Il Rumore Del Tempo

Rodrigo Romano si alzò di scatto: dov'erano le lenzuola, il cuscino? Dov’era Esmeralda? Il suo letto, la sua casa? Si guardò intorno; era immerso in una nebbia fitta, grigiastra, e sentiva dei ciottoli scricchiolare sotto i suoi piedi. Istintivamente portò la mano destra alla vita, ma non trovò la pistola. Sentì solo il morbido tessuto del pigiama di cotone che aveva messo andando a letto. A fatica riuscì a reprimere il panico, ma gli anni di allenamento fisico e psicologico a cui era stato sottoposto lo aiutarono a mantenere la calma. Per prima cosa, fece l’inventario degli oggetti a sua disposizione: non aveva niente, se non maglietta, pantaloni e berretto da notte. Notò subito che, nonostante i vestiti leggeri, non sentiva affatto freddo, anche se l’umidità avrebbe dovuto giustificare almeno qualche brivido. Provò a togliersi la maglietta e aspettò un minuto intero a petto nudo. Nulla: gli sembrava di essere ancora sotto le coperte, al caldo. Neanche i piedi nudi parevano soffrire sui sassi, che dovevano essere freddi in quell’ambiente nebbioso. Appurato che si trovasse in un luogo quasi sicuramente anomalo, iniziò a riflettere sugli ultimi avvenimenti di cui si ricordava. Era tornato a casa, dopo aver accompagnato i genitori alla loro abitazione in seguito ad un controllo medico. Si era svestito, aveva messo pistola, orologio e telefono sul comodino vicino al letto, come sempre; aveva indossato il pigiama, ed era andato al bagno a lavarsi i denti. Si era infilato sotto le coperte, con cautela per evitare di svegliare la moglie; e si era addormentato. Per quanto si sforzasse non riusciva a trovare nulla che potesse spiegare il “trasloco”. Il suo era un sonno leggero, avrebbe sentito qualsiasi intrusione nella propria abitazione, figurarsi se qualcuno avesse provato a rapirlo.

Era stato sedato? Non vedeva nessun segno evidente di un'eventuale iniezione, e non avvertiva confusione o vertigini, sintomi molto comuni dell’esposizione ad amnestici, quindi escluse la possibilità. Un agente memetico sofisticato? Forse, ma gli agenti memetici sono solitamente visivi, quindi qualcuno lo aveva svegliato e costretto a guardare una foto? O lo aveva esposto ad un'anomalia sonora? In tal caso, sua moglie era in pericolo o già morta. Si sforzò di non pensare a cosa le potesse essere successo. Forse l’arma sonica anomala era la spiegazione più sensata. Esmeralda era solita dormire con i tappi per le orecchie, per evitare di sentire il rumore del campanile della Chiesa vicina; lui invece era abituato a non riposare per più di 2 o 3 ore di fila, anche perché doveva essere sempre pronto in caso venisse chiamato per contenere qualche anomalia.

Adesso che ci ripensava, la chiesa: il campanile non suonava da tre giorni. Sembravano esserci problemi tecnici con il meccanismo che doveva scandire le ore, e quattro giorni fa aveva iniziato a rintoccare anche con due o tre ore di ritardo. Siccome non era stato possibile trovare una soluzione, si era pensato di interrompere la corrente in attesa della scoperta del problema. Stava diventando paranoico? Forse, ma tanto valeva tenere tutto in considerazione. Aveva bisogno di risposte, ma doveva avere un modo affidabile per orientarsi nello spazio in cui si trovava. Si chinò su uno dei sassi di colore grigio scuro levigati e incastonati in quello che sembrava un rudimentale cemento, lo afferrò infilando le dita negli spazi vuoti fra i ciottoli e tirò verso l’alto. La pietra si staccò con relativa facilità dal terreno e Rodrigo la guardò soddisfatto. Iniziò a muoversi dritto davanti a sé, tirando fuori pietre in modo da creare una linea che lo aiutasse ad orientarsi. Almeno, se lo spazio non era euclideo, se ne sarebbe accorto. Con un occhio guardava il terreno, con l’altro cercava di mantenere il controllo dei propri dintorni: la visibilità era al massimo di 100 metri, e anche se non sentiva alcun rumore teneva sempre un sasso a portata di mano, per non essere completamente indifeso. Procedeva ciottolo dopo ciottolo, ancora stupito dalla discrepanza fra gli input visivi e tattili che riceveva; inoltre, il suo fiato non diventava condensa, come si sarebbe aspettato. Sembrava quasi di essere in una simulazione imperfetta, molti dettagli non definiti o del tutto trascurati. Chissà in che diavolo di posto era finito.

Dopo un centinaio di passi, forse due, gli sembrò di vedere una struttura: la sagoma era cilindrica, molto allungata, come una torre. Rodrigo iniziò a procedere con maggior cautela, raddoppiando la propria consapevolezza dell’ambiente circostante. Adesso passava più tempo a guardarsi intorno, mantenendo sempre la torre nel suo campo visivo. Poco dopo se la trovò davanti, alta più di 10 metri, sembrava quasi essere di fattura medioevale, costruita interamente di pietre biancastre e quella che sembrava la stessa amalgama che teneva insieme il ciottolato. Aveva una struttura leggermente conica, e appariva assottigliarsi in cima, anche se di molto poco; la parte superiore era ancora fuori dalla sua visuale a causa della nebbia, che si infittiva man mano che l’altitudine aumentava. A un'ispezione più dettagliata era relativamente larga, con un diametro di almeno 5, forse 6 metri, e presentava un numero piuttosto elevato di feritoie, posizionate a spirale ascendente ogni metro circa. Da esse sembrava penetrare una luce calda, ma molto fioca.

Rodrigo andò dall’altro lato della torre, sempre creando un percorso che indicasse da dove era venuto, e si trovò davanti ad una porta di legno scuro, alta 1,60 metri circa, larga una sessantina di centimetri e rialzata di 30. Era un po’ logora, costituita di assi verticali ben lavorate e da cui erano stati rimossi tutti i nodi. Presentava un semplice pomello sferico in ottone, senza traccia di alcuna serratura, e dei cardini nero pece in ferro lievemente arrugginiti. Rodrigo stette fermo per qualche minuto, per decidere il da farsi. Che cos’era quell’edificio? C’era probabilmente ancora qualcosa o qualcuno lì dentro, o c’era stato di recente, viste le numerose luci che riusciva a vedere dalle fenditure.

Decise di non entrare e continuare ad esplorare un altro po’, perché voleva vedere se era in grado di raccogliere ulteriori informazioni sul luogo senza correre rischi. Continuò a camminare dritto davanti a sé, sempre creandosi un sentiero da seguire al ritorno. Sapeva di non essere solo in quella terra, anche se non era consapevole di chi gli facesse compagnia. Dopo circa 500 metri si fermò; non era quella la torre che aveva già visitato? L’aspetto era perfettamente identico, pietre bianche, feritoie, porta in legno e soprattutto luce, calda ma fioca, che sbocciava dai fori nella struttura.

Si trovava in uno spazio non euclideo? Corse indietro, seguendo il percorso che aveva creato. Girò intorno alla torre che aveva esplorato prima e tornò al punto di partenza. Era certo di aver visto due edifici diversi, però doveva esserne sicuro. Prese un mucchio di sassi divelti e tornò alla prima torre che aveva scoperto, piazzò i ciottoli a formare un mucchietto, vicino alla porta di ingresso, poi corse alla seconda struttura. Sulla porta di quest'ultima non vi era il cumulo di ciottoli che aveva lasciato sulla prima.
Beh, almeno sapeva che non stava girando in tondo. Quelle erano in effetti costruzioni diverse, anche se identiche d’aspetto. Provò a girare a destra, per vedere se scorgeva qualcos’altro. Altri 500 metri e si trovò davanti un’altra torre. Stava viaggiando in uno spazio euclideo, come facevano ad esistere così tante copie identiche di uno stesso edificio? Mentre tornava indietro alla prima struttura, pensò che forse avrebbe potuto ottenere una visuale migliore dell’ambiente circostante dalla cima delle torri, forse la nebbia iniziava a diradarsi dopo qualche metro. Non ne era sicuro, ma non sembrava esserci altro in quella terra oltre ciottoli, nebbia e torri. E le torri erano decisamente quelle che contenevano il maggior numero di informazioni e risposte. Con un profondo sospiro, decise di tentare la sorte.

Rodrigo afferrò uno dei ciottoli sul suolo e lo tenne nascosto dietro alla schiena; poi bussò tre volte con la sinistra. Immediatamente si spostò da davanti alla porta, mettendosi schiena al muro e aspettando una qualsiasi risposta da dentro la torre. Nulla. Dopo un minuto e mezzo d’attesa, spinse il pomello d’ottone, e i cardini scricchiolarono dolcemente; l’agente guardò nella penombra, e, non vedendo nulla, decise di entrare. All'interno della stanza vi erano numerose cianfrusaglie sul pavimento, fra cui assi di legno, apparentemente lo stesso tipo della porta, qualche masso in un angolo e alcuni utensili da cucina antichi, tra cui pentole, mestoli e un calderone ancora in piedi su carboni spenti. Le pareti della stanza erano intagliate in modo da formare una scala, integrata perfettamente all’interno della struttura, che conduceva ad un piano superiore seguendo il percorso tracciato dalle feritoie. La caratteristica più peculiare del locale, però, era un reticolo in parte nascosto sotto le pareti pietrose di un qualche metallo, probabilmente anomalo, che emanava una luce gialla piuttosto flebile e sembrava essere parte integrante dell’intera struttura. Rodrigo aveva visto una cosa del genere durante l’operazione di recupero di quella città di calcare, non si ricordava il nome preciso: la Sagitta Iovis aveva a disposizione un dispositivo simile, solo molto più piccolo. Come si chiamava? Cella della Realtà? Sì, doveva trattarsi di una tecnologia simile a quella che era a disposizione della Fondazione; se non ricordava male, serviva a contenere anomalie altera realtà. Poggiò a terra il sasso e prese in mano una trave; probabilmente sarebbe stata inutile, ma almeno lo avrebbe fatto sentire più al sicuro. Si stava per avviare su per le scale, ma notò un libro al centro della stanza, che avrebbe giurato di non aver visto prima. Probabilmente era stato troppo intento a guardare il metallo anomalo. Si trovava su di un leggio di legno massello scuro, molto semplice e senza decorazioni. Rodrigo raggiunse il volume, rilegato in pelle e aperto sulla prima pagina: su di essa era scritta in inchiostro scuro una semplice frase. Era scritto in un italiano antico, medioevale, ma gli studi di letteratura che aveva fatto lo aiutarono a tradurre con relativa facilità.

Se qualcuno sta osservando questo messaggio, sappia che io ho fallito miseramente.

Rodrigo fissò la pagina, inquieto. Non poteva essere un buon segno. Doveva andare avanti a leggere? E se quella fosse l’anomalia contenuta all’interno della struttura? Non aveva alcuna idea sul da farsi. Solitamente era meglio non interagire con entità anomale sconosciute, ma decise che valeva la pena tentare. Voleva sapere come diavolo uscire da quel postaccio. Girò pagina e si trovò davanti due facciate ricche di testo, scritto senza troppi arzigogoli.

Il Demone del Vuoto è stato contenuto, finalmente. Sono state perse numerose anime nel tentativo di porre fine al massacro e i nostri fratelli hanno dovuto servirsi di una delle più potenti armi, la lancia di San Giorgio, per far crollare il mostro. La lieta notizia ci è giunta un mese fa, qui al convento domenicano di Brindisi. Siamo felici, ma allo stesso tempo preoccupati: non è l’unico Mefisto, e altri potrebbero giungere in qualsiasi momento. Ucciderli è impossibile, come eradicare il Male dalla nostra società, quindi l'unica soluzione è l'intrappolamento. Il Demone del Vuoto ha aiutato, con la sua venuta, l'apertura di portali a regni ulteriori. Per questo abbiamo chiesto alla Santa Sede la possibilità di creare un luogo per imprigionare altri demoni presenti nel nostro mondo. Con somma sorpresa la richiesta è stata rifiutata. Ci è stato risposto che era troppo pericoloso. Cosa c’è di più pericoloso di un abominio come quel Demone, che aveva portato morte e distruzione in numerose città? Cosa potrebbe mai giustificare la non creazione di una prigione per esseri di tale malvagità?

Noi non potevamo fare nulla, se non osservare e obbedire alle scelte del Sommo Pontefice, ma niente riusciva a smuovere dalle nostre menti l'idea che fossimo noi nel giusto, e gli altri nel torto. Io non potevo vivere nel timore che un diavolo potesse esplodere dalle tenebre e porre fine al nostro mondo, avevamo visto tutti di cosa erano capaci quegli esseri di puro odio e fonte di immenso terrore. Uno dei nostri discepoli, evidentemente, aveva capito il mio malessere, e due giorni fa mi avvicinò con un testo in suo possesso; non sapevo da dove lo avesse reperito, e mai lo seppi. Lui ci abbandonò la notte successiva, nel sonno, e il Padre Eterno lo accolse nel suo grembo. Il testo era un trattato sull'apertura e sulla creazione di nuove realtà, intitolato “Dei Varchi e Delle Materie Ad Essi Relative”; passai la notte intera a leggerlo, a scoprire i fondamenti della creazione di varchi di natura umana, divina e diabolica, e a riflettere sul da farsi. All'alba mi decisi, finalmente: era ora di proteggere e difendere il nostro mondo. Chiamai a me tutti i fratelli, e insieme preparammo il rito: avremmo creato una prigione, semplice ma efficace, destinata a intrappolare qualsiasi minaccia all’essere umano e all'ordine divino. Uno di noi ne disegnò la pianta su una pergamena, con la piuma intinta dell’olio ricavato dalle membra di San Gerolamo custodite nella nostra cripta, un altro ne pestò le ossa in un mortaio, poi ne carbonizzò la polvere e la usammo per sostituire la sabbia in una delle nostre clessidre. Infine riuscimmo a estrarre un poco del suo sangue, ancora miracolosamente intatto (era veramente un sant'uomo) e lo versammo in un calice, insieme ad acqua benedetta.

Con tutti gli ingredienti pronti, iniziammo il rito al calar del Sole. Fratello Mattia pose la pergamena al centro della stanza, e la clessidra in mezzo a questa. Iniziammo a recitare le formule latine, che non riporterò qui per questioni di praticità. Nel frattempo, fratello Mattia versò il sangue sulla clessidra, in modo che gocciolasse lentamente sulla pergamena, facendo attenzione che non uscisse dal perimetro. I fratelli Gennaro e Bravante ci guardavano, in disparte. Ci eravamo messi d’accordo che loro sarebbero rimasti fuori, nel mondo umano, e che avrebbero condotto le bestie senza timor di Dio nella nostra trappola. Come l’acqua in un fiume scorre in un solo verso, dalla cima alla valle, noi, come qualsiasi altra cosa, una volta entrati non saremmo più riusciti ad uscire. Ed essendo coinvolti nel rito, non avevamo altra scelta che varcare la soglia, per aprire la porta.

Rodrigo rimase paralizzato da quelle parole. Gli occhi si fermarono sull’ultima frase, rileggendola tre, quattro volte. Sì, aveva capito bene. Si trovava in una dimensione diversa, creata per essere la prigione perfetta. E probabilmente era insieme ad anomalie maligne ed estremamente potenti. Le gambe quasi cedettero sotto il peso del corpo, ma l’agente si aggrappò al leggio; forse, se avesse continuato a leggere, avrebbe potuto trovare una soluzione. Forse.

Il rito era quasi completo, mancava solo l’atto finale: scambiammo uno sguardo profondo con Gennaro e Bravante. Avevano le lacrime agli occhi, avevano paura: io provai a consolarli guardandoli fisso, mostrando quanta più risolutezza riuscivo. Non sapevo se fosse abbastanza, ma ci provai comunque.
Dopo un minuto, girai la testa verso fratello Mattia. Era pronto, così diedi il cenno di procedere con il rito. Lui girò la clessidra, in modo che il lato macchiato di sangue tingesse la parte di pergamena ancora bianca, e mentre la polvere d’ossa scorreva noi tutti recitammo i versi finali. Al cadere dell’ultimo granello, ci investì una luce accecante, e ne fummo sbalzati all’indietro.
Ci svegliammo in una terra completamente piatta, bianca come un foglio di carta; non vi era nulla, se non l’apertura che ci aveva condotti in quel luogo. Nel verificare se fosse possibile passargli attraverso, poggiai la mano sul portale, ed era come spingere contro una roccia.
Aveva funzionato, eravamo nella nuova dimensione.

Rodrigo girò pagina, ma era bianca; continuò a girare, e non vide altro che pagine su pagine completamente immacolate. Rimase un attimo interdetto, quasi frustrato; poi si calmò. Era una struttura a più piani, forse avrebbe trovato più indizi nei livelli superiori. Chiuse il libro delicatamente e si diresse verso le scale, sempre trave in mano. Mentre saliva, guardava attraverso le feritoie la nebbia che si infittiva sempre più. Sarebbe mai uscito dalla prigione in cui era finito?

Sbucò in una stanza simile a quella che aveva appena visitato: era diversa, però, sotto molti aspetti. Intanto era più luminosa, il reticolo metallico più sporgente e apparentemente più attivo; inoltre era arredata con due serie di inginocchiatoi, ciascuno dello stesso legno della porta, 6 per fila e privi di cuscino. Erano tutti rivolti dal lato opposto rispetto a dove era uscito Rodrigo, e verso un altare molto rudimentale, elegante nella sua semplicità. Mentre si avvicinava a quell’altare, notò diversi segni, incisi con grande precisione nelle assi che componevano gli inginocchiatoi. Erano dei nomi: Federico, Abbazio, Francesco, e… Mattia? Si avvicinò, per esserne sicuro; sì, si trattava proprio del nome Mattia. Non poteva essere una coincidenza. Sull’altare, al posto della Bibbia, vi era un altro volume aperto, rilegato in pelle. Sembrava identico al libro che Rodrigo aveva appena maneggiato, quindi l’agente tornò a guardare nella camera inferiore. Il volume era scomparso dal leggio dove lo aveva appena lasciato.
Rodrigo si diresse quasi di corsa verso il libro; le prime pagine erano completamente bianche, ma dopo un paio di facciate le sue dita si fermarono su dell’inchiostro. Il discorso sembrava riprendere da dove l'aveva interrotto, e, avido di informazioni, risprofondò nella lettura.

È da almeno un mese che siamo arrivati. Il tempo non sembra mai passare in questa landa desolata, ma almeno i rosari sono un ottimo modo per tenere il conto delle ore. I fratelli dall’altro lato sono intenti nella demolizione di parte del nostro monastero, per fare ufficiosamente spazio ad uno orto, e hanno probabilmente chiamato altri volontari; ci eravamo messi d'accordo che ci avrebbero inviato delle risorse per costruire le nostre celle e prigioni per eventuali demoni, e mentre loro possono parlare con noi tramite missive, a noi, per la natura del portale, non è possibile dir loro nulla. La scusa che avevamo formulato per spiegare la nostra scomparsa era un pellegrinaggio in Terra Santa, dopo cui non si sarebbe più sentita traccia di noi, e Gennaro e Bravante avrebbero pianto la nostra scomparsa, per sempre fugando ogni dubbio sulla nostra sorte. Ci arrivavano assi di legno di castagno, massi di travertino bianco e i ciottoli del pavimento del confessorio, oltre a grandi quantità di amalgama per combinare il tutto e martello e scalpello per aiutarci nell’opera. Il nostro piano era semplice, creare una struttura e replicarla, potenzialmente all’infinito. Abbiamo scelto il campanile, di fattura decisamente non complessa, e, dopo tanto lavoro e l’inserimento di sostanze eteree di nostra fattura, che avrebbero impedito ai demoni di fuggire, siamo quasi giunti al completamento dell’edificio.

Inoltre abbiamo fatto in modo che la nostra mortalità non ostacolasse l’opera di veglia che avremmo dovuto compiere. Il rito era stato specificamente ideato per generare un luogo in cui l'uomo potesse vivere quasi in eterno, tramite la manipolazione del tempo. In questa terra l'uomo ha quasi completo possesso delle sabbie dell’eternità: può tornare indietro quanto vuole, ritornare avanti, rallentare o velocizzare lo scorrere delle ore ad libidum. Basta figurare nella testa dove si vuol giungere o come si vuol modificare il tempo, e la storia obbedirà al suo volere.

L’agente staccò un attimo gli occhi dal libro: cosa aveva appena letto? Non sapeva se questa fosse ancora una possibilità, ma volle comunque provare. Pensò attentamente a quando aveva creato il mucchietto di rocce sulla porta del primo campanile. Nulla. Ci riprovò, senza risultato. Stava sbagliando qualcosa? Forse era successo qualcosa che aveva annullato le proprietà anomale della dimensione in cui si trovava? Poi capì. Se si trovava in una sorta di cella di realtà, probabilmente gli era impossibile modificare in qualsiasi modo lo spaziotempo. Scese le scale e uscì fuori dalla torre. Provò a pensare di nuovo al mucchietto di sassi, chiuse gli occhi e rivisse tutti gli attimi precedenti alla sua entrata nella struttura. Quando li riaprì, si trovava chino, con un sasso nella sinistra: la trave di legno era ancora nella sua destra, e stava guardando un cumulo di ciottoli vicino alla porta principale. Rodrigo rimase fermo per un paio di minuti, fissando il suolo. Riscossosi dallo shock, pensò immediatamente al momento in cui era rientrato a casa, nella speranza che quella fosse la strada fuori dal luogo in cui era intrappolato. Si ritrovò al suolo, sdraiato nel punto in cui si era svegliato. Riprovò ancora, e ancora, e ancora, ma non riusciva ad andare oltre il muro di ciottoli e nebbia in cui era confinato. Urlò, frustrato. Poi cercò nuovamente di calmarsi. Appena alzatosi vide che il sentiero da lui tracciato era scomparso, e dopo un momento di spavento iniziale realizzò che era nell’istante in cui era arrivato nella dimensione anomala. Nonostante ciò aveva ancora la trave di legno in mano.

L’agente volle provare a confermare le potenzialità della sua manipolazione temporale, così divelse un sasso dal suolo e lo scagliò verso l’alto, nella nebbia. Pensò ai documentari, alle scene a rallentatore in essi contenuti, e il ciottolo rallentò fino a quasi frenare la sua salita. Rodrigo lo guardò affascinato; lo sfiorò con le dita, quasi accarezzandolo, e lasciò che il tempo tornasse a scorrere normalmente. Il sasso completò il suo volo e ripiombò al suolo pochi centimetri più avanti. L’agente iniziò a incamminarsi nuovamente verso la torre, salì le scale e tornò all’altare. Il libro era aperto sulla pagina che stava leggendo in precedenza.

Tramite un maggiore controllo sui propri pensieri è possibile persino modificare il proprio corpo, curare ferite, rallentare l’invecchiamento, saziare le membra, ma un utilizzo eccessivo è sconsigliabile, poiché la discrepanza fra parte giovane e anziana potrebbe diventare troppo forte e produrre deformità abominevoli. Una faccenda degna di nota è che, mentre qui il tempo segue i capricci della mente, nel mondo normale scorre come se non fosse successo nulla. Se per noi passa un'ora, per Gennaro passa un'ora, se per noi passa un minuto, per Gennaro passa un minuto. In questo modo le nostre azioni non influenzano gli uomini dall'altro lato della porta. Le notizie che riceviamo una volta al giorno, all'ora di pranzo, non sono nulla di preoccupante o eclatante: note sul procedimento dei lavori, sulle faccende di mondo, e su quanto manchiamo loro. Anche loro ci mancano, ed è un vero peccato non poter rispondere. Siamo chiusi in questa bolla, una strada a senso unico; che sia stata una decisione avventata, la mia? No, non credo proprio: se viene dal cuore, dallo spirito, dalla ragione e dal timor di Dio, non può che essere una decisione giusta.

Comunque, credo di stare perdendomi in divagazioni. La zuppa di piselli è quasi cotta, l'abbiamo preparata per celebrare il duro lavoro compiuto fino ad adesso. Chissà quando mai tornerà utile, e chi sarà il nostro primo ospite.

Romano chiuse il libro, e si avviò nuovamente sulla rampa di scale intagliata nel perimetro interno del campanile. In meno tempo rispetto a prima, o almeno così gli sembrò, la sua testa sbucò in un ambiente estremamente illuminato; il reticolo era quasi del tutto esposto, e sembrava pulsare, emettendo una luce intermittente, anche se non fastidiosa alla vista. Nella stanza vi erano quelli che sembravano letti di fattura molto grezza, appoggiati sul pavimento e ancora muniti di coperte abbastanza logore. Erano disposti a cerchio, in sei gruppi da due apparentemente equidistanti fra loro. Al centro, vi era un qualche soprammobile in castagno, munito di due cassetti più piccoli a destra e di uno scomparto più grande a sinistra, e al di sopra era poggiato il diario dell’abate. Rodrigo non perse tempo, sfogliò quasi nervosamente le pagine in cerca del testo. Più tempo passava in quel luogo, più si sentiva intrappolato, ingabbiato. Aveva bisogno di uscire.

Ho sbagliato: avrei dovuto prestare più attenzione, avrei dovuto aspettarmi una cosa simile. Avrei dovuto ascoltare la Santa Sede, ma per qualche motivo la mia hubris mi ha illuso, mi ha reso cieco di fronte all’evidenza: l’uomo non deve mai sostituirsi a Dio, nell’atto di creazione e distruzione. Una cosa alla volta, però; devo fare ordine nella mia testa. Tre giorni fa ci è arrivato il pezzo finale, la campana del nostro convento. Avevamo due campanili, quindi ci eravamo messi d’accordo che ne avremmo demolito uno. I fratelli ci avevano inviato notizia anche che il nostro funerale era stato celebrato, e che non vi era alcun sospetto riguardo alla nostra repentina scomparsa. La nostra felicità era alle stelle, stavamo per compiere l’opera finale, la moltiplicazione. Seguendo il rito praticato dal Messia (sempre sia lodato) le nostre arti magiche hanno consentito la generazione di un numero prossimo all’infinito di copie identiche dello stesso edificio.

E proprio nel bel mezzo delle celebrazioni generali ho notato qualcosa che non andava. Era una sensazione strisciante, anche se quasi trascurabile, di non essere solo: sentivo migliaia di occhi fissarmi dritto nell’anima. Mi girai verso i fratelli: avevano smesso di abbracciarsi, di lodare la provvidenza. Erano immobili, inquieti, nel loro sguardo vedevo un improvviso terrore. All’inizio li richiamai all’attenzione; forse i compagni dall’altro lato ci avevano consegnato il primo prigioniero, e stava a noi intrappolarlo. Cercammo di eliminare i pensieri dalla mente, imbracciammo i crocifissi e iniziammo a proferire le incantazioni più potenti in nostra conoscenza. La nostra situazione non era affatto cambiata. Non avevamo a che fare con un demone, me lo sentivo, perché lo avremmo già sconfitto, o almeno lo avremmo costretto a manifestarsi. Alla fine decisi di usare la Lente della Percezione, che portavo sempre con me e consentiva la visione di entità ulteriori: per poco non caddi a terra dallo spavento. Vi erano centinaia di spettri, informi, liquidi, che ci scrutavano. Si muovevano in cerchio, quasi a circondarci, come cani su di una carcassa in putrefazione. E poi iniziarono a combattere fra loro. Uno nella turba sembrò percuotere un altro, e da lì partì la zuffa. Avvertii gli altri, che non possedendo il manufatto erano ciechi, che si tenessero pronti e che avevamo a che fare con entità spettrali. Da dove erano saltate fuori tutte quelle anime? Alcune iniziarono a fiondarsi contro il portale, cercando disperatamente di aprirlo; dovevamo agire in fretta. Vi è un solo modo di contenere uno spirito, ed è quello di legarlo ad un oggetto materiale. Mi vennero subito in mente le campane, così iniziai a recitare le formule che avrebbero vincolato le creature ai bronzi. Alcune si staccarono dalla turba, e si fiondarono contro me e i miei fratelli, cercando di ostacolarci. Però eravamo pronti: uno spirito non può danneggiare direttamente alcuna creatura in carne ed ossa, se non tramite telecinesi o possessione. Questi spettri non sembravano essere abbastanza forti da spostare oggetti materiali, ed essendo pronti a sopportare i dolori e le fatiche imposte da un demone non fu difficile respingere gli attacchi delle anime alla nostra mente. Alla fine di cinque lunghissimi minuti riuscii a recitare il versetto finale, e tutti gli spettri, con un ululato di disperazione, vennero risucchiati nei campanili. Ogni singola campana rintoccò tre volte, ma non all’unisono, in una cacofonia assurdamente fastidiosa all’orecchio, mentre segni sigillanti comparivano incisi nel metallo. Dopo poco tempo, i rumori cessarono, perciò io disattivai l’occhio e controllai le condizioni dei miei compagni. Non sembravano provati, almeno apparentemente, ma nessuno si riusciva a spiegare l’origine di tutte quelle anime, e un paio di noi erano particolarmente scossi dalla repentinità del tutto.

Mentre tornavamo dentro al campanile originale, cercai in tutti i modi una spiegazione per gli eventi che si erano appena svolti davanti ai miei occhi. Mi ci vollero almeno un paio d’ore per dare un senso al tutto. Intanto si doveva trattare di entità maligne, seppur straordinariamente deboli, di origine decisamente non divina o diabolica. Potevano esclusivamente trattarsi di prodotti della mente umana, allora. Avevano mostrato un atteggiamento estremamente aggressivo, anche in confronto gli uni verso agli altri, segnale di vanità e desiderio di affermare la propria superiorità sugli altri. Sembravano quasi peccati, colpe represse: ma da cosa erano derivate? Poi capii: stavo guardando la situazione dal punto di vista sbagliato. Gli spiriti nascono in due modi, o sono anime di persone decedute o sono legati alla pratica di arti magiche; non potevano essere venuti dal mondo, quindi dovevano provenire da questa dimensione. Erano spettri…temporali? La cosa mi sembrava assurda, non si era mai sentito che concetti mondani potessero essere tanto potenti da generare i propri spiriti, e in così gran numero poi. Tutti diversi fra loro, come era possibile? La nostra era stata taumaturgia, sì potente, ma certo non di tale entità da giustificare l’oceano di spettri che si era generato in questa terra. Facemmo un rapido controllo: ogni singolo campanile nel raggio di un chilometro presentava le incisioni tipiche di un sigillo, ad indicazione della creatura che ne risiedeva all’interno. Sembrava che ogni singola torre confinasse al suo interno un’anima.

Il portale era un poco malmesso, poroso; la valvola era stata danneggiata, anche se non significativamente, dagli attacchi spettrali. Indicemmo un consiglio straordinario, per decidere il da farsi. Francesco proponeva la chiusura immediata della frattura, Abbazio, invece, era per tenerla ancora aperta, visto che avevamo contenuto le anime. Alla fine, dopo un dibattito piuttosto acceso, optammo per tenere la porta aperta, anche se più attentamente monitorata. Non potevamo permetterci che quella nata come prigione diventasse focolaio di creature maligne, in grado di danneggiare il mondo normale; allo stesso tempo ci sembrava inutile tutta la fatica fatta, se avessimo sbattuto in faccia la porta ai nostri fratelli.
Speriamo solo che la situazione non degeneri.

Era la prima volta che la parte scritta della pagina terminava a metà di una facciata. Rodrigo iniziò a sentirsi molto meno al sicuro di prima. La sua voglia di trovare nuove informazioni era leggermente offuscata da un velo di timore per ciò che lo attendeva; poi ripensò ad Esmeralda, a cosa poteva esserle successo. E si fece forza. Mise il primo piede sulla scalinata, chiuse gli occhi, inspirò profondamente. Guardò verso l’alto, in atteggiamento di sfida, e iniziò a salire.

Iniziava a vedere la nebbia penetrare all’interno della struttura, come se fosse all’aperto; come prima, non sentiva assolutamente nulla, né freddo, né umido, né la voglia di uscire a prendere una boccata d’aria dopo tutto quel tempo chiuso nel campanile. Riusciva a scorgere una luce estremamente intensa, che circondava una zona quasi emisferica sopra alla torre e che, nonostante tutto, aveva difficoltà a tagliarsi la strada attraverso la nebbia. Al centro gli sembrò di scorgere qualcosa di possente. La visibilità era estremamente ridotta, meno di 2 metri, e ad ogni passo si appoggiava con una mano al muro per non cadere, brandendo nell’altra la trave che aveva trovato nel primo piano, come un uomo brandisce un bastoncino temendo che una tigre gli balzi addosso in ogni istante. Il pavimento dell’ultimo piano presentava numerose pozze di condensa, e, anche se non riusciva a percepire la sensazione di umido, Rodrigo volle comunque prestare molta attenzione a non cadere e perdere i sensi in quella terra. Si girò alla sua destra, quasi per caso, e per poco non cadde a terra dallo spavento.

Davanti a lui vi era un uomo, inginocchiato, completamente immobile. Indossava un saio logoro e un rosario di sassolini legati insieme da una corda di canapa. Era in posizione di preghiera, mani congiunte, testa leggermente china verso il basso, occhi chiusi, bocca semiaperta, come se fosse stato interrotto bruscamente nella pronuncia di un qualche discorso. La sua espressione era calma, di una calma piatta, contemplativa. Romano guardò la gola esposta, era completamente immobile. Provò a scuotere o svegliare l’uomo, ma i suoi tentativi non ebbero successo. Che fosse questo uno dei monaci? Se sì, che fine avevano fatto gli altri? E perché era ridotto così? L’agente vide con facilità una parte del reticolo, e, appoggiandoci la mano, iniziò ad usarlo come ringhiera; sembrava che la parte superiore fosse esclusivamente metallo anomalo, senza alcuna traccia di muri, e il tutto sorreggeva qualsiasi cosa fosse al centro. Dopo poco tempo, Rodrigo quasi inciampò in un altro uomo, nella stessa posizione del precedente, e non passò molto tempo prima che si imbattesse in un ulteriore monaco. Ne contò 12 in totale, lo stesso numero di inginocchiatoi e di letti. Almeno sapeva che nessuno di loro era morto o scomparso, il che in un certo senso lo rassicurava. Ciò che non lo rassicurava affatto, d’altro canto, era la fine che avevano fatto gli altri uomini che si trovavano insieme a lui.

Volle sapere cosa era al centro. Si iniziò ad avvicinare, e dopo un paio di passi riuscì a definire una forma curva, quasi conica, di grandi dimensioni. I suoi sospetti furono confermati quando davanti a sé trovò una campana, dal diametro di circa 4 metri e alta più di 5 metri. Era costruita interamente di ottone, e sembrava completamente non affetta dall’umidità del luogo; il livello più basso presentava una linea di incisioni, scritte in una lingua che Rodrigo non conosceva. Sembravano pittogrammi, ma non ne era sicuro. L’agente iniziò a seguire il perimetro dell’elemento architettonico, accarezzandone la superficie con la mano sinistra, finché gli sembrò di vedere una zona annerita. Uno dei simboli era stato cancellato, bruciato via dalla superficie della campana. Rodrigo, inquieto, guardò sul lato opposto rispetto alla deturpazione. La luce delle sbarre metalliche verticali sembrava delineare due linee curve, come se qualcuno avesse forzatamente aperto la struttura. E, a giudicare dalla bombatura, l’apertura era stata compiuta dall’interno.

L’agente strinse la trave ancora di più, quasi a farsi male, e iniziò a guardarsi intorno, costantemente muovendo la propria testa a destra e a sinistra, pronto a fronteggiare qualsiasi cosa potesse saltare fuori dalla nebbia. Decise di continuare a girare intorno alla campana, per valutarne lo stato, e si imbattè in un leggio. Legno scuro, aspetto identico a quello che aveva trovato per primo. Voleva consultare il diario, ma allo stesso tempo non voleva dedicare tutta la sua attenzione alla lettura, sacrificando la consapevolezza dei propri dintorni. Alla fine si decise ad aprirlo e a sfogliare finché non trovò lo scritto. Non era semplice distinguere le parole in mezzo alla nebbia, ma sforzando un po’ la vista riuscì a decifrare le lettere. Con grande riluttanza, si chinò a leggere le parole scritte nel libro.

Se qualcuno sta leggendo questo messaggio, sappia che io ho fallito miseramente il mio scopo. Il portale è stato chiuso, sigillato: non potevamo permettere che gli spettri riuscissero a fuggire. Abbiamo fatto calare sull’intera regione una nebbia fitta, che disorienti persino le creature spirituali. La prigione, il nostro esperimento, è ufficialmente terminato. Evidentemente, se osservi adesso questi periodi, c’è ancora da lottare.

L’altro ieri mi sono accorto del perché dell’esistenza di tante entità, un grattacapo che mi aveva tenuto sveglio notti intere: erano una singola creatura, moltiplicata praticamente all’infinito dopo la incantazione che avevamo compiuto sulla struttura, poiché lo spettro era all’interno delle mura. L’atto taumaturgico lo aveva portato fuori, insieme alle sue innumerevoli copie, e si erano iniziate ad azzuffare perché tutte derivanti da una creatura solitaria. Lo sono andato a dire ai miei compagni, e ad un certo punto abbiamo sentito qualcosa entrare nel portale; era la pergamena quotidiana, firmata da Gennaro e Bravante, ma se non andavamo errati era almeno 4 ore in anticipo. Ci guardammo preoccupati, indecisi sul da farsi: alla fine afferrai il foglio e iniziai a leggere. I fratelli ci avevano contattati per renderci noto uno strano sogno che avevano vissuto quella stessa notte; si trovavano in una dimensione di ciottoli e torri, simili ai campanili del nostro monastero e tutti identici fra loro. Entrando in un edificio ci avevano trovati a dormire, nel terzo piano, sui letti. Vollero provare a svegliarci, ma poi il campanile del loro monastero li aveva destati all’improvviso. Ci guardammo dritti negli occhi: un fantasma, l’originale, aveva avuto il tempo di studiare la struttura della prigione, e in qualche modo era riuscito a condurre le menti di altri in sogno in questa dimensione per potersi liberare, imprigionando la coscienza di uno dei nostri fratelli in quella che sarebbe stata la sua cella.

È altamente improbabile, ma non impossibile, che come noi in questa dimensione siamo in grado di manipolare il tempo e nel mondo normale non abbiamo di questi poteri, così le anime in questa terra praticamente inermi possano cambiare il flusso degli attimi sulla Terra. Certamente non praticherebbero conquiste su larga scala e non cercherebbero di conseguire visibilità in alcun modo, per evitare di essere scoperti e braccati. Rimarrebbero nell’ombra, usando i loro poteri per meglio occultare loro e il corpo che devono possedere per abitare nel nostro piano di esistenza. E sarà difficile scoprire dove si annidano. No, non possiamo permettere che quella nata come soluzione diventi una fonte di notevoli problemi.

Non crediamo che la chiusura del portale sarà abbastanza per fermare lo spirito che aveva contattato Gennaro e Bravante. Abbiamo bisogno di misure più drastiche, e decisamente più affidabili. Dobbiamo vegliare, vegliare e contrastare ogni singolo tentativo dell’anima di uscire dalla propria cella e portare altri sventurati in questa landa. Non sappiamo se saranno abbastanza fortunati da svegliarsi e riprendere il proprio corpo, prima che sia troppo tardi.
Ci siamo messi in cerchio, attorno alla campana danneggiata. Gli altri hanno usato la manipolazione temporale per congelare i propri corpi nell’istante di preghiera, perché mentre nella torre è impossibile modificare il tempo delle cose esterne, è ancora possibile cambiare la situazione del proprio corpo. Io sono l’ultimo rimasto: se qualcuno sta osservando il resoconto di questo esperimento, inizi a sperare di svegliarsi, prima che sia lo spettro a svegliarsi al posto suo.

Rodrigo chiuse immediatamente il libro, doveva svegliarsi in qualche modo. Ma come? Come diavolo poteva svegliarsi da dentro un sogno? Alle sue spalle sentì un fruscio: l’agente si girò di scatto, ma si dimenticò del pavimento bagnato. I piedi scivolarono, e la sua testa andò a sbattere contro la campana, trovandola straordinariamente leggera.

Un rintocco.

Due rintocchi.

Tre rintocchi.

Si svegliò di soprassalto, il petto che si muoveva su e giù come un pistone, le mani affondate nelle coperte, il busto sollevato e sudato. Fuori dalla finestra, sentì il campanile rintoccare le sei di mattina; alla sua destra, Esmeralda dormiva ancora, beata, imbacuccata sotto le lenzuola. Ci volle un po’ prima che riuscisse a calmarsi; dalle sue labbra uscì un mezzo risolino di sfida, e la realizzazione.

Ce l’aveva fatta, finalmente: era libero!

CORRIERE DELLA SERA

Anno 2020 Martedì 22 Dicembre Edizione del mattino

Esce di casa e scompare nel nulla

Vanno a dormire insieme, ma lei si sveglia sola nel letto

È da due giorni che non si hanno più notizie di Rodrigo Romano, apparentemente svanito nel nulla la notte di sabato 20 dicembre. I genitori Martina e Giuseppe Romano affermano di essere stati da lui accompagnati alla loro casa quella sera, dopodiché l’uomo ha dichiarato di tornare alla propria abitazione nella sua Ford Focus C-Max nera. I vicini dichiarano di averlo visto mettere l’auto in garage ed entrare in casa, dopodiché le poche luci ancora accese nell’abitazione si sono spente. La moglie, Lorenzini Esmeralda, afferma di averle volontariamente lasciate accese, poiché il marito la aveva avvertita di un possibile ritardo a causa della fila in ospedale.
La mattina seguente però dell’uomo non vi era traccia: sul comodino vi erano ancora la pistola di servizio e il telefono cellulare, ma l’orologio era sparito. La macchina, al contrario, era ancora parcheggiata in garage. “Non sapevo cosa pensare, cosa fare, era la prima volta che succedeva”, ha riferito la moglie quando, senza notizie del marito per un giorno intero, aveva denunciato la scomparsa alle autorità: “Non mi aveva avvertito di nulla, noi non abbiamo segreti fra di noi; all’inizio pensavo fosse uno scherzo, ma dopo che non lo ho visto rientrare la sera ho capito che qualcosa non andava.” Le ricerche sono in corso: le indagini attualmente indicano che si sia diretto nel boschetto nei pressi della loro abitazione, ma da lì le tracce sembrano svanire nel nulla.
La moglie e i genitori hanno lanciato un appello, affinché chiunque lo veda possa allertare le forze dell’ordine immediatamente: Rodrigo Romano è alto 1,80m, capelli neri e carnagione chiara. L’ultima volta che è stato visto indossava scarpe da tennis bianche, un paio di jeans e un pile verdognolo.

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