott.ssa Chelsea Elliott, ricercatrice (specialista botanica)


<INIZIO REGISTRAZIONE>

Sig. Taggart: Buon pomeriggio, dottoressa Elliott. Prego, chiuda la porta.

[silenzio]

Dott.ssa Elliott: Scusi, ma ci conosciamo?

Sig. Taggart: Prego, chiuda la porta. [pausa; la dott.ssa Elliott chiude la porta] La ringrazio. Si sieda pure. Sono Geoff Taggart, del Comitato di Riclassificazione.

Dott.ssa Elliott: La Riclassificazione? Mi scusi, non…

Sig. Taggart: Dottoressa, è stata informata su di noi.

Dott.ssa Elliott: Be', sì, ma qui nessuno è anomalo. Io, Thom ed Erin abbiamo superato la quarantena mesi fa.

Sig. Taggart: E saprà perché pensiamo che quel giudizio fosse prematuro. [silenzio] Non mangia più niente, dottoressa. Ce l'ha mostrato la consueta sorveglianza dopo la quarantena. E le lampade solari che sta comprando? La depressione stagionale non insorge così in fretta. Però non sappiamo quale collegamento ci sia con gli avvelenamenti accidentali. Speravo che potesse darci un chiarimento al riguardo.

Dott.ssa Elliott: Cosa vi fa credere che…

Sig. Taggart: Sono autorizzato a derogare ai provvedimenti disciplinari previsti in caso di mancata deposizione, a patto che ora mi dica la verità.

[silenzio]

Dott.ssa Elliott: Va bene. [fa un sorriso mesto] Immagino di non avere proprio scelta, a questo punto.

Sig. Taggart: La ringrazio. Mi conferma che è tutto iniziato con l'Incidente E-31181-A, lo scorso febbraio?

Dott.ssa Elliott: Sì. In quel periodo, facevo da consulente alla SSM Theta-4. Io, Erin Moynahan e Thom Saint-Jacques eravamo stati distaccati per indagare su una nuova anomalia sospettata. È andato tutto bene, finché non ho provato a usare la mia lente di ingrandimento.


«Contatore Geiger, c'è; biocida chimico, c'è; controllo il livello degli Hume»

L'agente Erin Moynahan arrivò in fondo alla sua lista e annuì ai suoi compagni di squadra:

«Dico che è stabile. Siamo pronti a entrare»

Chelsea Elliott sghignazzò e saltellò un po' sulle punte dei suoi stivali:

«Grandioso! Thom, sei pronto?»

Il terzo membro della loro piccola squadra annuì:

«Après vous»

Insieme, irruppero nel magazzino abbandonato. Lo sguardo di Chelsea guizzava qua e là mentre camminavano, in cerca di dettagli. Il cemento eroso dalle intemperie non era la loro specialità, come non lo era l'architettura, ma si erano accorti dell'enorme lucernario che attraversava l'intero soffitto a punta. Era una delle rare giornate soleggiate di febbraio; attraverso il vetro, i raggi del sole proiettavano sottili riflessi di un colore velato che Chelsea non riusciva a indentificare. Avrebbe chiesto che colore era più tardi.

Ora si recò dritta al punto che avevano visto subito, dall'ingresso: una misera macchia di vegetazione, cresciuta fra le crepe nel cemento. Dal punto di vista floreale, non era un granché: alcuni steli di verga d'oro ed erba fienarola e un bastoncino rinsecchito che, forse, era stato un germoglio di acero saccarino per due o tre anni, prima di tirare le cuoia. Nessuna di quelle piante sarebbe stata degna di nota, se non fosse stato per la strana lucentezza delle foglie.

Chelsea si inginocchiò accanto alle verghe d'oro e indossò un paio di guanti di gomma. Non solo erano vive e vigorose nel gelo invernale, ma erano blu, il che andava ben oltre la comprensione di Chelsea della biochimica del genere Solidago. Quando tese la mano per esaminare una delle foglie, una di esse si inclinò verso la luce del sole ed emise un brillio verde acqua. Chelsea corrugò la fronte e si accucciò, per osservarla più da vicino.

«Questo sì che è strano»

Prese la sua lente di ingrandimento, staccò una foglia dalla verga d'oro e la avvicinò al suo viso. La guardò attraverso la lente di ingrandimento e non vide altro che un lampo di luce letale.


Dott.ssa Elliott: Mi hanno detto che sono rimasta sveglia per quasi tutto il tempo, mentre mi portavano in infermeria, ma in realtà non ricordo molto.


«Porca troia! Cosa… rinforzi! - il ronzio di una radio - Portate qui Numero Trenta! Subito! Abbiamo una nuova anomalia e la dottoressa Elliott è a terra!»

Chelsea era in fiamme, il sole alieno stava rosolando la sua faccia; nei suoi occhi rimanevano solo colori innominabili.

«L'ho presa, datevi una mossa!»

Il mondo era un turbine di roccia che vorticava all'impazzata e la scaraventava verso un cielo pieno di pietre; aveva un sapore di ghiaccio, di oliva e di acido. Era un pugno nello stomaco che la rivoltava come una calza.

«Si muove! Jensen, prendi il… Jensen! Cazzo! Qualcuno prenda il…»

Un peso si abbatté sul suo petto e altri gravavano su di lei, un colpo dopo l'altro. Perché lo facevano? Cosa aveva fatto?

«Tirateci fuori da qui! Credo che stiano crescendo!»

Chelsea era in preda alle convulsioni. Voleva solo che quella tortura finisse.

«Andate e basta!»


Sig. Taggart: Quando si è svegliata del tutto?

Dott.ssa Elliott: Mi hanno tenuta in coma farmacologico per due settimane in infermeria, mentre si occupavano dell'insufficienza renale. Non mi sono svegliata finché non hanno smesso di sedarmi.

Sig. Taggart: È stato a quel punto che si è resa conto della sua condizione?

Dott.ssa Elliott: Sì. SCP-2108 mi ha davvero lasciato il segno.


Quando finalmente si svegliò, le garantirono che sarebbe stata bene. La luce di quel sole anomalo le aveva fatto danni, ma si sarebbe ripresa. Si erano occupati della scottatura mentre Chelsea era svenuta. La sua vista era tornata quasi del tutto; i colori erano ancora strani e le davano il capogiro, ma anche quello sarebbe passato. Le convulsioni non le avevano fatto male e i suoi reni stavano per tornare a funzionare del tutto. Ma gli effetti sulla pelle avrebbero impiegato più tempo a svanire.

Chelsea giaceva in un letto d'ospedale e si fissava le mani: la pelle era troppo liscia e aveva il colore della corteccia di ciliegio, era cosparsa di macchie verde acqua e coperta del tutto da uno strato di foglioline che ricordavano le scaglie sulla fronda di una felce. Chelsea trattenne la risata in cui ebbe l'impulso di scoppiare. Ancora prima di potersi mettere seduta, chiese di riavere la sua lente di ingrandimento.


Sig. Taggart: Quindi la sua prima reazione è stata la curiosità.

Dott.ssa Elliott: La mia primissima reazione è stata "se inizio a ridere adesso, non mi fermerò più".

Sig. Taggart: Oh?

Dott.ssa Elliott: O diventavo curiosa, o soffocavo per le risate.

Sig. Taggart: Capisco. Com'è ovvio, abbiamo le registrazioni dal suo periodo di quarantena vera e propria. Dopo il suo rilascio, quanto tempo le ci è voluto per scoprire l'anomalia?

Dott.ssa Elliott: Solo qualche giorno.


Otto settimane. Otto settimane di quarantena rese sopportabili solo dalla curiosità, da una vasta libreria di e-book e da una lunga sfilza di taccuini. Otto settimane che Chelsea trascorse cercando di esplorare la sua stessa biologia alterata e scontrarsi, ancora e ancora, coi limiti della sua quarantena; otto settimane di frustrazione e di incapacità di confrontarsi coi suoi medici; otto settimane in cui si ripeté, ancora e ancora, il motivo per cui le restrizioni erano necessarie. Otto settimane passate osservando e aspettando, terrorizzata dall'idea di non riprendersi affatto, anche se adesso Thom ed Erin stavano bene. Otto settimane di cibo schifoso, anche se almeno non aveva mai davvero fame, siccome i suoi nuovi attributi vegetali le fornivano quasi tutte le calorie di cui aveva bisogno. Sei settimane e mezza dopo, quando finalmente la sua pelle iniziò a tornare rosa e le foglioline che la coprivano cominciarono a staccarsi e cadere, Chelsea tirò un sospiro di sollievo.

Era stata messa in quarantena in pieno inverno; ne uscì all'inizio della primavera. Dopo otto settimane di muri spogli e luce fluorescente, camminare in camicia sotto il sole di aprile la eccitava alla follia. C'erano parecchi conti in sospeso da risolvere a casa, ma coglieva lo stesso la prima occasione per fare due passi nei boschi. Doveva fare ancora numerose telefonate, ma poteva camminare e parlare allo stesso tempo. Un giorno, il suo cellulare squillò mentre passeggiava nel sottobosco cespuglioso, evitando i rami spogli.

«Pronto, Blaire? Sì, ciao! Bene, sto bene! Sono a casa. Sì, è tutto tornato alla normalità. Mi hanno tenuta qualche giorno in più, per stare sicuri. Come stai?»

Aggirò con cautela una macchia di cardamine.

«Oh, bene. Come sta Pip? Ti ha causato qualche problema?»

Di solito Blaire accoglieva Pip, la gatta di Chelsea, quando la botanica viaggiava in estate; di solito, però, non durava due mesi pieni. Alla risposta della sua amica, Chelsea tirò un sospiro di sollievo:

«Oh, meno male. Posso venire a prenderla oggi, quando arrivi a casa? Io… sì. Grazie mille»

Chiacchierarono ancora qualche minuto, mentre Chelsea si muoveva per il bosco fiorente. Gli olmi erano già andati a seme, ma la botanica salutò per nome le sanguinarie e l'erba trinità. Qualcosa dentro di lei iniziò a risentirsi a casa, in sordina. Chelsea sogghignò al telefono, certa che Blaire l'avrebbe percepito nella sua voce:

«Sì, mi sei mancata anche tu. Un pranzo insieme giovedì? Sembra grandioso. Ci si vede!»

Riattaccò. Chelsea indugiò davanti a un germoglio di acero per passare con cura le dita sulle soffici foglie nuove, che facevano capolino dai loro boccioli, prima di comporre un altro numero di telefono:

«Ciao, Jorge, come stai?»

C'erano delle mele di maggio sul versante di una collina.

«Sophia! Ciao! Ti devo un pranzo danese»

C'erano delle fegatelle tra le rocce.

«Kyle? Sì, sono tornata»

Attraversò un boschetto pieno di denti di cane. Quando finì di fare telefonate, Chelsea era colma delle semplici e inebrianti gioie della primavera e della libertà. Aveva altro da fare a casa, ma poteva concedersi ancora un po' di tempo. Trovò una macchia di ranuncoli favagelli baciati dal sole. Si sdraiò su quelle foglie soffici e patinate. Soltanto mezz'ora, solo per crogiolarsi.

* * *

Chelsea si riscosse e batté le palpebre, assonnata. Quanto tempo era passato? Il sole era ancora caldo sulla sua faccia e la botanica alzò una mano per coprire i suoi occhi sonnolenti; con l'altra, tastò il terreno accanto a sé, in cerca della sua borsa. Sotto il palpeggio delle sue dita, le foglie scricchiolarono. Si mise seduta, si guardò intorno e sbarrò gli occhi. Attorno e sotto di lei, nel raggio di un metro da dove si era sdraiata, il terreno era ricoperto di brina: un rivestimento sottile di cristalli bianchi e scintillanti, i quali non si scioglievano al tepore primaverile. Quella sostanza si appiccicava pure alle sue braccia scoperte. Non era quasi affatto fredda al contatto, era della stessa temperatura dell'erba e si sgretolava tra le sue dita come sabbia fine. Chelsea strinse gli occhi; non era sabbia. Riaffiorò un ricordo: quando preparava i biscotti per Natale, arrotolava palline di impasto nella cannella e in un'altra sostanza:

«Zucchero» mormorò.

La forma dei cristalli era giusta, da quel che poteva vedere con la lente di ingrandimento. Si dissolveva quasi all'istante in una goccia d'acqua dalla bottiglietta nella sua borsa e il residuo le rendeva le dita un po' appiccicose. Era inodore; titubante, Chelsea assaggiò un singolo granello con la punta della lingua.

«È decisamente zucchero»

Guardò le foglie, il bosco intorno a lei e il cielo. La sua prima uscita al sole dell'anno, subito dopo che aveva smesso di fare la fotosintesi, e all'improvviso c'era zucchero dappertutto? Nonostante l'aria tiepida di aprile, Chelsea rabbrividì.


Sig. Taggart: Sembra vistoso. Perché le riprese della sorveglianza non mostravano che rivestiva di zucchero ogni sedia su cui si sedeva?

Dott.ssa Elliott: Be', non si depositava molto in fretta: anche sotto il sole, ci voleva una ventina di minuti per accumularne una quantità visibile. Ed è ovvio che è una reazione dipendente dalla luce, quindi posso prevenirla quasi del tutto, se indosso maniche lunghe e colletti alti. Ma non volevo portare neanche un granello di zucchero in laboratorio. Se avessi contaminato ogni campione nel frigorifero, solo standogli vicina… [sbuffa] avrei dovuto consegnarmi subito, se non avessi capito come controllare la reazione.

Sig. Taggart: In che modo la controlla?

Dott.ssa Elliott: Oh, ehm… [indugia] vede… [indugia] devo solo… [indugia] in realtà, non ho idea di come descriverlo. Il processo. Tecnica. Cosa. [fa un gesto vago] Forse dovrei studiare la meditazione, solo per il vocabolario. O rileggere Dune. Tutto quello che posso dirle è che ho imparato a tenermi dentro lo zucchero.

Sig. Taggart: Capisco.

Dott.ssa Elliott: Poco tempo dopo, mi sono resa conto di non avere più bisogno di mangiare. Ci avevo fatto i conti durante la quarantena: finché sto abbastanza alla luce, non mi viene fame. Quell'esperienza era praticamente uguale. Questa volta, però, niente scaglie soprannumerarie. [in tono distratto] Non so ancora cosa mi funga da cloroplasti.

Sig. Taggart: Dunque il suo digiuno era volontario?

Dott.ssa Elliott: [allarga le braccia] A volte. Altre volte, mi scordavo di mangiare e basta. Più spesso, verso l'estate. All'inizio prendevo gli integratori, per compensare ciò che era una dieta a base di zucchero.

Sig. Taggart: Perché ne parla al passato?

Dott.ssa Elliott: Ecco, non è solo una dieta a base di zucchero.

Sig. Taggart: Capisco. [indugia] Continui.

Dott.ssa Elliott: [fa un respiro] Ho scoperto che, in pratica, posso produrre i metaboliti di qualunque pianta vascolare entri in contatto col mio organismo. Il contatto cutaneo, l'inalazione e l'ingestione, vanno tutti bene e non ci vuole tanto. O seguo una dieta vegetariana equilibrata o assumo una quantità sana di fotosintetati per una pianta della mia massa, sono indecisa su quale.

Sig. Taggart: Se ho capito bene…

Dott.ssa Elliott: Sì: se una sostanza viene da una pianta, posso produrla. Non devo fare altro che entrarvi in contatto.

Sig. Taggart: [esita] Funziona anche con l'aconito?

Dott.ssa Elliott: È proprio con quello che ho scoperto di poterlo fare.


«Oh, ehi, l'aconito sta fiorendo»

«Come, scusa?»

«Il napello»

Chelsea indicò una pianta in vaso alta un metro e mezzo, che estendeva un fiero mazzo di fiori carenati lilla verso la punta del tetto della serra. Il ragazzo alle sue spalle non sembrò riconoscere la pianta. Chelsea provò con un altro nome:

«La luparia, sai? È una pianta adorabile, ha una bella storia e chimica, non è molto difficile da coltivare. Però è tossica come poche altre cose»

Niels, il suo visitatore, corrugò la fronte:

«E la tenete qua fuori? Nessun contenimento?»

Chelsea sghignazzò e arruffò le foglie a raggiera con una mano:

«Non è davvero pericolosa, se non la mangi, e chiunque passi da qui ha il buonsenso di non pensarci nemmeno. Be', è tossica anche se ti spalmi un sacco di linfa sulla pelle. Una volta mi sono cadute alcune gocce sulla mano: sono andata in tachicardia per un'ora, ma nient'altro»

Niels la fissò, basito:

«E ti sembra poco?»

«Non è grave come sembra»

Niels osservò la pianta con uno sguardo diffidente:

«Sembra piuttosto sgradevole. Che succede se la mangi?»

Chelsea raddrizzò la schiena, con fare allegro:

«All'inizio hai la nausea, oltre alle palpitazioni cardiache. Bruciore addominale, poi torpore formicolante, debolezza e aritmia più grave. Se non ti curi, finisce con la paralisi e la morte»

«Che pianta odiosa»

Chelsea ebbe un lieve voltastomaco. Era strano: di solito, la tossicologia non le dava fastidio, in teoria.

«Ehi, è solo autodifesa. Inoltre, qualunque cosa torna utile, nel contesto giusto. L'aconito è qui solo perché il gruppo di Nathan lo sta usando per un antidoto. Crediamo che sia metà della chiave per curare SCP-1717»

Ricordava che l'ingrediente attivo era la pseudoaconitina: non era una molecola grossa, ma aveva un'intrigante struttura ad anelli multipli. Riusciva quasi a immaginare il modo in cui la pianta la sintetizzava. Ebbe ancora il voltastomaco e deglutì.

"Spero che non sia colpa della pasta" pensò.

Dopodiché, si rivolse a Niels:

«Comunque, la colonia che volevo mostrarti è laggiù»

Attraversarono la serra, aggirando tavoli pieni di fialette di campioni etichettate con cura. Quando furono quasi a destinazione, lo stomaco di Chelsea ebbe un vero e proprio spasmo: la botanica si piegò in due e, d'istinto, si portò una mano alla bocca.

«Ehi! Stai bene?»

«Sì, dovrei…»

Fu interrotta da un conato di vomito. Chelsea inghiottì l'acido, il che non fece altro che provocarle un forte bruciore di stomaco.

«Forse no. Non farò mai più scegliere il pranzo a Kyle»

A quel punto, iniziò a sospettare qualcosa:

"Mi sembra di riconoscere questi effetti" pensò.

Aveva la nausea e il bruciore addominale. Appena si fermò, il suo cuore cessò di battere per un istante. Chelsea si voltò nella direzione da cui era venuta, con un braccio avvolto intorno alla pancia.

"Oddio! Com'è possibile?"

Il bruciore le strappò un gemito. Niels telefonò all'infermeria prima ancora che Chelsea cadesse in ginocchio.


Dott.ssa Elliott: Si è scoperto che avevo assunto una dose subletale, ma non un grammo di più. Per mia fortuna, tutti hanno presunto che avessi maneggiato l'aconito del ricercatore Nathan Fisk e che mi fossi avvelenata così.

Sig. Taggart: Se l'unica pianta coinvolta non fosse stata monitorata così attentamente, avremmo potuto crederlo anche noi.

Dott.ssa Elliott: Mi sento davvero offesa. So benissimo come maneggiare in sicurezza le piante velenose.

Sig. Taggart: Dunque preferisce l'offesa al contenimento.

Dott.ssa Elliott: [indugia] Lei no?

Sig. Taggart: Uhm… [sfoglia un fascicolo] [silenzio] penso che abbiamo finito, dottoressa Elliott. [inizia a rimettere i documenti nella valigetta] A meno che non ci siano altre informazioni che vorrebbe confidarmi. Ci sono aspetti della sua anomalia di cui non abbiamo parlato?

Dott.ssa Elliott: Non che io sappia, per ora. Immagino che la terrò aggiornato. [indugia] Posso… ecco, so che non è la solita prassi, ma forse come ultima cortesia professionale…

Sig. Taggart: Sì?

Dott.ssa Elliott: Posso leggere le mie procedure speciali di contenimento?

Sig. Taggart: [si stupisce, indugia] Non sarà messa in contenimento, dottoressa.

Dott.ssa Elliott: Cosa?

Sig. Taggart: La sua condizione è classificata come 5/2108/E-46693. In teoria, non è autorizzata a sapere nulla di tutto ciò, ma questo è un caso insolito. Siccome non figura come un pericolo immediato per se stessa o per gli altri, i miei ordini sono ritirare la sua deposizione e lasciare che continui il suo lavoro. Non è un pericolo per se stessa o per gli altri, vero?

Dott.ssa Elliott: Ecco, no, non coi metaboliti sotto controllo. Però non capisco.

Sig. Taggart: È una stimata ricercatrice della Fondazione, dottoressa Elliott.

Dott.ssa Elliott: Non è…

Sig. Taggart: E in questo caso specifico, il Comando O5 ha deciso di non sollevarla dal suo incarico, a meno che non diventi necessario. Aggiungerò questa intervista alle informazioni da revisionare e sarà aggiornata sulla loro conclusione a tempo debito. Nel frattempo, è pregata di continuare. Si ricordi, però, che tutto questo fenomeno è un'informazione riservata. Non deve parlarne con nessuno e, se le viene ordinato di parlarne, lo chiami con la sua denominazione: E-46693.

Dott.ssa Elliott: Sì, è un segreto professionale, ma…

Sig. Taggart: Provi anche a mangiare di più. Alcuni dei suoi colleghi si stanno preoccupando, il che è un rischio per la sicurezza. [chiude la valigetta, si alza] Fisserò un'altra riunione con lei, appena il Comando O5 avrà deciso cosa fare del suo caso.

Dott.ssa Elliott: Ma certo.

Sig. Taggart: La ringrazio per la disponibilità, dottoressa. Buona giornata.

<FINE REGISTRAZIONE>


31/03/2015
Ore 13:04

Chelsea Elliott finì di leggere, alzò il capo e rivolse uno sguardo impaurito a Taggart. Dopo un breve silenzio, riuscì a dire:

«Sì, mi ricordo»

«Bene. C'è qualcos'altro che vorrebbe aggiungere? Qualcosa che si è manifestato nel frattempo?»

Il sorriso calmo di Taggart non si scompose. Chelsea aveva dimenticato quanto fosse sconcertante. Scosse la testa:

«La mia condizione non è cambiata molto. Per la maggior parte, l'ho soppressa»

«Uhm… si è messa il profumo?»

"Accidenti al suo naso!"

Chelsea chiuse gli occhi e sospirò, sorpresa di quanto uniforme fosse ancora la sua voce:

«Santalum spicatum e Rosa damascena, sostanze volatili nel legno del primo e nei fiori dell'altra. Ai miei colleghi piace molto il mio nuovo passatempo degli oli essenziali. Nessuno ha mai avuto motivo di credere che non li stia distillando a casa. Inoltre, consumare i fotosintetati così mi fa venire abbastanza fame da mangiare»

Il silenzio si prolungò e la fece innervosire. Si rigirò sulla sedia e rimise la registrazione dell'intervista sul tavolo, con troppa delicatezza, sull'orlo della sua scrivania. Era di nuovo il lato sbagliato della sua scrivania: quell'uomo doveva provare proprio gusto a spostarla nella sua stessa sedia dei visitatori. Alla fine, non seppe più tenere a freno la lingua:

«Allora, avete deciso?»

Taggart fece un verso evasivo e arricciò il delicato gambo del fusto di senecio a collana di Chelsea intorno al suo indice.

«Si può dire così. In definitiva, però, la scelta sta a lei»

Il lampo di scetticismo irritabile di Chelsea la stupì, ma la botanica riuscì a trattenere lo sbuffo. Si impose di restare cordiale:

«La scelta sta a me? Quali sono le mie opzioni, per l'esattezza?»

Taggart fece un mezzo sorriso:

«Da un lato, può scegliere il contenimento. Sarà tenuta in condizioni umanamente accettabili, com'è ovvio, ma sarà un'anomalia, denominata e trattata di conseguenza»

Chelsea andò quasi in preda al panico. Aveva letto frammenti delle procedure speciali di contenimento che le avrebbero applicato: imprigionata a vita, senza vedere mai più il sole. Non poteva, non poteva proprio. Si costrinse a sussurrare:

«Oppure?»

Invece di rispondere subito, Taggart spinse una cartelletta rilegata con cura verso di lei. Chelsea la aprì e iniziò a leggere i fascicoli.

«Dia un'occhiata. Il Comando O5 è pronto a mantenerla nella sua posizione attuale, a condizione che accetti di essere riassegnata a questo progetto»

Quello che Chelsea stava leggendo era pazzesco; era geniale. In passato, avrebbe fatto qualunque sacrificio per farne parte. Non era affatto una scelta. Guardò Taggart negli occhi e annuì:

«Ci sto»

Il sorriso di Taggart si allargò e l'uomo le porse la mano, affinché gliela stringesse.

«Speravamo che lo dicesse. Benvenuta nel progetto Resurrezione»

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