Espero
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Era ormai più di un'ora che la missione proseguiva e la fatica iniziava a farsi sentire, eppure Samuela non poteva che ritenersi privilegiata. Un grigio oceano di pietra si estendeva intorno a lei a perdita d'occhio e non un alito di vento muoveva la polvere depositatasi nel corso degli eoni; avanzava, leggera come una piuma, su quella piana di basalto, pensando ai vulcani ormai spenti, ai fiumi di lava, alle piogge di meteore che avevano scolpito la superficie che calpestava, al punto che quando un sassolino si spostava mosso dal suo piede provava un senso di colpa quasi religioso, per aver turbato un equilibrio infinitamente più antico dell'umanità che rappresentava. L'atmosfera di quel luogo (o per meglio dire la sua assenza) le regalava l'opportunità di sperimentare un mondo di silenzio assoluto, insieme magnifico e terrificante, rotto solo dal suo stesso respiro, che appannava ad ogni espirazione il vetro del suo casco. Mare Moscoviense l'avevano chiamato, in onore dei sovietici le cui sonde, sessant'anni fa, avevano fotografato per prime il lato nascosto della Luna; chissà se quegli uomini avevano sognato, allora, di trovarsi un giorno dove Samuela si trovava adesso. Il flusso di pensieri sarebbe andato avanti in eterno, ma la voce del tenente la riportò alla realtà.
"Espero, mi ricevi?"

"Ti ricevo, Stilbonte."

"Si era detto aggiornamenti regolari ogni quarto d'ora."

"Mi dispiace, tenente, ho perso la cognizione del tempo."

Samuela era relativamente nuova all'ambiente militare e alcuni suoi dettami, come la rigida adesione ai protocolli durante le missioni, le risultavano ancora un po' difficili da mettere in pratica; la SSM-XI "Stellae Errantes" era dopotutto una squadra sui generis, composta per lo più da scienziati prestati al mondo delle armi, e lei era stata scelta per le sue competenze da astronoma e astrofisica, non certo per le sue abilità da soldato. Non che fosse una dilettante allo sbaraglio, aveva superato l'addestramento con successo e ricevuto i gradi insieme ai suoi compagni; tuttavia, nel corso di missioni a basso rischio, il suo inconscio tendeva a farle abbassare la guardia e capitava che l'agente Espero si concedesse una pausa, lasciando la dottoressa Samuela Cristoforo libera di far vagare la mente.

"Va bene, ma sii più vigile. Non sappiamo bene con cosa abbiamo a che fare."

Alcune ore prima i satelliti avevano rilevato uno sciame di meteoroidi di piccole dimensioni, entrati poi in rotta di collisione con la superficie lunare. Un evento di per sé non prodigioso, che di norma sarebbe stato subito decensurato e reso noto alle agenzie spaziali ordinarie, se non per il fatto che lo sciame si era difatti materializzato dal nulla, in un punto fino a pochi secondi prima sgombro da corpi celesti. Il Modulo OC2-A, la stazione spaziale orbitante della Fondazione, era quindi entrato in stato d'allerta e, come d'abitudine, la gestione della crisi era stata affidata a membri del personale di stanza appartenenti a diverse branche; i francesi avevano inviato la Sigma-11 a indagare nel punto da cui i meteoroidi sembravano essersi originati, mentre la SSM-XI della Branca Italiana si sarebbe occupata del sopralluogo nella zona d'impatto.

"Ehi, Espero, se proprio ti stai annoiando posso darti il cambio."

"So che non aspetti altro, Pireo, ma per questa volta stai in panchina, mi dispiace."

La zona da perlustrare, ai margini del mare Moscoviense, era stata suddivisa in quattro quadranti: Fetonte e Fainonte si erano diretti in quello di sud-ovest e di sud-est, Samuela si trovava in quello di nord-est e il tenente Reina (aka Stilbonte) aveva preso il quadrante rimanente, portando con sé il rover e un monitor per ricevere le immagini dalle bodycam. A Pireo era invece toccato, con suo grande rammarico, il turno di guardia al lander; quando il Sito Urano aveva iniziato a selezionare possibili piloti spaziali per la neonata SSM-XI, Marzia Galati, fra gli agenti più abili e spericolati che la SSM-VII avesse avuto fra i suoi ranghi, era stata la prima a proporsi per il ruolo. L'inattività, Samuela lo sapeva bene, era la tortura peggiore che potessero infliggerle.

"Ne ho trovato un altro, con questo siamo a sette." intervenne Fetonte.

"Qualche differenza rilevante con gli altri sei?"

"Non direi, tenente. Colore e dimensioni comparabili, circa un metro di diametro, presumibilmente carbonaceo; il cratere è un po' più grande, ma credo dipenda dal terreno. Anche qui c'è la stessa sostanza viscosa che trasuda dalla superficie."

"Me ne preleveresti un altro campione?" lo interruppe Fainonte "Io ho già fatto il pieno, ma averne in più per il laboratorio non sarebbe male."

"Credi che sia biologica?"

"O per lo meno organica, anche se potrò dirvelo solo dopo i test. Di certo mi aspetto qualche sorpresa, hai mai sentito di sassi spaziali ripieni di gelatina?"

"Abbiamo dati a sufficienza." dichiarò il tenente "Voi due potete ritornare al lander. Io mi trattengo ancora un po', voglio provare a prelevare un campione roccioso con la trivella. Espero, tu hai finito?"

"Quasi, ma dubito a questo punto che troverò qualcosa, non sono stata fortunata come voi. Sono a due passi dal cratere Titov, vorrei fare un ultimo tentativo."

"Va bene, quando hai fatto vengo a prenderti con il rover."

"Beh, Espero, in fondo non c'è fretta se tu e Stilbonte volete trattenervi. Siamo letteralmente sulla Luna! Il panorama, il cielo stellato, potrebbe essere romantico…"

"Marzia, vuoi il turno di guardia anche la prossima volta?"

Pireo si cucì la bocca e Samuela soffocò una risata; quando il tenente ti apostrofava col tuo vero nome darsi all'umorismo non era la migliore delle opzioni. Federico Reina aveva trovato meno difficoltà nella transizione da ricercatore a membro di una squadra mobile e prendeva con estrema serietà sia le mansioni da ingegnere che quelle da ufficiale. Il capitano nutriva nel suo secondo una fiducia cieca e, se impegni amministrativi le impedivano di assumere in prima persona il comando delle missioni, sapeva di lasciare i suoi agenti in buone mani. Entrare nella "Stellae Errantes" voleva dire passare mesi a stretto contatto negli spazi limitati del Modulo OC2-A, per cui il capitano Gemelli ci teneva a inculcare ai suoi sottoposti il concetto di cameratismo; incomprensioni legate a peculiarità individuali potevano ogni tanto turbare la pacifica convivenza, ma ciascuno sapeva di poter affidare agli altri cinque la sua stessa vita.

"Campione caricato. Espero, sono pronto quando vuoi, a quanto vedo dal monitor non mi pare ci siano altre istanze nei tuoi dintorni. Tu vedi qualcosa?"

"No, niente nemmeno qui, anche se…" il bordo del cratere Titov, un'immensa depressione dal diametro di quasi trenta chilometri, si trovava proprio di fronte a lei, a poche centinaia di metri di distanza. Il punto di confine con la distesa pianeggiante non variava di molto rispetto a ciò che Samuela aveva visto fino a quel momento, se non per un dettaglio, che appariva decisamente fuori posto. Il terreno, per il resto del tutto privo di asperità, era attraversato da un solco ampio e profondo, una sorta di canyon in miniatura che sembrava esser stato scavato da un gigantesco aratro e che si estendeva fino ai margini del cratere. L'agente percorse la distanza che la separava dalla voragine, costeggiando quella fenditura, per poi affacciarsi oltre il bordo; il pendio scosceso che conduceva verso le profondità del Titov si interrompeva quasi subito con una scarpata, una sorta di terrazzamento naturale. A catturare immediatamente la sua attenzione, però, non fu tanto la piattaforma rocciosa, quanto ciò che ospitava.
"Dimenticate quello che ho detto sulla mia fortuna."

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