Gombloddo
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Il sudore, chimera del caldo estivo e della preoccupazione, aveva oramai impregnato i vestiti di Davide. Si sentiva oleoso, puzzolente e sporco e il sacco che gli avevano infilato sul capo si era velocemente trasformato in una sauna infernale alimentata dal suo stesso alito. Il tragitto in auto era stato lungo e tortuoso; probabilmente non sarebbe stato capace di rievocare la strada percorsa nemmeno se gli fosse stato permesso di vederla.

L'avevano prelevato in pieno giorno. Si era sempre aspettato che sarebbero arrivati di notte, illuminati unicamente dalla luce della Luna, come a voler nascondere a Dio i propri peccati, ma erano troppo potenti per preoccuparsi di certe quisquiglie. Loro erano intoccabili. Già… loro. I veri signori del mondo. Quelli dietro a tutto. Coloro che mantenevano la grande menzogna. Politica, storia, notiziari; tutti giocattoli nelle loro mani. Aveva passato la gran parte della sua vita adulta a cercare di svelare al mondo la verità. Un vano tentativo di far capire ai suoi fratelli e sorelle che erano tutti in balia di forze enormi e inesorabili. Insetti che nemmeno sapevano di essere al servizio di un apicoltore. Non lo ascoltavano. Tuttavia lui non aveva demorso e aveva continuato la sua sacra crociata in nome della verità. Nella sua infinita ricerca aveva scoperto realtà sempre più scioccanti e pericolose. E come Icaro che aveva volato troppo vicino al sole, anche lui adesso precipitava verso un orrido fato. Era stato notato e quel che diceva non era piaciuto.

Era sceso dall'auto. Una mano nerboruta gli stringeva l'avambraccio destro, conducendolo in maniera decisa lungo un percorso a lui inimmaginabile. Capì di essere entrato in un'edificio quando l'aria condizionata sferzò la sua schiena bagnata come un colpo di frusta. Iniziò a percepire movimento intorno a sè. Passi, voci ovattate dal suo opprimente copricapo. Era quasi giunta la resa dei conti. Lo avrebbero interrogato, forse torturato con qualche infernale marchingegno, al fine di estorcergli le sue fonti in una paranoica ricerca di falle nella sicurezza; di crepe nel muro che li separava dalla plebe mondiale. E alla fine l'avrebbero ucciso. Avrebbero inscenato un incidente? O semplicemente sarebbe sparito per sempre, dimenticato dal mondo intero? In quel momento rabbrividì, ma non per il malvagio risultato dell'aria fredda che aggrediva il sudore sulla sua pelle.

Forse sarebbero riusciti nel loro intento. Forse avrebbe rivelato loro ogni cosa. C'era solo una certezza: avrebbe combattuto finché ne fosse stato in grado. Anche lui voleva delle risposte e avrebbe cercato di ottenerle. Voleva sapere perché. Magari glielo avrebbero rivelato prima della fine, per mettere pace alla sua anima e dare un significato al prematuro termine della sua vita. Magra consolazione.

La mano lo condusse in una stanza e lo fece sedere. La sedia era fredda, come tutto il resto lì dentro. Il sacco venne rimosso e Davide si ritrovò accecato dalle quattro luci al neon sul soffitto. Davanti a lui, dall'altro lato di un tavolo spoglio, sedeva una giovane donna. Indossava un camice bianco con un logo ricamato sul taschino. Una forma complessa e un cerchio con tre frecce. I colori della bandiera italiana ne adornavano l'interno, come a burlare la fede dei cittadini e la democrazia in sè. Se quella serva del diavolo si aspettava di vederlo supplicare, si sbagliava. L'uomo assunse l'espressione più spavalda di cui era capace ed evitò di guardare indietro per osservare l'uomo che l'aveva portato lì, nonostante la curiosità.

Lei lo studiò un attimo. "Immagino sappia perché è stato portato qui?"

Era il suo momento. "Potrete silenziare la mia voce, farmi sparire, farmi dimenticare, ma ci sono altri, molti altri che continueranno la mia lotta! Siamo sempre di più e non potrete fermarci. Il vostro diabolico controllo del mondo è agli sgoccioli!"

Prese fiato e si rese conto di essere rosso in faccia. Aveva urlato a squarciagola.

La donna sembrava scioccata. La reazione che Davide voleva. Con voce titubante, lei riprese. "Io mi- mi riferivo al koala gigante."

La mente dell'uomo si bloccò. Che trucco era mai questo? Non riuscì ad elaborare una risposta coerente. "C-cosa?"

"Scusi, lei non è Davide Parodi, nato a Pietra Ligure il 2 Dicembre 1983?"

"Sono Davide Parodi, ma nato a Pieve Ligure il 12 Febbraio 1983."

La donna sembrò essere pervasa dal panico ed estrasse velocemente un taccuino da una tasca. Lo consultò in fretta, poi alzò la testa e lo fissò con uno sguardo misto di terrore e imbarazzo. "Merda."


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