Il Suono dei Pistoni
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Il suono dei pistoni, non si fermava mai.

Giuseppe Cieli lo sapeva bene, ha sentito le voci e ha osservato il posto per un po' di tempo. Molto tempo.
Giuseppe è sempre stato di Asiago, là dove facevano buon formaggio e dove la terra era buona se sapevi dove coltivare; ma i gran signori della famiglia Cieli non erano contadini, bensì artigiani.
Piccoli falegnami di città che andavano avanti con la loro manodopera da generazioni: si parlava di mobili, case e piccoli ninnoli con cui adornare le proprie tane. Tuttavia, la tradizione di famiglia, sebbene fosse importante per il nuovo capo famiglia, non gli andava esattamente a genio; lui infatti con ogni avanzo di legno che gli rimaneva si metteva ad intagliare, non importava quanto fosse grande o piccolo, il coltellino lavorava giorno e notte. A Giuseppe piaceva crear balocchi, ma balocchi di tutti i tipi, non importava se fossero bambole, trottole o trenini; lui creava di tutto. Era la sua passione, era il suo modo di vivere con il mondo. Gli piacevano i sorrisi dei bambini, e spesso soleva a regalare queste piccole cosucce che creava alle famiglie che compravano uno dei suoi mobili.

E ora si trova qui.
Ha sempre sentito di strane voci che venivano da Ghertele, di un luogo che creava di tutto; una fabbrica scavata in una collina con ciminiere che si alzavano fino agli alberi più alti. "Un luogo che crea tutto, quale buffonata," pensa tra sé e sé, "come puoi crear tutto e offrire prezzi bassi allo stesso tempo?". Fatto sta che l'Italia non era un paese industrializzato, anzi la maggior parte delle persone lavorava nei campi e si sapeva bene.
Nessuno sa come o quando sia comparsa. Nessuno ha visto i lavori per erigerla o finirla. Nessuno ha mai visto l'interno ed ogni visita veniva respinta. Respinta solo per lettera, mai nessuno che usciva, mai nessuno che entrava, nemmeno quando la fabbrica fischiava.
Faceva di tutto, tessuti, argenteria, mobili. Anche balocchi.
Anche balocchi, pensava.
Forse là dentro avrebbe trovato qualcosa che l'avrebbe aiutato a vivere del suo sogno, di vivere della gioia dei bambini. Qualcosa o qualcuno, quantomeno. Sarebbe stato senza dubbio interessante trovare il signore di quella fabbrica, chiedergli una domanda o due di quel portento.

Inspirò lentamente e riprese la lanterna che aveva poggiato a terra per osservare le ciminiere; la nebbia ha iniziato a diradarsi dopo che aveva occupato le strade per tutta la giornata; e Giuseppe si è rimesso a camminare sulla strada in terra battuta.


Il suono dei pistoni non si fermava mai.
O almeno, così dicevano. Giuseppe non ha sentito nulla provenire dall'edificio, e così era da almeno un paio di ore, mentre pensava a come presentarsi in quel pomeriggio di gennaio, con il giaccone addosso che gli copriva tutto il collo.
Ora, raggiunto l'ingresso, cerca di spolverare grossolanamente il vestito e ha battuto il pugno sulla porta tre volte, solennemente come si osava fare nel luogo dove si era attesi.
Ma nessuno rispose.
Batteva quindi alla porta di nuovo, ma nessuno la apriva. Giuseppe ha pensato sin da subito che tutto era strano; nessun rumore, nessuna risposta. Eppure un filo di fumo le ciminiere lo mandavano in quell'aria disgraziata!
Infastidito, tese la mano sulla maniglia della porta e la spinse. S'aspettava di trovarla chiusa, ma in realtà era aperta, ed anzi estremamente leggera, perfettamente bilanciata. Se lo annota un attimo in testa, prima di entrare e realizzare che era tutto buio, ma fortunatamente la lanterna che si era portato dietro calzava a pennello per la situazione. Acceso il lume ed attesa che la candela iniziasse a bruciare, ombre tremolanti comparivano sui muri. Ai lati vedeva scrivanie, scaffali e altre piccole cosucce che avrebbero avuto in un ufficio, e quindi si incamminava più in profondità, avendo trovando le scartoffie bagnate di poco interesse.

Mentre avanzava, trovava macchine gigantesche. Monoliti di ingranaggi e metallo alti fino ad un soffitto che non dovrebbe mai essere stato così alto; l'aria non era più quella fresca delle colline, ma un'aria vecchia e viziata, un'aria che ti faceva pensare a qualcosa di molto antico.
Suo nonno gli aveva sempre detto di far passare più aria possibile in casa finché la stagione era buona, anche se era cattivo uso farlo d'inverno. Suo nonno aveva un sacco di detti e modi di fare, ed era un vero peccato che fosse morto tre mesi prima. Un mese dopo che le persone avevano iniziavato a parlare di questa fabbrica.
Guardava alla base dei macchinari, dove vedeva leve, forni ed altre cose che non riusciva a capire cosa fossero; povero Giuseppe! Un falegname in un mondo di macchine! Un poverello in un mondo troppo complicato per essere compreso da lui; troppo complicato e troppo malvagio per un'anima così pura e buona.
Ogni tanto, all'angolo dei suoi occhi vedeva qualcosa con le mani pronte sulla leva di una macchina; una sagoma che gli sembrava una persona, ma avvicinandosi vide che altro non era che una statua ruvida e color arancione, che somigliava ad una persona solo da lontano. La vista lo turbò, ma continuò ad avanzare sperando di trovare un'anima viva in giro per quel luogo. I muri erano puliti con soltanto tracce di fuliggine in giro, ma tutto cambiò quando Giuseppe trovò una rampa di scale nascosta dietro a quella che sembrava una fornace. Una piccola, ripida rampa di scale a chiocciola che lo portava giù.
Non vedendo altro luogo dove andare, Giuseppe scese. Discese giù, sempre più in giù.


"Il macchinario deve essere oliato per funzionare! Non con l'olio, costa troppo! Utilizza il sangue di quel cadavere, tuo figlio; per far calare il pistone nella sua camera.

Il silenzio tombale lo avvolgeva, ma l'odore lo inebriava; era molto più acre ed aspro di prima, non c'era solo vecchiaia, c'era anche qualcos'altro per l'aria. Portando la lanterna in alto, vide intorno ai muri tubature di metallo che si diramavano in tutte le direzioni, catene appese ai muri, e quelli che sembravano enormi chiodi conficcati nelle pareti. Avanzò per uno stretto corridoio, sempre alla ricerca di qualcuno; ogni tanto ritrovava quelle statue arancioni color ruggine in posizioni strane, una perfino accasciata a terra con una mano tesa verso il soffitto di quel tunnel, come se stesse annaspando alla ricerca d'aria. Pensava a come poter vendere i suoi giocattoli, creando forse una sorta di marchio che andasse a riprendere il nome di famiglia… Caeli, forse? Ma scacciò questi pensieri una volta che sentì che i suoi stivali si appiccicavano al pavimento. Si fermò un attimo, muove il piede. Un liquido, denso, viscoso. Non riusciva a distinguerlo alla luce della lanterna; poco vicino c'era il braccio di una delle statue. Notò allora che i muri erano fatti di metallo, il soffitto era fatto di metallo, così come il pavimento ed i tubi; diamine, perfino le statue ora che le osservava meglio erano in metallo! No, peggio… erano fatte di quello che sembrava… allungava la mano, per toccare il braccio sul pavimento, una porzione della strana scultura cadeva giù in grossi fiocchi metallici. L'aveva già vista, su strumenti mal curati, lame di coltelli o di scuri lasciate alle intemperie, sotto la pioggia senza venir correttamente trattate e conservate. Si formava sul metallo, sugli strumenti abbandonati. Era ruggine.
Tuttavia, il braccio arrugginito si mosse di scatto, cosa che spaventò Giuseppe e lo fece cadere, col fondoschiena sulla pozza bagnata. Quando riuscì a recuperare la lanterna, si mise ad osservare il braccio, ora con la mano aperta, protratta in alto.

L'odore del ferro era ora insopportabile, nauseabondo. Non era più sicuro di cosa era zuppo ed ogni parte del suo corpo gli gridava di andarsene, ma era troppo tardi; non era più curiosità ormai ma una morbosa ossessione che lo spingeva ad andare avanti; voleva sapere tutto, voleva sapere come facevano i materiali ad entrare e ad uscire con così estrema facilità, il funzionamento dei macchinari, gli operai. Quasi gli sembrava addirittura che la fabbrica fosse viva a modo suo, e passando il dito sulle mura ogni tanto sentiva qualche strana scanalatura, come se ci fosse qualcosa d'inciso dentro, ma ogni volta che controllava con la lanterna che si portava dietro, non vedeva nulla. Solo un muro in metallo.
Non pensava più alla gioia dei bambini, ma a quanto sarebbe riuscito a portare alla famiglia, anzi, a quanto avrebbe potuto portare a se stesso. Riesce quasi ad accorgersene, di come questo ambiente avesse un'aria malvagia. Ma un uomo che non si accorge dei suoi stessi pensieri non può accorgersi di simili cose, figuriamoci se riesce a sentire un ambiente con pensieri tanto corrotti.

Alla fine, trovò una stanza, al lato del corridoio che attraversava, soltanto dopo diversi minuti di camminata che aveva deciso di non contare; entrando notò con piacere che era piena di scaffali, e quant'eran pieni quegli scaffali! Di strumenti e legno erano sommersi, ed ogni dove erano presenti balocchi, giocattoli delle fatture più squisite! In altre circostanze, sarebbe stato un paradiso per lui, e non sapeva esattamente se esserne turbato o rincuorato a una vista del genere. Certo sapeva però che poteva farsi qualche denaro con cose del genere. Eppure non toccò nulla, avanzava come stregato verso uno scaffale più piccolo, in fondo alla stanza. Raggiungendolo trovò una scatola. Sapeva che avrebbe trovato qualcosa di suo interesse là dentro, e fremeva della voglia di aprirla, se la rigirava tra le mani. Una deliziosa scatoletta di ottone intarsiata, "Fatta sicuramente da un orafo abile", pensava, "mai uno di quei macchinari riuscirebbe ad emulare qualcosa del genere", continuava a borbottare. Entrambe affermazioni sbagliate, poiché la fabbrica non teneva artigiani, od operai specializzati d'alcun tipo, ma Giuseppe non poteva saperlo.
Alla fine cedette alla tentazione e sollevò la chiusura della scatola, aprendola con un movimento secco. Difficile dirsi cosa si aspettava; progetti, antiche pergamene, segreti. Uno strumento perfetto forse? Qualunque cosa la sua mente corrotta potesse desiderare, certamente. Tuttavia non trovò nulla, se non una nube di strana polvere che gli volò dritta nei suoi polmoni.
Immediatamente, sì pentì di quello che aveva fatto, si sentiva male. Tossiva; buttava fuori l'aria che aveva nei polmoni e cerco di ributtarne altra dentro con dei respiri affannosi. Si tolse la giacca, si sentiva bruciare la faccia; era coperta di fiocchi di ruggine, la sua carne stava cambiando e poteva sentirlo; bruciava; era ruvida.

Vicino a lui un'ombra si fece solida, stanziandosi dall'angolo della stanza. La figura si mise in testa un cappello, chinandosi sopra Giuseppe, ormai stravaccato sul pavimento, consapevole di quello che stava accadendo.
"Povera, piccola cosa", disse la figura. Giuseppe, con un mano si teneva la gola, mentre l'altra la puntava con fare accusatorio verso l'uomo uscito dalla parete; gli sembrava che la stanza fosse diventata liquida, dai contorni non più definiti, nulla stava più al suo posto.
"Il Diavolo!" sussurrò Giuseppe. L'altro invece annui senza veramente dar peso alle parole.
"Non è un nome con cui vengo chiamato spesso, ma è facile per un uomo accusare uno che vorrebbe aiutare." Rispose; Giuseppe portava il dito accusatore a terra.
"Sei il proprietario di questo posto, allora?" Chiese.
"No, non proprio, ma sono uno a cui piace pensare d'essere il proprietario di tutto." Disse con una certa aria di tristezza e nostalgia, ed aiutò Giuseppe a sedersi per terra.
"Cosa mi sta succedendo?" Chiedeva allora, non capendo cosa fosse un "proprietario di tutto".
"Muffa della testa, dell'anima. Ruggine. Non quella che trovi nella tua vita, ma quella che trovi soltanto qua dentro." Pronunciando queste parole, fece un gesto con il braccio verso gli scaffali della stanza. "Ti sei fatto abbindolare dalle promesse di questo posto; non è fatto per gli uomini, o per me; la Fabbrica dà retta solo a se stessa. E non c'è cura. Vuole un padrone e non si fermerà finché non ne troverà uno."
"Morirò, quindi?" Continuava Giuseppe con le sue domande. "Sono condannato a rimanere qui?"
"In condizioni normali, si direbbe di sì." Rispose l'altro. "Per i mezzi dell'uomo e per come capisce il mondo, ahimè non c'è effettivamente cura. Ma io posso salvarti Giuseppe, ma come un dottore chiede un pagamento anche io voglio un qualcosa in cambio."
È il diavolo, pensava Giuseppe, è il diavolo davvero, sceso in terra per prenderlo. Ma aveva i figli a casa, la moglie ed il fratello che aveva perso una mano con la scure. Non poteva abbandonarli. Non voleva lasciarli soli. Non come aveva lasciato solo il nonno in quel momento.
"Dimmi cosa ti può dare un povero come me, e te la darò." Rispose quindi Giuseppe. "Sia anche la mia anima o il mio corpo; ho già peccato in vita mia."
"Opzioni drastiche, non trovi?" Sghignazzava l'altro, tirando la lanterna su uno scaffale; Giuseppe lo vedeva bene ora. Era completamente nero, nero pece, senza fondo. "Diciamo che voglio solo che tu sia mio amico, e che i tuoi sogni mi interessano. In cambio, porterò la ruggine altrove, anche se non te ne separerai mai del tutto; ma non morirai per essa e non la vedrai o sentirai in alcun modo." Gli occhi dell'essere luccicavano di un giallo folle, splendenti eppure opachi "Che ne dici?"
Il cuore di Giuseppe smise di battere per un solo secondo, saltò un battito. Aveva già sentito di come le persone chiedevano l'amicizia e poi la utilizzano per estorcere soldi; eppure questa è l'unica possibilità che aveva, sapeva che sarebbe diventato come le statue. Un altro corpo in una fabbrica morta, immobile. Un altro pezzo di metallo corroso in un cimitero di pistoni. "Dove sta l'inghippo?" Chiese Giuseppe; l'altro si chinava sul pavimento e prese qualcosa in mano, prima di fissare l'uomo e parlare: "Diciamo che la Ruggine non ha modo di essere veramente distrutta, è parte della sua natura e io mi limiterò soltanto a spargerla in giro, anche se non sarà più in grado di infettare nulla." Disse la figura; gli occhi gialli, splendenti al buio emettevano una fievole luce nell'ombra. "Lavori il legno, non è vero? Ogni cosa che farai avrà un poco di quella ruggine, poco importa quello che farai. Qualcosa ne avrà un po' di più, qualcosa ne avrà un po' di meno."
Giuseppe osservò la figura, respirando come poteva, con il fiato che gli veniva a mancare, ma il desiderio di salvarsi era enorme, e nessun prezzo sembrava troppo alto, anche se non aveva capito bene l'offerta.
"Accetto." dichiarò infine il signor Cieli e prese la mano dell'essere per tirarsi in piedi ed immediatamente si sentì come se il bruciore alla pelle ed ai polmoni l'avessero abbandonato.

Poi, si ritrovò disteso, in un letto probabilmente, sotto le coperte. Aprì gli occhi, con macchie scure che danzavano tutto intorno, come se gli occhi si stessero adattando alla luce dopo ore di oscurità; al suo fianco c'era una figura che riusciva a riconoscere come sua moglie.
"Maria, cosa succede? Dove sono?" Chiedeva Giuseppe.
"Beppe, ti sei alzato mamma mia! Pensavo che non ti svegliassi più."
"Che è successo?" Continuava a chiedere Giuseppe.
"E che ti devo dire, ti hanno trovato sulla strada tra Ghertele ed Asiago dove eri andato a cercar legno buono per i mobili, tutti si chiedevano dov'era finito il maestro Geppetto e hanno mandato tre uomini a cercarti." Rispose Maria.
Giuseppe guardò le braghe messe ad asciugare, bagnate, chiazzate di rosso. Stessa cosa per il giaccone.
"Io non sono il maestro Geppetto, il nonno veniva chiamato così. Lui era un grande."
"Chiamano Geppetto chiunque sia il capo della famiglia, lo sai bene."
Il signor Cieli annuì. Non si poteva negare la verità. Oh, avrebbe speso qualunque cifra per riavere indietro il nonno; di sicuro, lui gli avrebbe saputo dare un consiglio opportuno. Poi realizzò una cosa: sentì un peso sulla cassa toracica, freddo e metallico. Immediatamente si irrigidì ripensando alla "Muffa dell'anima".
"Maria, hai presente la fabbrica?" Chiese Geppetto per fare un'altra domanda.
"Che fabbrica, Beppe? Non ci sono fabbriche qui in giro." Rispose la moglie, mentre andava a mettere un altro pezzo di legna sul focolare.
Non c'erano fabbriche, è stato un incubo.
Stese la mano fino al petto, ma non la chiuse. Soltanto sfiorandolo l'aveva riconosciuto. Il suo respiro si faceva veloce, ma al contempo si fece coraggio e afferrò il piccolo scrigno di ottone che aprì nella Fabbrica. Portandolo fuori dalle coperte non c'era più alcun dubbio; era quello.
Si promise di non aprirlo mai più.
Esalò un ultimo respiro prima di posare lo sguardo sulla moglie e porse un'ultima domanda.
"Maria, posso farti una domanda strana?"
"Certo, caro." Rispose lei, mentre già si concentrava sul prossimo lavoretto da fare.
"Puoi portarmi i miei strumenti?"

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