RESTATE NELLE VOSTRE CASE.
EVITATE GLI ASSEMBRAMENTI.
Queste parole riecheggiavano, quasi robotiche, per le strade della città. Sbraitate attraverso megafoni da poliziotti, carabinieri, soldati e infermieri assortiti.
NON APRITE LE PORTE A NESSUNO CHE NON SIA UN PUBBLICO UFFICIALE.
La paranoia del sindaco e della sua giunta sembrava aver portato risultati. Milano era in completo lockdown. Le forze dell'ordine la pattugliavano giorno e notte, anche se erano molto più concentrate a difenderne i confini.
I BENI DI PRIMA NECESSITA' VERRANNO DISTRIBUITI OGNI SETTIMANA.
E come promesso, ogni settimana i tram della città venivano caricati fino all'orlo di razioni militari. Come globuli rossi attraverso le vene urbane, portavano sostentamento… dove era concesso.
I BENI DI PRIMA NECESSITA' VERRANNO DISTRIBUITI LA SETTIMANA PROSSIMA.
Per alcuni la prossima divenne quella dopo. Poi quella dopo ancora. Il familiare sferragliare dei tram significava cibo. Si faceva sempre più raro.
RESTATE NELLE VOSTRE CASE PER LA VOSTRA SICUREZZA.
Altrimenti verrete arrestati, se vi va bene. Sperate che il tram passi. Sperate che la giunta vi porti le vostre razioni. Sperate che non si siano scordati di voi… o che di voi gli interessi qualcosa. Così suonavano le parole ringhiate nel cuore della notte, in mezzo allo statico.
LA RETE ELETTRICA VERRA' SOSPESA OGNI GIORNO DALLE 9 ALLE 21.
La soluzione per ridurre i black out che ormai stavano diventando giornalieri. I contatti con il mondo esterno si ridussero drasticamente. Per molti cambiò poco. Per pochi, l'impossibilità di sfuggire alla prigionia attraverso uno schermo cambiò tutto.
SIETE PREGATI DI RESTARE NELLE VOSTRE CASE DURANTE LA DISTRIBUZIONE.
Forse avrebbe potuto essere così. Chissà se sarebbe cambiato qualcosa se il tram si fosse fermato in un quartiere diverso.
I BENI DI PRIMA NECESSITA' SARANNO PRESTO DISTRIBUITI.
Un quartiere meno affamato, magari. Per quanto la scelta fosse stata mossa dalla compassione.
SIETE PREGATI DI ATTENDERE.
Avevano già sofferto tanto da quando la pandemia era cominciata. Un gesto di buona volontà di certo sarebbe stato riconosciuto con gratitudine.
GLI ASSEMBRAMENTI SONO VIETATI.
Urlavano dai megafoni mentre dai condomini e dalle strade si riversavano uomini e donne affamati, brandendo qualunque cosa avessero trovato sulla loro strada.
SIETE PREGATI DI DISPERDERVI E RITORNARE ALLE VOSTRE CASE.
L'inedia si era portata via genitori, figli, nonni. Non c'era molto altro da perdere.
RITORNATE NELLE VOSTRE CASE O SAREMO COSTRETTI A UTILIZZARE LA FO-
Un frastuono acuto e metallico seguì quando una pietra colpì in pieno il megafono. Seguirono colpi di arma da fuoco e poi urla di rabbia. Quasi tutto il quartiere si riversò per la strada, assaltando i poliziotti che accerchiavano il tram.
Il cibo c'era. Anche le medicine. Avevano solo scelto di portarlo in altri quartieri. Altre parti della città mentre la loro si era trovata costretta a divorare animali domestici pur di sopravvivere o di far sopravvivere i propri cari.
Pietre vennero scagliate contro i vetri del tram. Il pilota, un giovane tranviere terrorizzato, non poteva più scendere senza incorrere nella furia della gente affamata. Pensò quindi di dargli ciò che volevano.
Aprì uno degli scatoloni, divaricando una manciata di razioni K sul pavimento del tram. Poi tirò giù il finestrino davanti al sedile del guidatore, pronto a lanciarle fuori.
Invece, come un proiettile vagante, un calcinaccio invase il tram dal finestrino aperto, schiantandosi contro la sua tempia. Perse i sensi e mai più li riprese. Forse mossa da un solo e ultimo gemito di malignità, la sua mano raggiunse il predispositore.
Da 0 ad AV.
Dal blocco… alla marcia avanti.
"Quindi sta su un tram?"
"Cibo, acqua, anche medicine, di tutto."
"Ma non sarà scaduta?"
"Era roba militare, dura per anni."
"Allora seguiamo i binari e prendiamocela."
"Ma tu almeno lo sai quanti tram c'erano a Milano una volta?"
"Non sarà un problema, questo sarà facile da riconoscere."
"Per la croce rossa sopra?"
"No. Perché è ancora in moto."
Il silenzio piombò sul gruppo, varcando il confine immaginario dove l'interland lasciava spazio alla città perduta di Milano.
I checkpoint posti sulle strade, come colli di bottiglia militarizzati, avevano avuto successo nel bloccare l'influsso di profughi. Che si trattasse di una famiglia in fuga verso le campagne o di disperati alla ricerca di una fortezza cittadina, i loro desideri erano stati strozzati da barricate e filo spinato.
"Non è possibile. Non c'è più corrente da anni nella rete elettrica."
"Sarà fermo da chissà quanto tempo."
"A meno che non ci sia qualcuno che lo fa andare in giro a pannelli solari?"
"Perché mai dovrebbe farlo?"
"Io so soltanto che il tram è ancora in moto. E dovrebbe essere la linea 15."
"Andiamo a cercarla allora. Ci saranno delle mappe della tranvia alle fermate."
"Chi ti ha detto che è ancora in moto?"
Più si addentravano nella città, più erano scioccati dall'innaturale assenza che la pervadeva. L'avevano visitata in passato, molto prima che la fine giungesse. Non c'era un'ora soltanto in cui Milano si concedesse un momento per stare in silenzio.
Si facevano strada per gli edifici collassati e i loro gusci incendiati, mano a mano divorati come le strade da quel poco di verde a cui la giunta comunale aveva dato il permesso di esistere, nella forma di aiuole e alberi incastonati nei marciapiedi.
Infine, trovarono la linea 15. Non sapevano come descriverla senza cadere in un surreale ossimoro. Sembrava quella tenuta peggio, sporca e annerita. Allo stesso tempo era quella più utilizzata, l'unica priva di vegetazione selvaggia.
"Quindi stiamo cercando un… tram fantasma imbottito di vivande sulla base di una voce che tu hai sentito da quei tossici a Casalmaiocco?"
"Se c'è anche solo una possibilità che sia vero, dobbiamo provarci."
"Bene. Andiamo alla ricerca del vagone-"
"Tre vagoni."
"Come?"
"Tre vagoni. Il tram è della Serie 4900, hanno tre vagoni. E se c'è una possibilità che anche solo uno di quei vagoni sia pieno anche solo a metà di cibo, non mi convincerai a non provarci."
Seguendo i binari della linea 15, si accorsero del colore rosso-nerastro che aveva macchiato il cemento sottostante. Il silenzio della città disabitata fu presto interrotto da un rumore lontano, come di metallo che strofinava su altro metallo.
Si allontanarono subito dalle rotaie mentre lo stridore si faceva sempre più vicino. Dopo meno di un minuto, lo videro sfrecciare davanti a loro. I vetri erano quasi tutti infranti, la tintura arancione che una volta lo ricopriva era stata grattata via dalle intemperie e dall'incuria. Sfoggiava una corazza rugginosa sulle fiancate, mentre la testa era rosso scuro, puntellata di svariati spuntoni e segni di impatto.
"Come… come cazzo è possibile che funzioni ancora?"
"Ho detto che non lo so."
"Le avete viste?"
"Cosa?"
"Le scatole. Era pieno di scatole, le ho viste dai finestrini."
"Non ci credo…"
"Ora… dobbiamo solo fermarlo."
Lunghe giornate passarono, a pianificare il sistema per arrestare questo tram senza pilota e senza sosta. Appuntarono il tragitto che compiva durante la sua marcia inarrestabile, sopportando lo stridore continuo delle sue ruote rovinate sui binari sempre più rugginosi.
Trovarono il punto perfetto. Un gran numero di automobili abbandonate, edifici integri e pressoché stabili su entrambi i lati e, inoltre, vicino ad una curva abbastanza acuta. Ingredienti essenziali per un deragliamento.
Ebbero modo di familiarizzarsi col mezzo, venendo messi a parte di uno dei segreti di questa nuova e quasi sempre silenziosa Milano: il numero di zombie ancora in piedi era incredibilmente ridotto e di questo dovevano ringraziare proprio il tram.
Un'orda di almeno una trentina, proveniente da nord, aveva migrato all'interno della città, costringendoli a cercare nascondiglio in uno degli edifici più vicini. L'orda fu attratta dalla cacofonia metallica e vi corse incontro.
I sopravvissuti assistettero alla scena con stupore e orrore mentre gli zombie scoppiavano in sanguinolenti brandelli di carne, ora permanentemente morti. Capirono cos'erano gli spuntoni che sporgevano dalla fronte del tram: ossa di zombie.
Dopo giornate intere passate a frugare tra i rifiuti e gli edifici abbandonati, a disporre automobili nelle posizioni in cui era più comodo spingerle, decisero finalmente di agire. Attesero il passaggio del tram nell'area dove l'avrebbero fermato, per poi posizionare gli ostacoli che lo avrebbero fatto deragliare. Il tram andava veloce per gli standard cittadini e non faceva alcuna fermata, ma gli avrebbe dato abbastanza tempo.
Si allontanarono e trovarono riparo per evitare che i detriti degli ostacoli disposti non divenissero proiettili rivolti verso di loro. Attesero… e sentirono nuovamente il verso orribile del tram. La strada era diritta per un po', prima di raggiungere la curva più acuta di tutto il suo tragitto. La sua velocità sarebbe stata la sua condanna. Si coprirono le orecchie prima dell'impatto… quasi assordante nonostante ciò.
Il tram investì la combinazione di automobili, detriti di calcestruzzo e catene, riempiendo la città con un boato metallico devastante. Le ruote si sollevarono dai binari. La curva e l'inerzia fecero il resto. Il tram era fermo.
Emersero dai loro nascondigli, esultando davanti al leggendario nemico sconfitto. Il terrore giornaliero di non riuscire a trovare provviste e di soffrire gli atroci morsi della fame era svanito davanti ai loro occhi ora che mesi di provviste li attendevano all'interno delle viscere metalliche del tram.
Un paio di metri e già sentivano il sapore sul loro palato di una bella tazza… o un bicchiere di plastica pieno di caffè, completamente assorti in una conversazione così mondana eppure così rara: cosa avrebbero mangiato oggi?
Non si accorsero, tanta era la loro gioia, che le ruote metalliche del tram avevano ricominciato a muoversi. Si paralizzarono in un istante quando lo videro procedere in retromarcia. Riassestarsi sui binari.
Ogni domanda che volevano rilasciare nell'etere stava morendo nelle loro gole mentre osservavano l'impossibile. Dalle placche rugginose del tram, intrise di macchie rosso marcio, cominciavano a grondare grumi di sangue. Spremuti tra le articolazioni metalliche del tram, brandelli di carne marcescente cadevano al suolo, un gocciolare nauseabondo.
Non riuscirono a distogliere lo sguardo quando le coperture rugginose cedettero, divelte dall'interno da appendici ossee, avvolte in carne viva. Dapprima sottili, come braccia di uomini denutriti. Poi sempre più spesse, ingrassate sulla carne di uomini, donne e zombie, falciati dall'ultimo macabro viaggio della Linea 15.
Gli istinti di sopravvivenza cominciarono a riprendere il controllo, a partire da chi era più distante. Un passo indietro. Poi un altro. Poi un ostacolo che li faceva inciampare o una barricata che gli colpiva le spalle.
L'abominio di carne e ruggine si issò sulle sue tre paia di neonate zampe, fasci di muscoli che avvolgevano fin troppe manciate di articolazioni e ossa. Si liberò dai binari. Poi, con un maldestro, ma spaventosamente violento strattone, tranciò via i cavi del tram.
Colui che aveva condotto questo gruppo di sopravvissuti alla perduta Milano con la promessa di cibo a volontà, non ebbe il tempo di pentirsene o di scusarsene, quando uno dei cavi metallici, ora libero dalla tensione, investì il suo collo come una frusta. La sua testa volò per qualche istante. La nuova e temporanea prospettiva gli mostrò i suoi compagni fuggire più veloce di quanto avevano mai fatto. Quando raggiunse terra, fu schiacciata da una zampa del tram, diventando partecipe della sua nuova forma e dell'inseguimento in cui si era lanciato.
Le giunture del tram si divincolavano innaturalmente, una cacofonia metallica accompagnata dal collassare di muri e dal ribaltarsi di automobili. Nuovo a questa forma di movimento, svincolata dai suoi binari, l'abominio andava spesso a sottovalutare la sua stazza.
Per quanto avesse perso in velocità, raggiunse comunque il secondo dei sopravvissuti, finito in un vicolo cieco. Ogni confine che separava il suo corpo dall'essere parte integrante del muro contro cui aveva poggiato le spalle era stato distrutto dall'impatto devastante.
Le ultime due sopravvissute trovarono riparo in un edificio diroccato. Raggiunto il terzo piano, si sentirono sicure dalla mostruosità tranviaria. Almeno quanto bastava per smettere di correre e ricominciare a respirare. Tra conati di vomito e crisi di pianto, cercarono di metabolizzare quanto stava accadendo. Purtroppo, la realtà era divenuta ancora più indigesta ora che non erano solo zombie ad abitarla, ma qualcosa di ben peggiore. Quei momenti di calma, grondanti disperazione, furono però solo quello: momenti.
Sentirono di nuovo quel clangore e poi un impatto.
Le pareti attorno a loro tremarono, così come il pavimento mentre il tram usava la sua carrozza frontale come una macchina da assedio.
Un altro.
Videro cadere le tegole dal tetto, nubi di cartongesso rilasciate dal soffitto gli invasero i polmoni. Una di loro si gettò al riparo, l'altra perse l'equilibrio.
Un altro ancora.
La palazzina già al limite collassò definitivamente, schiacciando in una volta sola il tram e la penultima sopravvissuta. Il terzo piano era diventato il primo, il tram su cui era collassato l'edificio era, invece, il pian terreno, costretto all'immobilità. L'ultima emerse dai calcinacci, ferita e dolorante, ma ostinatamente viva, salvata da un provvidenziale tavolaccio sotto cui si era gettata. Si chiese se ciò che giaceva sotto di lei, sdraiato su un fianco e immobile, fosse morto… e allo stesso tempo scacciò la domanda. Non voleva nutrire la concussione cerebrale che aveva invaso la sua mente.
Dopotutto, non poteva essere vivo, non avrebbe dovuto mai esserlo. Aveva di certo quello che poteva permetterle di rimanere viva a sua volta. Una delle cornici che una volta ospitavano dei finestrini era scoperta e rivolta verso il cielo, una botola per le viscere d'acciaio del tram, ricolme fino all'orlo di salvezza e macerie. Zoppicò e inciampò fino a raggiungerlo, superando il corpo sanguinante di quella che era stata una sua compagna di sventure. L'adrenalina che le gonfiava il petto sovrascriveva il dolore e la paura. Si calò al suo interno e spalancò uno degli scatoloni.
Acqua, cibo in busta e in lattina e, soprattutto, primo soccorso. Nella sfortuna che aveva investito la sua compagnia di sopravvissuti, si trovava un lato positivo: c'era molto di più per lei, doveva solo estrarlo e metterlo al sicuro. Si bendò e disinfettò. Svuotò quattro bottigliette d'acqua e divorò altrettante barrette proteiche, quasi scoppiando in lacrime sentendo il sapore tanto lontano ed esotico del cioccolato.
Stava per arrampicarsi fuori dal tram quando si mosse, redivivo. Si tenne stretta a uno dei manubri pendenti dal soffitto del macchinario, mentre quest'ultimo si sollevava. Le macerie che lo avevano schiacciato gli si ancoravano addosso, come piastre dorsali di una mostruosità preistorica, saldate da sangue, carne e ossa della compagna seppellita con lui. L'abominio tramviario ritornò sulle sue zampe e l'ultima sopravvissuta, esausta e ferita, perse la presa, cadendo attraverso il riquadro che una volta ospitava il parabrezza. I fari frontali si accesero per la prima volta, inondandola di luce. Gli ultimi momenti della sua vita si ridussero a un bianco accecante. Il suo corpo, al contrario, si ridusse a una densa foschia rossa.
Il Tram 4968 della Linea 15 ha lasciato i binari.
Ha lasciato l'area urbana di Milano.
Non ha lasciato sopravvissuti.