La Sinfonia della Moka
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Sito Vittoria, ore 14:30.

Era una giornata particolarmente calda di Agosto con un sole che polverizzava le pietre.
Nessuno sarebbe uscito a quell'ora, però esattamente in quel momento la squadra α della SSM-VII stava svolgendo l'allenamento nell'apposito spazio all'esterno della struttura, in un prato grande più o meno quanto un campo da calcio.

Dopo circa dieci minuti di stretching per riscaldare i muscoli, iniziarono con la corsa intorno ai bordi del prato, per almeno una decina di volte. Normalmente a supervisionare l'allenamento della squadra α era il Tenente Daccollo, un brav'uomo che non esagerava con gli esercizi. Però quel giorno, per la sfortuna dei cadetti, al suo posto c'era il Capitano Artemia Iadanza. Artemia era conosciuta come una donna estremamente attenta, vigile, ma soprattutto severa durante gli addestramenti. Esigeva il rispetto di due singole regole:

La prima: rispetta i tuoi superiori e i loro ordini.

La seconda: non battere la fiacca.

Rispetta entrambe le regole e tutto andrà bene.

Ciò era chiaro a tutti i membri della squadra, tranne a uno dei nuovi arrivati, che decise di fermarsi e di sedersi sotto un albero dopo aver a malapena finito il quarto giro di campo.
Artemia se ne accorse immediatamente e lanciò al cadetto un urlo che non si scorderà tanto facilmente…

— FINELLI! VIENI SUBITO QUI!

Il resto della squadra si voltò verso Artemia e, dopo aver capito la situazione, ognuno ritornò ai propri doveri, felice di non essere nei panni del collega.

Marco Finelli invece voleva sprofondare, o comunque scappare per evitare l'ira di Iadanza. Ma non poteva, quindi si diresse a capo chino verso il suo Capitano, preparandosi per una bella lavata di capo.

— Finelli! Ti pare l'ora di poltrire all'ombra? Ti è stato detto di fare solamente DIECI giri di campo, e a malapena sei arrivato al quarto!

Con la poca voce che gli rimaneva, Finelli provò a rispondere…

— S-signora, ci sono trentacinque gradi all'ombra, non è umanamente possibile fare un allenamento in queste condiz…

— CAZZATE! Sei uno stramaledettissimo pilota di caccia e un cadetto di questa squadra, della MIA squadra. E nella mia squadra non ci sono distinzioni tra cadetti, tutti fanno lo stesso lavoro, gli stessi allenamenti nello stesso tempo! Ti è chiaro questo?

— Sissignora…

— Bene, e ora torna ad allenarti, farai cinque giri in più degli altri.

Dopo queste parole, il cadetto si allontanò, dirigendosi verso i suoi compagni. Il resto dell'allenamento si svolse senza ulteriori intoppi.


I cadetti si diressero in mensa, dove ricevettero la loro meritata bottiglietta d'acqua. Artemia, invece, andò, come sempre, nella piccola sala ristoro riservata agli ufficiali, accompagnata dai tenenti Marino e Lucchesi. Per quanto piccola, la sala era ben fornita, con varie brioche, frutta, un frigobar con alcune bibite e persino un paio di piccoli fornelli.

— Cosa prendete voi? Una bottiglietta d'acqua? Un succo? O una bella birretta? — chiese Lucchesi aprendo il piccolo frigobar.

Il primo a rispondere fu Marino:

— Beh, dopo una giornata così calda non c'è niente di meglio di una bella birra fresca!

Detto ciò, il tenente Lucchesi lanciò una lattina di birra verso il collega, che la prese al volo senza difficoltà.

— Bella presa!

— Quando ero ragazzo giocavo a calcio come portiere, e dopo sei anni qualcosina la impari.

— Immagino, ahah. Anche se non sono proprio un'esperta di calcio…

— Guarda, sinceramente non mi aspettavo altro.

— Deficiente.

Artemia rimase in disparte, divertita dalla scenetta tirata su dai suoi due colleghi, che si erano totalmente scordati di lei.

— Artemia! Mi sono scordata di chiederti se vuoi qualcosa dal frigobar.

— Ti ringrazio del pensiero Federica, però no, non prendo niente.

— Dopo una giornata così calda ti serve una bella bibita fresca, insisto.

A quella frase rispose il tenente Marino, che conosceva molto bene Artemia…

— Non ti preoccupare, Fede, Artemia ha dei gusti… particolari.

Artemia volse uno sguardo di intesa al collega, il quale ricambiò.

— In che senso?

— Preferisco le bevande calde a quelle fredde, al massimo prendo un bicchiere d'acqua con un bel caffè.

Lucchesi guardò i due colleghi, pensando a uno scherzo, però entrambi avevano uno sguardo serio. E capì.

— Un caffè?! Artemia, ci sono quasi quaranta gradi qui fuori! Perlomeno prenditi un succo di frutta…

— Fede, no. Preferisco il caffè, nonostante non sia una bevanda consigliata con 'sto caldo.

— Come vuoi tu… io vado in mensa con il resto della squadra. Mario tu vieni con me?

— Sì, devo spiegare un paio di cose ai ragazzi.

— Voi due andate, io rimango qui a rilassarmi un'attimo.

— Come vuoi! Ci vediamo dopo.

— A dopo.

I due lasciarono la stanza. Artemia invece, prese dalla mensola la busta di caffè e la moka. Fin da ragazza era abituata a prepararsi il caffè con quella, senza usare la più moderna macchinetta da caffè; certo, fatto così non era di certo il più "raffinato", ma Artemia lo sentiva più "suo".

Molti per rilassarsi bevono una birra o fumano una sigaretta, il caffè era la stessa cosa per lei.
Normalmente beveva il caffè due volte al giorno, di mattina appena sveglia, e di pomeriggio, durante il tempo libero. Per lei non era solo una bevanda, ma un fedele amico; che l'aiutava a superare il trauma del risveglio o dopo un pomeriggio pieno di lavoro.


Artemia trattava il caffè con precisione e bravura, come se fosse la direttrice di una grande orchestra.

Il sipario si alzava svitando la parte superiore della moka, che riempì con un po' d'acqua minerale fresca fino alla valvoletta, poi inserì l'imbuto, dentro cui mise delicatamente il caffè che c'era. Normalmente preferiva quello robusto, più forte e denso.
Comunque, con tutta la delicatezza di questo mondo, riempì l'imbuto con la quantità di caffè sufficiente, riavvitò la parte superiore della moka e la mise sui fornelli e il primo atto finì.

Il secondo atto era più semplice: consisteva nel tenere il fuoco al minimo, per un buon risultato bisogna avere pazienza. Lei intanto si sedette, osservando la moka sui fornelli.

Dopo quattro minuti, il terzo atto iniziò, con il caffè che sgorgava fuori dalla cannula, insieme ad una piccola scia di vapore. Spenti i fornelli, assaporò con il naso il fantastico odore del vapore rilasciato dalla moka, preparandosi per il gran finale.

Prese la sua tazza preferita: bianca con sopra disegnati alcuni cuccioli di Jack Russel, per poi iniziare il quarto atto, con il caffè appena preparato che scivolava felicemente dentro quella tazza. Artemia era costretta a mettere una mano sul coperchio della moka per evitare che il caffè uscisse da posti indesiderati, rovinando lo spettacolo. Intanto osservava il caffè cadere all'interno della sua tazza fino all'ultima goccia, liscio e colorato con il suo classico marroncino scuro.

La cosa più rilassante fu il suono dell'ultima goccia di caffè, preparato con amore, che cadeva all'interno della sua tazza preferita. Cosa volere di più?

Mancava un ultimo musicista per terminare il quarto atto, lo zucchero; bastava un singolo cucchiaino pieno per fare la differenza. Artemia lo prese, et voilà! Dentro anche lui! Mischiò bene il tutto e colpì i bordi della tazza con il cucchiaino, per far cadere le piccole gocce di caffè rimaste su di esso. Il quarto atto era terminato.

Era arrivato il momento del gran finale.

Artemia prima di tutto prese un bicchiere e lo riempì d'acqua fresca, che bevve velocemente per sciacquarsi il palato. Dopo di che, prese la tazza e la inclinò verso la sua bocca, prendendo giusto un sorso di caffè. Il gusto era forte, amaro ma allo stesso tempo dolce e rilassante, lo zucchero faceva la sua parte. Un sorso dopo l'altro e la tazza si svuotò totalmente. Dopo aver bevuto anche l'ultima goccia di quella bevanda divina, Artemia ebbe un momento di malinconia, sapendo che lo spettacolo era finito. Ma era stato un grande spettacolo, nella sua semplicità.

Il sipario calò poco dopo, con un rumore che la riportò nel mondo reale: il fastidioso cigolio della porta aperta da Marino.

— Artemia, c'è bisogno di te. Finelli ha fatto un casino con il simulatore di volo.

Santo cielo, arrivo!

Normalmente, sarebbe corsa giù incazzata nera, soprattutto dopo la discussione avuta con Finelli nel pomeriggio, ma per fortuna il suo amico le aveva tirato su il morale, preparandola per momenti come questo. Perché è questo ciò che gli amici fanno, no? Ti aiutano a passare i momenti più noiosi e difficili. Beh, se è così, allora, per Artemia, il caffè era un amico eccellente.

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