Osservatore Speciale
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«È sempre la solita vecchia storia – disse la dottoressa Elaine Wicks – Gli allevatori e i contadini continuano a bruciare la giungla per farsi spazio. Quando incontrano le tribù locali, le mandano via, a volte con la forza. In teoria, ci sono delle leggi che le proteggono, ma i governi locali non sono poi così disposti ad applicarle. Se potesse parlarne coi suoi superiori…»

«Riferirò loro le sue preoccupazioni – rispose Joseph Knight – Ma non posso garantirle che interverranno. Mi trovo qui solo per valutare il valore storico della scoperta»

«Certo. È di questo che l’UNESCO si preoccupa – commentò la dottoressa Wicks, amareggiata – Proteggere le rovine. Quelle hanno importanza mondiale, vero?»

«Ovviamente, le Nazioni Unite hanno a cuore i diritti umani degli abitanti indigeni – replicò Knight – Ma questo non rientra nella mia giurisdizione. Comunque, le prometto che le autorità rilevanti verranno a sapere del problema che ha esposto»

«Non chiedo altro – annuì la dottoressa Wicks – Gli Yashiwa sono una tribù affascinante, sarebbe un crimine se la loro cultura e il loro lascito venissero distrutti, così che gli Americani possano ingozzarsi di hamburger»

«Preferisco i taco. Ora, se permette…»

Knight annuì con rispetto alla dottoressa e uscì dalla sua roulotte, facendosi travolgere dalla soffocante afa tropicale dell’Amazzonia. La maglietta gli si appiccicò alla pelle e il ronzio degli sciami di insetti e il cinguettio degli uccelli lo circondò come un caleidoscopio di rumori. L’accampamento era piccolo: qualche tenda, una latrina e una roulotte coi computer, il collegamento satellitare e un generatore alimentato a benzina potenziato da pannelli solari. Le strutture erano disposte a semicerchio attorno ad un enorme tempio: alto centinaia di metri, fatto di pietra intagliata, ricoperto di bassorilievi smussati e ammassi di rampicanti intrecciati. Tredici archeologi e antropologi erano venuti lì per studiare la piramide degli Yashiwa, che stava già venendo acclamata come la scoperta archeologica del secolo. Il signor Knight e alcuni altri membri della squadra erano lì per un altro motivo. Vide James Zhao che lo salutava con la mano e annuì al giovane cino-americano, prima di raggiungere il collega di corsa.

«Confermi?» gli chiese.

«Non ancora, sto cercando di capire che sta succedendo qui» rispose Zhao, torvo.

Knight sospirò:

«Dannazione. Sei riuscito a rallentare i progressi?»

«Ho convinto le squadre che dobbiamo catalogare e studiare a fondo l’esterno, prima di entrare nella struttura, ma è solo una questione di tempo prima che uno di loro sfugga al guinzaglio e cerchi di aprire una di quelle porte. Non è che posso dirgli di non aprire la tomba di re Tut, o sbaglio?» scherzò Zhao.

«Fa’ del tuo meglio, dico sul serio. Il Consiglio è stato inflessibile su questo punto: qualunque cosa ci sia lì dentro, ha terrorizzato metà dei loro oracoli quando la scoperta è stata annunciata. Finché non sappiamo cosa c’è nella piramide, non possiamo permettere che la aprano. Se qualcuno ci entra e succede qualcosa di brutto… be’, l’ultima cosa che voglio è far ricadere la colpa sugli Yashiwa per il massacro di una manica di studenti. La storiella dei “selvaggi trogloditi assassini” non attacca molto, di questi tempi. Inoltre, mi sembrano simpatici»

«Parli del diavolo…» sospirò Zhao.

Dall’altra parte dell’accampamento, un giovane snello dalla pelle spessa e color caramello stava camminando verso di loro. Portava un decoratissimo bastone da passeggio che fungeva anche da lancia e da cerbottana e il suo torso nudo era pieno di tatuaggi elaborati. Per rispetto dei nuovi arrivati, l’indigeno aveva sostituito il suo perizoma di piante intrecciate con un paio di pantaloncini dai colori vivaci. Anche i suoi sandali tradizionali avevano ceduto il posto a delle Birkenstock di cuoio, ma quello era più per praticità che per rispetto: le calzature degli Yashiwa erano note per essere scomode.

«È bello rivederti, Tashika» salutò Knight, chinando il capo.

«Altrettanto, signor Knight. Come vanno gli studi?» rispose l’indigeno.

Il ragazzo parlava con un accento grave e gutturale: la lingua degli Yashiwa era molto glottale.

«Procedono bene. Stiamo esaminando i bassorilievi sulle pareti della piramide: sono affascinanti. Ne sai qualcosa?»

Tashika scoppiò a ridere e scosse la testa:

«Vorrei tanto dirvi che questo era un antico santuario per il mio popolo, e magari anche citare qualche mito tradizionale tramandato di madre in figlia per innumerevoli generazioni… ma la verità è che non so un cazzo. Noi Yashiwa non siamo quasi mai venuti qui: non c’è nessun fiume, il suolo è povero e la selvaggina scarseggia»

«Il che è interessante – rimuginò Knight – Di solito, le civiltà non costruiscono edifici enormi nel mezzo del nulla. Le strutture così grandi si edificano dove c’è una risorsa naturale da sfruttare. Un fiume per la pesca o il commercio, suolo fertile per l’agricoltura, un punto elevato per difendersi e isolarsi… senza contare che è strano che un tempio non sia circondato da edifici ausiliari»

«Ausiliari?»

«Secondari – spiegò Knight – Strutture come le case dei sacerdoti, o fattorie per sostentarli, rifugi per ospitare artigiani e mercanti. Questi edifici spuntano sempre intorno ai centri religiosi come i templi. È raro trovare una piramide solitaria come questa, nel mezzo della giungla»

«Forse non è un tempio» suggerì Tashika.

Knight fece una breve pausa, facendo attenzione a cosa rispondere prima di proseguire e sforzandosi di stare calmo: Tashika ci aveva azzeccato, era pericolosamente vicino alla verità.

«Ma non può essere altro. Cosa credi che sia un edificio così grande?»

Tashika fece spallucce e ridacchiò, grattandosi il collo con imbarazzo:

«Non saprei, ma… cazzo, questo mi farà sembrare un selvaggio ignorante»

«Sei tutto, meno che ignorante, Tashika. Rilassati e dimmi»

Lo Yashiwa si convinse e annuì:

«Va bene. Ascolta, al villaggio c’è… questa donna anziana, una vecchia megera pazza. La chiamiamo “Grande Madre”. Si dice che può vedere il futuro. Sono tutte antiche leggende, ma fa parte della nostra cultura, capite?»

«Sì, gli sciamani e le donne sagge sono universali»

Knight ricordava di aver incontrato la vecchia quando lui e la squadra dell’UNESCO si erano presentati alla tribù locale degli Yashiwa. Aveva visto una vecchietta incartapecorita con un braccio solo, ingobbita sul suo bastone, che guardava con un’espressione stizzita gli intrusi nel villaggio. Zhao gli aveva detto che la traccia di Energia dello Slancio Vitale di quella vecchia indicava tendenze distinte ad abilità percettive extrasensoriali… Tashika ridacchiò con malcelata tensione, coprendosi la bocca con una mano:

«Sono tutte stronzate, ma… ecco, la Grande Madre non fa che ripetere che dovremmo trasferisci nel nostro territorio invernale in anticipo, quest’anno. È un viaggio di cinquanta kilometri attraverso la giungla. Di solito partiamo verso la fine dell’anno, ma lei continua a dire che una catastrofe incomberà su di noi, se restiamo qui, al punto che mio padre ha accettato di organizzare lo spostamento della tribù molto prima. Non sono altro che cazzate tribali, ma gli anziani le prendono sul serio. Quindi sembra che non potrò aiutarvi più»

«È un peccato» commentò Knight.

Era sincero: Tashika era stato di grandissimo aiuto. Uno Yashiwa nato e cresciuto con la sua tribù, ma che aveva vissuto in città per gran parte della sua vita e studiava all’università. Era stato utilissimo quando la squadra dell’UNESCO aveva negoziato con gli Yashiwa; Knight aveva la netta sensazione che quel ragazzo gli sarebbe mancato.

«Magari possiamo rivederci, quando tornerete nel vostro territorio estivo» suggerì Zhao.

Tashika annuì:

«Se ci sarete ancora. Magari scoprirete tutto quello che vi occorre sapere su questo posto e andrete a casa vostra prima che torniamo»

«Forse» rispose Knight.

«Vado a dirlo agli altri – affermò Tashika – Grazie per l’aiuto… e per il rispetto, signor Knight. Buona giornata, signor Zhao»

«Buona fortuna, Tashika. Ci mancherai» lo salutò Zhao, stringendogli la mano.

«Anche voi mi mancherete»

Il ragazzo chinò il capo in segno di rispetto, poi andò a dire addio ai suoi amici del resto della squadra di ricerca dell’UNESCO. Knight scosse la testa e si accigliò, preoccupato:

«Jimmy, perché mi viene in mente un vecchio proverbio sui ratti e le navi che affondano?»

«Lo stavo pensando anch’io» ammise Zhao.


«Joseph?»

Knight si svegliò lentamente e vide Zhao chinato sulla sua branda. Il Cino-americano sembrava turbato.

«Joseph, mi sa che è successo» mormorò Zhao.

«Che succede?» chiese Knight, allarmandosi.

«Jonas e Timothy sono spariti… e una delle porte del tempio è aperta»

Knight ringhiò:

«Merda! Pensavo che avessimo almeno un’altra settimana, prima che uno di quei ragazzini facesse una cazzata…»

«Dubito che sia colpa loro. È meglio se vieni a vedere»

Knight capì non appena uscì dalla tenda. Era difficile non notare la tenda rovesciata ai margini dell’accampamento, coi tiranti strappati e i pali in acciaio piegati in due. Il tessuto della tenda era stato squarciato; a giudicare dai segni, qualcosa l’aveva ridotta a brandelli con un’artigliata. Per terra c’era una pozza di sangue.

«Chi lo sa, oltre a noi?» chiese Knight.

«Soltanto Lin e Tamaki»

Knight si mantenne freddo:

«D’accordo. Parla con loro, convincili a tacere. Di’ che è stato un orso dagli occhiali e che andremo a cercare quei due. Io prendo l’attrezzatura»

Knight raggiunse di corsa la tenda dell’equipaggiamento, dove aprì una scatola di attrezzi che aveva tenuto chiusa a chiave da quando erano arrivati in Sud America. All’interno c’erano due auricolari, due fucili M4, munizioni e un telefono satellitare. Prese i fucili per primi, controllò se erano scarichi e li mise da parte. Poi Knight prese il telefono satellitare e digitò un numero che non esisteva in nessun elenco telefonico al mondo.

«Centrale, a rapporto» disse una soave voce femminile.

«Centrale, qui è Tasker Uno. Codice di autenticazione: Victor Assegai 922»

«Tasker Uno, la Centrale conferma. Recuperiamo subito il tuo fascicolo… ti passiamo ad un tuo controllore. Resta in attesa»

Knight prese uno dei due auricolari, controllando se le batterie dell’impianto OCULUS erano cariche al massimo, mentre il telefono riproduceva Wheel in the Sky dei Journey. Qualcuno rispose prima che la canzone si ripetesse.

«Tasker Uno, qui è l’Autorità Centrale. A rapporto, passo»

«Centrale, qui è Tasker Uno. Ho due civili dispersi e le porte del tempio si sono aperte. Sto per entrare nella struttura con Tasker Due. Terza Priorità di Missione. Aumento la rilevanza dell’operazione a Risposta di Livello 3. Se non ricevete nostre notizie entro tre ore, consideratela un’emergenza da Risposta di Livello 4. Confermate. Passo»

«Tasker Uno, la Centrale conferma due civili dispersi, porte del tempio aperte. La Centrale conferma il passaggio alla Risposta di Livello 3. La centrale aumenterà la gravità a Risposta di Livello 4 alle ore 06:00, ora locale. Passo»

«Grazie, Centrale. Tasker Uno, chiudo»

Knight riattaccò il telefono satellitare e lo appese alla sua cintura. Prese uno zaino vuoto e ci infilò cibo, acqua, forniture mediche e un computer portatile. Zhao lo raggiunse nella tenda dieci minuti dopo e Knight lo aiutò a preparare il suo zaino. I due uscirono dalla tenda, imbracciando i fucili d’assalto e indossando i visori ad infrarossi. Knight vide due dei ricercatori della squadra archeologica dell’UNESCO vicino alle tende; Lin fece un’espressione allarmata, quando vide Knight e Zhao vestiti come soldati delle operazioni speciali. Knight dichiarò:

«Dunque, abbiamo due colleghi dispersi, è possibile che siano stati rapiti. Io e Zhao abbiamo intenzione di recuperarli. Lin, se non ci rivedete entro le 06:00… scusa, alle sei del mattino, prendi tutti, falli salire in macchina e torna in città. Trova l’ambasciata statunitense più vicina e racconta tutto»

«Cosa devo raccontare? Non ci sto capendo niente!»

Knight improvvisò:

«Dei terroristi hanno rapito Tim e Jonas. Proveremo a salvarli»

«Ma…»

Zhao la interruppe:

«Lin, se non torniamo, i terroristi potrebbero venire a cercarvi. Devi portare la squadra al sicuro: sei tu il capo»

Lin esitò, ma alla fine si persuase, annuì e si limitò a dire:

«State attenti»

«Terroristi, eh?» mormorò Zhao, mentre i due si avvicinavano al tempio.

«La spiegazione sempre valida per ogni attività stramba» ammiccò Knight.


Osservato col VERITAS, l’interno del tempio abbandonato pareva brillare di una malsana luce verdastra, le forme somigliavano schizzi di sangue e artigli raschiati sulla pietra. Una nebbia verdognola vorticava intorno ai due uomini, facendo venire loro la pelle d’oca. L’immagine di una testa scorticata sfrecciò verso Knight, la bocca senza labbra era spalancata in un grido muto, poi svanì nel buio.

«Qui dentro sono successe cose brutte» sibilò Zhao.

«Bruttissime» concordò Knight.

Ci voleva parecchia violenza emotiva e spirituale affinché i segnali di Energia dello Slancio Vitale perdurassero come quelli. In quel posto erano stati commessi degli omicidi… e di peggio.

«Joseph, guarda» bisbigliò Zhao.

Indicò un punto per terra che aveva una traccia VERITAS più splendente delle altre. Knight si abbassò su un ginocchio e passò la mano sulla pozza di luce bianca. Qualcosa di appiccicoso si attaccò alle sue dita e Knight lo annusò: era sangue.

«È fresco – affermò – Non può essere stato versato più di qualche minuto fa. Forse li stiamo raggiungendo»

Fu allora che Knight sentì un gemito. Era molto lieve, più flebile del miagolio di un gattino, ma era grave e gutturale e includeva uno sgradevole gorgoglio. Veniva dalle profondità del tempio, nel buio totale. Zhao fece una battuta:

«Hai presente quel momento in tutti i film dell’orrore in cui grido alla bionda di turno di non andare dov’è buio? Va’ a casa e basta. Chi se ne sbatte di cosa c’è lì…»

Knight sorrise:

«Sì. Ma…»

Mise in mostra il fucile e continuò a camminare verso i corridoi bui e ammuffiti, avvicinandosi al gemito.


La luce era fioca e veniva da migliaia di lucciole. Brillava e lampeggiava debolmente, davanti a loro. Knight giunse alla camera centrale ed ebbe un conato di vomito. La cosa al centro era un ammasso di… materia organica… che gli arrivava alle ginocchia. Era spugnoso e cosparso di minuscoli fori larghi come una matita. Migliaia di piccole larve luminose banchettavano con l’ammasso, sprofondando e spuntando fuori, lente ma instancabili. Quello che c’era in cima all’ammasso non era Jonas, non più. I suoi occhi erano sbarrati in un’espressione terrorizzata, la sua bocca era aperta per lo spavento. Una delle larve gli stava mangiando il labbro superiore, mentre altre tre scavavano nella sua orbita sinistra. La sua mano era tesa verso Knight e la pelle si staccava dall’arto poco alla volta, come una candela che si scioglie. Knight punzecchiò cautamente la mano di Jonas con la canna del fucile. La sagoma della bocca dell’arma rimase impressa nella pelle, come se fosse cera.

«Sapone… si stanno trasformando in sapone!» sussurrò Zhao.

«Cazzo» ringhiò Knight.

Esaminò l’ammasso più da vicino. Rannicchiato accanto a Jonas c’era Timothy, il cui braccio e torso si stavano fondendo col suo compagno. Knight decise che era troppo:

«D’accordo, ce ne andiamo. Sigilliamo la porta, portiamo la squadra dell’UNESCO via da qui e chiamiamo un Team d'Assalto. Questo è decisamente fuori dalla nostra…»

«Signore? Signor Knight?» lo chiamò una dolce voce femminile.

Knight si girò di scatto col fucile alzato, ritrovandosi di fronte Lin.

«Signor Knight, ho affidato la squadra a Tamaki: li sta preparando a muoversi, ma ho pensato che a voi due servisse aiuto. Oh mio…»

Zhao afferrò la giovane cinese prima che iniziasse a urlare, le coprì la bocca con la mano guantata e la tenne ferma mentre si dimenava. Qualcosa si mosse nella camera luminescente e Knight si voltò, vedendo… larve. Larve fosforescenti. Ce n’erano migliaia, spuntavano dall’ammasso di materiale ceroso e saponoso che una volta erano Jonas e Tim. Strisciavano sul pavimento di pietra, attraverso i bassorilievi e lungo la muffa e la melma. Gli si stavano avvicinando come un’orda luminosa, spaventosamente in fretta; Knight gridò a Lin e a Zhao di scappare, mentre lui stesso alzava i tacchi e iniziava a correre verso l’uscita… ma sentì Zhao urlare. Le larve avevano raggiunto lui e Lin, che si mise a strillare subito dopo. Poi Knight sentì le sue caviglie cedere e cadde sul pavimento, sbattendo il mento sulla pietra e vedendo le stelle.

Knight si voltò, col fucile puntato. L’esercito di larve verdi e luminose si avventò sulle sue caviglie, trascinandolo verso l’ammasso di cera e sapone al centro della camera. Lin e Zhao ci erano già finiti dentro e stavano cominciando a sciogliersi, pieni di larve verdi che strisciavano dentro e fuori da ciò che prima era carne e che adesso somigliava più a formaggio molle. Il braccio sinistro di Knight stava già strisciando assieme alle larve. Fu costretto a mollare il fucile per togliersi lo zaino e aprirlo. Afferrò il computer portatile e se lo strinse al petto. I suoi occhi erano appena stati mangiati dalle larve. Doveva usare il tatto per trovare l’interruttore di accensione e tenerlo premuto per cinque secondi con lo schermo del computer chiuso. Era già morto, quando la bomba esplose.


«Porca di quella puttana…» mormorò Fox.

Dove prima c’era un tempio di pietra ornato con bassorilievi, adesso c’era un cratere. Erano passate tre ore da quando la Centrale aveva convocato la squadra d’Assalto “Pugnale Distrutto” e l’aveva portata nella giungla dell’Amazzonia. Adesso, mentre i dodici agenti della squadra d’Assalto “Pugnale Distrutto” camminava verso quello che avrebbe dovuto essere un antico sito archeologico, tutto quello che vedevano er un ampio cratere pieno di macerie vitree nel mezzo della giungla.

«Hai mai visto una cosa simile, Jackal?» chiese la donna al suo ufficiale esecutivo, mentre il resto della squadra si divideva per cercare degli eventuali superstiti.

«Una volta, in Cornovaglia» ammise Jackal.

«Cornovaglia di merda» imprecò Fox.

«Signora, penso che abbiamo trovato qualcosa» avvisò Arsegike, dalla ricetrasmittente.

«Arrivo» rispose Fox.

La caposquadra tornò sui suoi passi e raggiunse di corsa il punto in cui l’altro soldato stava esaminando un oggetto in mezzo all’erba alta. Era un paio di auricolari OCULUS che brillavano di una luce fioca; i loro componenti visivi erano sciolti e bruciati, ma le registrazioni erano intatte. I due oggetti giacevano su una macchia d’erba in cui una complessa forma geometrica era stata bruciata, riducendo la vegetazione a cenere bianca.

«Scarico d’Emergenza. Qualcuno ha premuto il pulsante antipanico» disse Jackal.

«Insaccalo, io farò rapporto» ordinò Fox.

Arsegike tirò fuori un sacchetto delle prove dal tascone sulle cosce dei pantaloni e prese con cura le due scatole nere, lasciandole cadere nella bustina e sigillandola con del nastro adesivo. Il suo visore OCULUS avrebbe registrato l’ubicazione e l’ora della scoperta, ma lui appuntò comunque una rapida nota sull’esterno del sacchetto con un pennarello indelebile.

«Allora, cos’abbiamo qui? Una missione fallita… o compiuta?» chiese Jackal.

Fox non sapeva cosa rispondergli. Era ancora indecisa su come considerare l’accaduto dodici ore dopo, quando gli elicotteri vennero a portarli a casa.

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