Gian Galeazzo
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Mise la valigia sui ripiani e si sedette sul posto che gli era stato assegnato, l'11B. Intorno a lui, i passeggeri si agitavano, maneggiando enormi bagagli, cercando i posti loro assegnati, parlando ad alta voce. Li guardava fare, divertito. Diede un’occhiata al pannello luminoso che indicava le principali fermate: Ancona, Rimini, Venezia e il capolinea, Trieste. L'arrivo era previsto alle 22:45.
Avrebbe potuto fermarsi a Trieste; avrebbe visto molta più gente lì. Avrebbe potuto prendere un altro treno per Gorizia e vedere se la pioggia avesse finalmente smesso di cadere sul porto franco, o andare a guardare un'ultima volta quei bizzarri uomini pesce che ogni tanto spuntavano da quelle parti. Ma doveva per forza fermarsi ad Ancona, non sarebbe andato più lontano. Mentre la voce automatica enunciava le fermate, udì il bip prolungato della chiusura delle porte del treno. Aprì la borsa e ne tirò fuori un libro che aveva comprato alla stazione di Termoli. Il libro l'aveva intrigato già dal titolo, La cittadina movente. Gli ricordava il Ducato, che cambiava capitale a seconda degli esiti delle varie guerre tra le dinastie. Il treno subì una lieve scossa e, mentre si dirigeva verso il nord, il passeggero aprì il suo romanzo. Le dimensioni estremamente ridotte dei caratteri lo obbligarono a indossare gli occhiali. Odiava ricordarsi che era vecchio, che la sua giovinezza era lontana, da qualche parte negli anni '50, quando il solo rumore dei suoi stivali bastava a trasformare il trambusto delle truppe in un silenzio ammirato e pieno di timore e di rispetto. Un’epoca ormai finita. Adesso toccava a Luca indossare quegli stivali e un sorriso comparve sul suo volto rugoso, mentre si ricordava di Renato che aveva superato gli esami per arruolarsi nella flotta militare. Il suo nipotino sembrava cavarsela bene come successore del padre e del nonno a capo della Marina del Ducato.

Il treno era animato, ma non se ne lamentava. Aveva scelto un posto in Classe Economica principalmente per questo. Gli piacevano il rumore, l’animazione, la vita intorno a lui. Sin dalla morte di Beatrice, dieci anni fa, aveva l’impressione di essere uno straniero in questo mondo. Di non farne più parte. Di vederlo girare dall’esterno. Si sentiva escluso.
Chiuse il suo libro e si guardò intorno. Famiglie, scolaresche, gruppi di amici, coppie di età avanzata… Con i suoi prezzi estivi, Trenitalia riempiva con facilità i suoi Frecciarossa. Osservò un bimbo camminare a malapena tra i sedili, seguito da quello che sicuramente era il padre. Il bimbo attirava su di lui gli sguardi inteneriti dei passeggeri e nemmeno il vecchio vi si sottraeva. Aveva i capelli biondi, come Luca durante la sua infanzia. Un periodo ormai lontano: Luca aveva 55 anni e i suoi capelli stavano diventando bianchi.

Il paesaggio filava attraverso il finestrino del TAV. Avevano lasciato il Molise da un bel po', Pescara non doveva essere molto lontana. Gli piaceva Pescara e, in generale, gli piaceva l'Abruzzo. Era Beatrice che gli aveva fatto scoprire quella regione. Quando tornava dal mare e voleva cambiare aria, andava a passeggiare nei boschi dell’Abruzzo. Beatrice aveva ereditato la casa dei suoi genitori a Teramo e al vecchio, quando era ancora il temibile Gian Galeazzo Spallacci, ammiraglio della flotta del Ducato di Campobasso e Campomarino, piaceva molto andarci in vacanza. Ci aveva spesso portato Luca e Carolina e, fino all’arrivo di quegli agenti dall’altro lato del varco, ci aveva nascosto Luigi e Italo numerose volte, per sottrarli alla follia di Marta.
Marta. Un dolore lancinante gli passò su tutta la schiena ripensando a lei, come se avesse preso un colpo da un bastone. Si ricordò del palazzo, si ricordò l’oscurità, il silenzio forzato, il metallo freddo sui suoi polsi e i colpi sulla sua schiena. Si rivide urlare a Italo di guardare altrove affinché non vedesse sua madre morire, si rivide mentre insultava Marta e veniva punito con un calcio nella pancia, di fronte a una folla stupefatta. Inconsciamente, il suo sguardo passò dal finestrino alle profonde cicatrici lasciate dalle catene arrugginite sui suoi polsi. La sua mano destra non era mai guarita del tutto da quel periodo sotto i ferri e si muoveva molto male, a distanza di 40 anni.

"Signore e signori, siamo in arrivo a Pescara. Attenzione al gradino in uscita. Trenitalia vi augura un buon proseguimento".
La voce automatica lo ditrasse dai suoi pensieri ed ebbe un sospiro di sollievo tornando alla realtà. Pescara, Abruzzo, prima fermata del viaggio. Non scendere gli sembrava strano, tanto era abituato a fermarsi lì. Si concentrò sui viaggiatori impegnati nelle loro faccende, che recuperavano i bagagli e andavano verso l’uscita. Che andavano a fare a Pescara? Tornavano dalle vacanze? Andavano in spiaggia? A fare passeggiate nei boschi? Non lo sapeva. Gli piaceva immaginarsi le vite della gente, ma senza spingersi troppo in là. Il treno ripartì con nuovi viaggiatori, verso nord. Prossima tappa, Ancona, nelle Marche. La sua destinazione.
— Buongiorno, signore. Biglietto, per favore.
Un controllore era appena entrato nella carrozza. Mostrò il suo biglietto.
— Va tutto bene, signor Spallacci?, chiese il controllore.
Il vecchio si rese conto che aveva gli occhi bagnati. Vergognandosi, arrossì. Non piangeva dalla morte di Beatrice.
— Mi dispiace.
— Stia tranquillo. Dove sta andando? Ad Ancona?
Annuì. Aveva solo due paure: che Italo non lo riconoscesse e che fosse già partito per Igoumenitsa.
— Vado a trovare un ragazzo. Beh, ragazzo… Ha cinquantasei anni. Un amico di mio figlio. Io e mia moglie ci siamo occupati molto di lui. Vive ad Ancona e oggi è il suo compleanno. Cinquantasei anni, si rende conto? L’ho conosciuto quando ne aveva appena tre!
Il controllore sorrise.
— È contento di rivederlo?
— Ho paura. Ho perso le sue tracce quando i suoi genitori si sono separati. Ha seguito suo padre e i suoi fratelli a Trieste, nel 1980. Io, sono rimasto nel Molise. Oggi è il 31 agosto, voglio fargli gli auguri, ma ho paura. Paura che non mi riconosca, paura che non sia lì, paura di mancarlo per qualche minuto di ritardo.
— Tornerà per forza dal lavoro stasera.
Scosse la testa.
– È capitano di traghetti. Devo incontrarlo prima delle sette e mezza, il suo traghetto parte alle otto! Va a Igoumenitsa! In Grecia!
Il controllore prese il cellulare che usava per verificare i codici sui biglietti. Il vecchio guardò dalla finestra. Se avesse mancato Italo, non se lo sarebbe perdonato. Aveva promesso sulla tomba di Erminia che avrebbe ritrovato il figlio suo e di Paolo. E il migliore ammiraglio del Ducato di Campobasso manteneva sempre le sue promesse. Soprattutto quando le faceva a Erminia. Aveva fatto del suo meglio per proteggere Italo quanto più a lungo possibile. Anche incatenato alla gogna della piazza del castello di Campobasso, anche quando il ferro e il legno gli laceravano la schiena, le braccia e le gambe, anche mentre sputava sangue, non aveva parlato. Non aveva nemmeno urlato di dolore, non gli aveva dato questo piacere. Aveva disubbidito a Marta fino alla fine. La matrigna di Italo non aveva avuto nessuna informazione.
— Lo ritroverà, quest’amico di suo figlio, signor Spallacci. Sarà al porto di Ancona prima che se ne vada il traghetto della persona che cerca, glielo assicuro.
Il vecchio sorrise tristemente.
— Grazie.
Il controllore se ne andò. Il vecchio appoggiò la testa contro il vetro. Si sentiva un po’ meglio. Forse perché aveva parlato con qualcuno. Quel controllore non poteva fare niente, ma aveva comunque impegnato un po' del suo tempo per ascoltare un uomo di 97 anni che non aveva più nessuno, un ammiraglio decaduto, che cercava un capitano che forse non si ricordava nemmeno di lui. Chiuse gli occhi, sperando ritrovare quel bambino ormai cresciuto.
Perché manteneva sempre le sue promesse.
— Signor Spallacci?
La voce del controllore lo risvegliò di soprassalto. Non ricordava di essersi addormentato.
— Cosa succede?
— Stiamo arrivando ad Ancona. Ho contattato il direttore della stazione e gli ho parlato del suo caso.
Il vecchio non capì subito.
— Il direttore ha telefonato a un servizio di trasporto. Un taxi la aspetta all'uscita della stazione, per andare al porto.
Sentì le lacrime montare su, di nuovo.
— Grazie mille! disse quasi piangendo.
Il controllore fece finta di non aver visto niente.
— Mi piacciono le storie commoventi.


— Caricate camion?
— Finito!
— Caricate macchine?
— Ponte 2 finito, ponte 3 in corso!
— Passeggeri a piedi?
— Apertura del ponte 4 fra 15 minuti!
— Bene. Sono al ponte 5, ditemi per chiusura ponte 3!
— Agli ordini, capitano!
Risalì la scala correndo. L’adrenalina della partenza imminente. Faceva questo lavoro da venticinque anni e non si annoiava mai. Nessuna traversata era la stessa e ciò aveva il potere di meravigliarlo sempre. Nella sua ricetrasmittente sentiva l’equipaggio darsi ordini, scambiare informazioni. Quando il caricamento del ponte 3 fu terminato, ordinò l’apertura del ponte 4 e la chiusura totale di tutte le doppie porte di tutti i ponti parcheggio. Un'occhiata all'orologio gli indicò che mancavano ancora 45 minuti prima della partenza.
— Contadi a sala macchine! Scaldare motori, partenza fra 45 minuti! Mare calmo stanotte, arrivo Igoumenitsa ore 17 domani.
— Agli ordini, capitano.
Andò al ponte di pilotaggio. Il vento lo colpì in pieno. Il timoniere lo aspettava e fu sollevato di riconoscere gli occhi azzurri, quasi turchesi, di Franco Schiesari, con il quale aveva spesso lavorato. Sapeva che poteva fidarsi di lui.
— Salve Italo! Ci ritroviamo!
— Salve Franco, contento riverti.
— Da ora in poi lavoreremo insieme. La compagnia mi ha assegnato a questa linea.
Il capitano si trattenne dal saltare di gioia e si accontentò di un immenso sorriso. Gli piaceva la stabilità e cambiare sempre equipaggio non lo entusiasmava.
— Anch’io sono contento, Italo. Raramente mi sento utile come con te.
Il capitano alzò un sopracciglio. Schiesari riconobbe l'espressione di dubbio e riformulò subito.
— Scusami. Intendo che con te, mi sento più utile che con gli altri capitani.
— Ah. Capisco.
A Italo Contadi piaceva di Franco Schiesari il fatto che non aveva bisogno di parlargli. Si coordinavano perfettamente, si fidavano l’uno dell’altro e soprattutto, Schiesari si era adattato molto rapidamente e facilmente alla disfasia del suo superiore, diventando maestro dell’arte della frase corta, concisa e precisa e della riformulazione, consapevole che il capitano Contadi non era in grado di seguire lunghe discussioni.
— Capitano, chiusura della porte 1 del ponte 3! — gridò una voce nella sua ricetrasmittente.
— Ricevuto!
Diede un’occhiata al porto, che stava per lasciare. In alto dal traghetto si vedeva una parte della città e Schiesari gli fece notare un taxi che entrava in porto, avvicinandosi al loro molo.
— Ma cosa ci fa un taxi qui, a quest'ora?
— Non so — rispose il capitano. Consistenza eccezionale, forse.
— Circostanza.
— Spiace.
— Non ti preoccupare.
— Chiusura della porta 2 del ponte 3!
La voce fu seguita da un segnale sonoro prolungato e da un gran rumore metallico. Italo Contadi ebbe una nuova scarica di adrenalina. La partenza era imminente.
— Doppie porte del ponte 3 chiuse!
— Aprite porte ponte 4!
Il taxi ripartì. Contadi guardò il suo orologio. Ancora ventotto minuti. Si chiese se i passeggeri di quell'auto dovessero prendere il suo traghetto. Per un secondo, ebbe voglia di ritardare la partenza di 5 minuti, per lasciarli salire a bordo. Trovava strano che l'auto arrivasse lì così tardi, quando i ponti si stavano chiudendo.
— Italo, stanno scaldando i motori?
— Sì. Siamo pronti, aspetto il segnale.
Osservarono una nave da crociera ormeggiata vicino a loro. Aveva avuto il segnale di andare ed entrambi fecero un saluto all'equipaggio e ai passeggeri quando la gigantesca nave lasciò il porto in un gran rumore di sirene. Nonostante avessero esperienza, Schiesari e Contadi erano sempre meravigliati di fronte a una nave di tali dimensioni. Nessuno dei due ne aveva già pilotata una e non ne avevano intenzione, ed erano contenti di non dover impiegare ore per uscire dal porto con l'aiuto dei rimorchiatori. Rimasero a guardare la nave andarsene. Contadi salutava agitando il suo cappello, Schiesari fingeva un saluto militare per far ridere i passeggeri. Aspettarono che la nave avesse superato la loro e tornarono al lavoro.
— Guarda quanto è lunga la nostra fila.
Si allungava fino all'entrata del porto. Circa 1300 passeggeri per quella traversata del Mediterraneo. Un po' meno della capacità massima del traghetto. Guardando l'entrata, Contadi vide un uomo di età avanzata uscire dal taxi e chiedere qualcosa a uno dei portuali, che gli indicò la loro nave.
— C'è uno in ritardo, disse a Schiesari.
— Un ritardatario.
— Scusa.
— Smettila di scusarti.
— Ha raggiunto.
— Raggiunto cosa?
— La fila passeggeri.
Schiesari prese anche lui il suo binocolo.
— È il vecchio?
— Sì.
— È ben vestito, guarda! E sembra molto in forma, per la sua età! Avrà almeno 85 anni. Ma sembra molto nervoso.
Contadi aggiustò ancora il suo binocolo per vedere meglio il ritardatario, che osservava il traghetto, stupito. Notò che non faceva il biglietto, anzi guardava la cabina di pilotaggio con ansia.
— Oh, cazzo. Franco. Lo conosco.
— Eh?
Contadi lasciò il suo binocolo e corse verso le scale.
— Lo conosco!


Ne aveva viste, di navi. Ma mai cosi alte. Quel traghetto era immenso. Azzurro e bianco, con il nome di una compagnia che suonava greca. Non aveva nessuna idea di quanto fosse grande la nave, ma alzò gli occhi verso la cabina di pilotaggio, sperando di vederci Italo. Mancavano ancora venticinque minuti prima della partenza, quindi ne aveva al massimo venti per trovare un modo per raggiungerlo. Si sarebbe spinto a usare uno dei suoi trucchi di persuasione, come aveva fatto per convincere Marta della morte di Italo e Luigi? Non ne era certo. Non aveva più 30 anni ed era davvero fuori allenamento. Per farcela, doveva muovere la mano destra in una maniera molto precisa, ma aveva molta difficoltà a usarla da quando era stata schiacciata nelle prigioni del palazzo nel 1979. Non pensava di poterci riuscire.
I passeggeri si agitarono sulle scale. Il vecchio li vide stringersi contro la ringhiera, contro lo scafo, per lasciare scendere un uomo molto magro, dai capelli neri brizzolati, gli occhi tra il marrone e il verde dietro occhiali a montatura metallica. Indossava una spessa giacca con i colori della compagnia per la quale lavorava, e un cappello da capitano della marina mercantile, che, tuttavia, non nascondeva una cicatrice rossastra sul lato sinistro della fronte. Il cuore del vecchio accelerò riconoscendo il figlio di Erminia. Italo aveva una prestanza notevole per la sua età, e il vecchio non poté impedirsi di pensare a Luca, che invece era entrato nella marina militare. Scese le scale provando a evitare il più possibile di spingere o urtare i passeggeri e si mise a correre verso colui che, cinque minuti fa, considerava come un semplice ritardatario. Quello era senza fiato, terrorizzato al pensiero che potesse non riconoscerlo. Non sapeva come iniziare la conversazione, non sapeva nemmeno se Italo avesse ritrovato l'uso della parola. L'ultima volta che l'aveva visto non era in grado di parlare.
— Ammiraglio Gian Galeazzo Spallacci?
Il vecchio si mise di nuovo a piangere. Annuì, sorridendo tra le lacrime.
— Sono io, capitano Contadi.
Italo lo abbracciò.
— Mi sei mancato, Galeazzo. So’ troppo contento riverti!
Spallacci riconobbe l’accento triestino. Italo parlava molto meglio di prima, anche se la sua pronuncia era molto zoppicante, e faticava ancora a trovare le parole.
— Anche io sono felice. Auguri, Italo.
— Grazie, Galeazzo.
L’ammiraglio chiuse gli occhi. Aveva mantenuto la sua promessa. Poteva tornare a Molisonia e dire a Erminia che suo figlio stava bene.
— Avevo paura mi dimenticassi.
Italo scosse la testa.
— Non ti ho mai dimenticato. Mai.
Il vecchio ammiraglio ne approfittò per chiedergli come stava. Con gioia venne a sapere che il suo pupillo era sposato e padre di due figli.
— Ho chiamato il mio figlio Luca. Il suo secondo nome è Gian Galeazzo. Come te. Vedi, non ho dimenticato.
— Sono onorato, Italo.
Gli raccontò la sua vita, diventata triste e noiosa sin dalla morte di Beatrice. Gli raccontò di Luigi, arrivato difficilmente al potere, la sua salute cagionevole, l’aiuto indispensabile sua moglie e del loro figlio. Gli raccontò della rabbia crescente dei Contadi, prigionieri a Campomarino e, finalmente, di Luca e Renato, dei quali era così fiero. Chiese cos’erano diventati il padre e i fratelli di Italo, cosi piccoli l’ultima volta che li aveva visti, mentre attraversavano il varco per sperare in una vita migliore. Saltò internamente di gioia quando Italo rispose che era contento di vedere Luigi al potere invece di sua sorella e fu sollevato nel sentire che suo padre si era rifatto una vita con un'altra donna. Non sentì arrivare la macchina che si dirigeva a tutta velocità verso il molo dove il traghetto per Igoumenitsa doveva ammainare fra qualche minuto. Era nelle braccia di colui che gli piaceva chiamare il suo terzo figlio, il suo Italo tanto cresciuto, e si godeva questo momento di calore umano che aveva dimenticato. Non vide la macchina fermarsi, né gli agenti uscirne con le armi in mano.
— Ammiraglio Gian Galeazzo Spallacci, è in arresto!
Italo sobbalzò.
— Cosa… cazzo… Cosa cazzo fanno qui? Non hanno il diritto!
Italo strinse l'ammiraglio contro di lui, come per proteggerlo. Il vecchio soldato capì che aveva di nuovo perso l’uso della parola sotto l’effetto della paura, ma sentiva che era determinato a non lasciarlo andare.
— Capitano Contadi, lo lasci a noi. Non faccia resistenza. Lei sa che cosa rappresenta in termini di informazioni storiche.
— Mai! gridò Italo, con la voce tremante ed esitante che aveva quando era preso dal turbamento. — Non lascio Gian Galeazzo! Mai!
Non era guarito dalla sua disfasia. L'aveva curata, forse era migliorato, ma non ne era guarito.
— Ammiraglio Spallacci, sa perfettamente che la Repubblica di Campobasso e di Campomarino è ancora poco conosciuta! Sa di essere l'ultimo testimone della guerra! Sa cosa lei rappresenta per noi!
Lo sapeva. La Fondazione aveva sempre voluto saperne di più sul Ducato, e a 97 anni sapeva tante cose, aveva vissuto tanti eventi storici in prima persona. Si sarebbe lasciato arrestare per farsi interrogare, non era un problema per lui. Ma non adesso.
— Lasciatelo!, urlò Italo.
— Non abbiamo intenzione di fargli del male, capitano. Non ne abbiamo mai fatto a lei e nemmeno lo faremo a lui. Ammiraglio, per favore.
Gian Galeazzo Spallacci si girò e li guardò, ritrovandosi di fronte a un colosso barbuto dai capelli rasati ai lati.
— Sono pronto a collaborare. Ma dopo voglio poter rivedere Italo. Quando tornerà dalla Grecia. E dopo ancora voglio tornare a Molisonia.
Il capo degli agenti, il colosso, abbassò l'arma.
— Un nuovo incontro con il capitano Contadi le sarà concesso non appena l'interrogatorio sarà terminato, ammiraglio. E rivedrà Molisonia dopo averci detto tutto ciò che sa.
Alzò gli occhi su Italo, che tremava di rabbia.
— Li conosci?
Italo annuì.
— Sono cattivi?
Italo scosse la testa e aprì la bocca.
— No… Ma…
Sembrava cercare disperatamente cosa dire.
— Non è… il… momento… momento giusto.
Spallacci inspirò profondamente.
— Non sarà mai il momento giusto, Italo.
Fece un passo in avanti, verso il colosso.
— Quand'è che tornerai dalla Grecia?
Italo fu scosso di un violento singhiozzo.
— Tre giorni. ‘riveremo alle 10 mattina.
Spallacci si gettò tra le sue braccia.
— Sarò qui fra tre giorni. Prenditi cura dei tuoi passeggeri e torna vivo.
Italo annuì. Spallacci posò la sua valigia. E mentre gli agenti gli mettevano le manette, vide Italo asciugarsi le lacrime e ridarsi un tono. Era maestoso, ben lontano del bambino maltrattato e spaventato che aveva conosciuto 40 anni fa.
— Ti voglio tanto bene, Gian Galeazzo, disse con una voce esitante ma sincera.
— Anche io ti voglio bene, Italo. Sono fiero di te.

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