Lei
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La prima volta che la incontrai fu per caso.

"Ah…sembrerebbe qualcosa che vorresti chiederle" Quelle parola cambiarono ogni cosa. Avevo bisogno di una traduzione, e in fretta— e apparentemente, lei era quella che poteva farlo.

Mi diedero un numero di stanza, e con il mio taccuino sotto il braccio mi diressi verso di essa.

47JMIyO.png Mostrai le mie credenziali ed entrai, ritrovandomi in una stanza completamente vuota. C’era un letto. Una scrivania. Un tavolo con un vaso di fiori. Una seconda stanza oltre la porta veniva illuminata dalla lampada da cucina.

"Salve?" Dissi.

"Scusa," fu la risposta. La voce era allegra, adorabile, calma. Una giovane donna, con una voce che mi ricordava un frappè alla fragola." Sono nell’altra stanza… di che cosa hai bisogno?"

"Mi è stato detto che mi avresti potuto aiutare nel tradurre del Latino," risposi. "E possibilmente identificare la sua fonte—"

"Oh, certamente, vai, leggi pure ad alta voce. Non è qualcosa a "rischio informativo", vero?"

"No, è stato pulito." Aprì il taccuino. "Apparuit mortuus est mortuus; et apparuit animam viventem…" Lessi chiaramente il passo all’aria aperta. Giurai di aver potuto sentire il suono del ticchettio di tacchi alti sul pavimento di linoleum della cucina.

"Oh, questa è una terribile traduzione," rispose la voce con una risata. "E come se qualcuno avesse fatto ricorso ad un traduttore online dall'Italiano all’inglese per poi passare al latino. Dico italiano—" aggiunse, e la sua voce cominciò a sembrare più chiara per qualche ragione, "perché l’originale era in italiano. È la Commedia e Canzoniere. La Divina Commedia di Dante."

"È fantastico," dissi, scarabocchiandolo sulle mie note. "Grazie mille."

"Oh, tutto qua?" Pareva delusa. "Beh, è stato bello conoscerti. Qual era il tuo nome di nuovo?"

"Larsen," risposi, chiudendo il taccuino. "Daniel Larsen. E tu?"

"Oh, nessuno di speciale," rispose. "È stato bello conoscerti, Dr. Larsen."

La prima volta che me ne andai avevo fretta di tornare a lavoro.


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La seconda volta che la incontrai fu intenzionale.

Accade mesi dopo. Ero finito con una nuova cosa che richiedeva traduzioni. Non ero sicuro se la misteriosa donna parlasse la lingua, ma valeva la pena provare. All’avvicinarmi alla porta mi fermai. Quando la visitai per la prima volta ero ancora un novellino. Non avevo mai visto una cella di contenimento per umanoidi di classe euclid prima d’ora, quindi per me pareva una pesante porta d’ufficio. O forse non stavo prestando abbastanza attenzione. Pensandoci adesso, sapevo di che cosa si trattasse, quindi presi il mio cellulare e aprii il database. SCP-126. Lessi il file.

Fui più calmo quando entrai nella cella di contenimento. "Ciao?" domandai.

"Daniel!" c’era una voce, liscia come la seta. "Ne è passato di tempo. Ti posso aiutare con qualcosa?"

Quella voce. Così spumeggiante e riempita di eccitazione sfrenate nel ricevere un visitatore. Non potevo far altro che sorridere.

“B-beh, veramente,” dissi, poggiando un foglio sulla scrivania. “Cosa ne pensi di questo?”

Potevo percepire i suoi movimenti attraverso la stanza. Non era soltanto un soffice suono di passi sul carpet. Era una presenza, la quale non potevo percepire per nulla, ma che in qualche modo sentivo nella mia psiche più profonda. “Oh wow. Non molte persone parlano il greco del ponto.”

“Tu sì invece?”

Ero sicuro che lei stesse facendo roteare i suoi occhi. “Certamente”, disse ridendo. “Hai una penna? Devo scrivere una traduzione.”

Mi ricordai dell’avviso del file di contenimento relativo al fatto che SCP-126 non poteva manipolare psichicamente gli oggetti nonostante volesse essere d’aiuto. “Oh va bene,” dissi, aprendo il mio taccuino. “I remembered the containment file’s warning that SCP-126 could not manipulate physical items despite wanting to be helpful. “Oh that’s okay,” I said, opening my notebook. “Lo annoterò qua.”
SCP-126 leggeva ad alta voce una traduzione, e la ringraziai per la sua gentilezza. E poi… decisi di rimanere un poco.

Ci sedemmo (o piuttosto, mi sono seduto— lei era incapace nel farlo ma nonostante cio mi pareva che la sua voce fosse accanto a me) sul divano e discutemmo di lingue. Quando scoprì che lavoravo per l’Ufficio Storico rimase intrigata, e passammo più di un’ora a discutere delle vecchie scartoffie che la Fondazione aveva nei suoi articoli.

Quando me ne andai ero triste.


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Al nostro terzo incontro non ero tecnicamente autorizzato.

Non avevo niente da tradurre. Invece mi sono fatto vivo soltanto per parlare. Le mie credenziali mi fecero passare certo, ma avrei dovuto avere una motivazione decisamente migliore per vederla di nuovo. Okay, vedere forse non è proprio la parola giusta.

“Speravo che saresti ritornato, mi sono sentita così bene con te.” Dalla fonte della voce pensai che stesse seduta sulla scrivania. Me la immaginai giocare con le sue gambe facendole dondolare sopra il pavimento.

“Anch’io” Tirai fuori quello che avevo nelle cartelle e lo poggiai sulla scrivania accanto a dove pensavo potesse essere.

"Oh mio dio!” La sentii scendere dalla scrivania e finire sul tappeto accanto a me. “Ma sono quelle—”

"Diciassettesimo secolo,” dissi. “Sto catalogando alcuni di questi disegni per un archivio che la Fondazione aveva da un po’. Sono stato in grado di controllarli per un poco. Quindi non possono rimanere, ma—"

“Sono fantastici.” Si fermò. “Ok, non voglio sembrare strana, ma ti sto per abbracciare.”

Quando me ne andai stavo sorridendo.


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L’ultima volta che la incontrai, fui catturato.

Portai dei fiori. Non avevo idea se poteva odorarli o meno, sembrava che avesse una gamma completa di sensi, quindi valeva la pena provare.

Non appena entrai nella sua cella e la chiamai, una borsa nera venne tirata sulla mia testa. E giuro…. giuro che prima che il suo soggiorno si dissolvesse nell’oscurità, la vidi. I suoi capelli perfetti. i suoi occhi profondi come l’oceano. La sua espressione, paura e sorpresa.

E la sua ultima parola che potrei sentire, fu il mio nome.

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