Mastini di Guerra
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Precedente: Progetto Cerbero


Un centopiedi meccanico lungo mezzo metro, fatto di acciaio al carbonio, strisciò su per la schiena di un uomo morto. Da lì, districò in fretta la colonna vertebrale tramite lo sbrigliamento chimico, usando un acido sintetizzato a partire da una gamma di composti organici nel tessuto in putrefazione. Il centopiedi espulse osso aerosolizzato da uno sportello che aveva sulla testa. Le sue “tenaglie” morsero la nuca del cadavere e presero il posto del tronco encefalico.

Le sue dozzine di zampe punsero la pelle e trivellarono le ossa per ancorarsi: fungevano da colonna vertebrale esterna. Degli aghi iniettarono una soluzione salina ad alta pressione nella carne circostante, che riattivò le cellule, rivitalizzò il tessuto necrotico e plasticizzò i muscoli. La reattività della soluzione ai segnali elettrici avrebbe permesso al centopiedi meccanico di pilotare il cadavere come un burattino di carne gommoso. Dopo dieci secondi, il cadavere si contorse. Dopo trenta, si alzò. E dopo un minuto, camminava per la stanza.

«Grazie alle ricerche della dottoressa Madison Craggs su SCP-3033, siamo riusciti a creare un potenziamento cibernetico portatile e riutilizzabile. Può “riparare” e controllare a tutti gli effetti i corpi di chi è morto da poco»

Bernard LaPierre era un uomo brillante ed esuberante che aveva esordito nell’Ufficio di Disinsformazione della Fondazione. Aveva un certo fascino giovanile; un’eccitazone contagiosa che si diffondeva a ogni idea che proponeva. Il fascino tendeva a ridursi, una volta che veniva fuori che tutte le sue idee riguardavano nuovi modi creativi per mutilare e uccidere la gente.

«Si integra nel sistema nervoso centrale, lo dirotta e lo usa per trasmettere i propri segnali»

Il cadavere telecomandato recuperò un fucile d’assalto da un porta-armi. Mirò a un bersaglio a diciotto metri di distanza. Dopo che ebbe svuotato il caricatore, il bersaglio fu raffigurato su uno schermo. Tutti e venti i buchi erano concentrati intorno allo stesso punto. Uno degli amministratori della Fondazione, che osservavano il cadavere da una vetrata antiproiettile assieme a Bernard, fece una domanda:

«Notevole. Come si controlla?»

«Oh, questo è…»

Per un attimo, Bernard fu pervaso dall’ansia. Il suo socio non era abituato alla diplomazia. Prima della dimostrazione, sperava di tenerlo alla larga.

«Toby, ti spiace?»

Bernard era il volto del progetto Romero, ma Tobias Whyte ne era il fautore. Nelle giornate migliori, quel giovane pallido e magro somigliava a uno spaventapasseri malconteto. Il suo broncio sembrava quasi scolpito nel suo cranio. Una volta Bernard l’aveva sentito ridere, ed era stato orrendo. Sembrava il rantolo di un moribondo. Tobias spiegò:

«Usiamo reti neurali specializzate. Le missioni si dividono in obiettivi, a loro volta suddivisi per ambienti. Per ciascuno di essi, addestriamo una rete neurale personalizzata che controlla i droni come uno sciame. Un operatore umano monitora la loro attività e, se necessario, apporta modifiche manuali»

Bernard tirò un sospiro di sollievo. Era andata meglio del previsto: Tobias odiava spiegare le cose. Ora doveva solo sperare che arrivasse alla fine della dimostrazione senza interruzioni. Ma così non fu:

«Allora non sono autonomi»

Quello era il comandante Robert Malthus. Gli altri amministratori gli stavano alla larga, e a ragione. Era un veterano della Fondazione orbo, noto per essere cordiale, affabile e oltremodo spietato. Una volta, il comandante Malthus aveva detto che la violenza era “la risorsa più preziosa della Fondazione, da non sprecare, ma da applicare con precisione e senza rimorso”. Sul braccio sinistro aveva un tatuaggio: MEGLIO LA MORTE DEL DISONORE. Non era una frase ironica. Bernard provò a intervenire, prima che capitassero disastri:

«Insomma, hanno bisogno di operatori umani, quindi in teoria no, ma…»

Il comandante Malthus lo interruppe:

«Non parlo del bisogno di operatori umani. Molteplici droni sono telecomandati da un’unica intelligenza. Dico bene?»

Bernard stava per rispondere, ma Tobias fu più veloce:

«Esatto»

Robert si voltò e lo guardò col suo unico occhio.

«E, se ho capito bene, queste “reti neurali” non sono addestrate per cooperare coi soldati, ma piuttosto per soppiantarli del tutto»

Tobias fece un sorrisetto:

«Esatto anche questo»

«Non è quello che volevamo, dottor Whyte. La proposta non era sostituire i soldati. Era fornire una forza secondaria sacrificabile che li aiutasse»

«So qual era la proposta»

Tobias si fece avanti. Era una spanna più basso del comandante Malthus e aveva meno della metà dei suoi anni, ma questo non sembrava intimidirlo. Bernard si affrettò a intervenire per smorzare la tensione:

«Toby intende dire che…»

«Penso io a parlargli, babbeo»

Tobias spinse via Bernard. Fece un altro passo verso il comandante Malthus e incrociò le braccia.

«Comandante, questa proposta era invalida fin dall’inizio. Oggi, l’idea che le decisioni di una sola unità contino è tanto antiquata come lo erano le armature di piastre nel 1849. Non c’è bisogno di complementare le truppe, c’è bisogno di automatizzarle»

Robert stava zitto. Bernard si contorceva. Tobias continuò:

«Sa perché la Fondazione perde colpi da trent’anni? Non è perché il mondo sta cambiando. Stiamo cambiando noi. I classe D vengono trattati come addetti, le anomalie contribuiscono ad abbozzare le loro stesse procedure di contenimento. Abbiamo un Comitato Etico; un Comitato Etico, porca troia! Ora le opinioni di tutti hanno importanza. A ciascuno è concesso dire la sua. E sa che rumore si sente, quando parlano tutti?»

Il comandante Malthus attese.

«Brusio. Un brusio insensato, monotono e assordante»

Uno degli amministratori alle spalle di Robert si schiarì la voce:

«Sa, a volte l’arbitrio di un soldato può fare la differenza, per quanto riguarda…»

Tobias alzò gli occhi al cielo:

«Volete l’arbitrio? L’autonomia? Volete soldati con un’opinione? E va bene»

Si voltò verso il pannello dei comandi e premé un pulsante.

«A posto, bello. Fa’ quello che ti pare»

Sentirono le grida anche attraverso cinque centimetri di vetro placcato. Il cadavere aveva le convulsioni. Il suo corpo si inarcò all’indietro con violenza, mentre si artigliava la faccia e si cavava gli occhi con le unghie. Uno strato dopo l’altro, si strappò la carne di dosso. Gli amministratori indietreggiarono, disgustati, ma il comandante Malthus rimase impassibile.

«Cristo santo! Che diavolo gli ha fatto?»

«Ho disattivato il suo modulo di schiavitù. Ora è libero dal mio controllo»

Il cadavere cadde in ginocchio. Si sentì un tonfo sommesso, quando sbatté la testa sul pavimento di cemento. Poi un altro e un altro ancora. Le urla si smorzarono, rimpiazzate da un gorgoglio. Un quarto tonfo. L’occhio destro schizzò fuori e ora pendeva dall’orbita, attaccato al nervo ottico. Un quinto tonfo. Schegge di denti gli squarciarono le guance. Un sesto tonfo. Bernard si strofinò la faccia e supplicò qualunque divinità lo stesse ascoltando di concedere una morte rapida e clemente sia a lui sia al cadavere.

«Lo termini. Subito»

La voce del comandante Malthus era fredda e monotona. Non aveva intenzione di ripetersi. Tobias premé un tasto. L’esplosivo nella mandibola del centopiedi meccanico si innescò; la testa esplose in una pioggia di pezzi di cranio, viscere e materia grigia putrefatta. Il vetro si sporcò di strisciate di melma nera e rosa. Un amministratore vomitò e gli altri non stavano tanto meglio. Tobias li guardò con un ghigno trionfante:

«Allora? Non siete contenti di aver chiesto il suo parere?»


«Pronto?»

Charlie entrò nella camera di sperimentazione e annuì. Aveva rifilato la tuta ignifuga. Il pesante strato esterno non c’era più; al suo posto, c’era un tessuto trapuntato flessibile con placche di ceramica posizionate in punti strategici. Comprendeva un collare, una semimascherina filtrante e occhialini protettivi. Aveva tolto sia il sistema refrigerante sia la bombola di ossigeno, ma la tuta aveva ancora quel tremendo colore verde scuro.

In fondo alla sala, a quindici metri di distanza, c’erano sette manichini montati su spuntoni. Indossavano tutti equipaggiamento tattico finto, tranne uno, che indossava un camice da laboratorio e un paio di occhiali; un generoso regalo del dottor Allen Sendek. Rappresentava un ricercatore, uno dei buoni. Tutti gli altri? I cattivi. Si sentì la voce del dottor Samuel Valerio dall’interfono:

«Via»

Charlie indicò l’Insorto numero uno:

«Torre, scotta»

Qualcosa crepitò dietro di lui, poi sfrecciò accanto alla sua guancia sinistra. Una scia di luce ardente serpeggiò lungo la sala e impalò il petto del numero uno. Il manichino fu inghiottito da un fiore di fuoco. Ci fu un rumore secco e scoppiettante; il fuoco si ritrasse. Ora l’insorto era un mucchietto irriconoscibile di loppa fusa e incandescente.

«Cavallo, scotta»

Un altro crepitio, un altro scoppio. L’insorto numero due diventò una pozza ribollente sul pavimento.

«Alfiere, scotta»

Uno scoppio. L’insorto numero tre svanì. L’aria puzzava di ozono e plastica bruciata.

«Re, Pedone, scottate»

Un doppio scoppio. Niente più numeri quattro e cinque. Intanto, il ricercatore numero sette era rimasto intonso. Charlie chiuse gli occhi, fece un respiro profondo e si stabilizzò. Poi aprì gli occhi e indicò:

«Regina, scotta»

Niente.

«Regina! Scotta»

Ancora niente.

«Regina! Sco…»

Ci fu un’esplosione assordante. Una lancia di fuoco sfrecciò attraverso la sala e trafisse il bersaglio. L’impatto fu così forte che l’onda d’urto spinse Charlie all’indietro. Alzò il braccio per ripararsi e distolse lo sguardo da quell’accecante palla di fuoco vorticante. Ci vollero cinque secondi perché il fumo si diradasse. Una volta che fu salito, abbassò il braccio e sondò i danni. Torre, Cavallo, Alfiere, Re e Pedone erano appallottolati in fondo alla sala e ciondolavano in un ammasso di fuoco che si contorceva. Regina stava davanti a loro e osservava Charlie. L’insorto numero sei era integro e trionfante. C’era un cratere di mezzo metro dove prima si trovava il ricercatore numero sette. Charlie fece una smorfia:

«Regina!»

La fiamma più grossa caricò e gli travolse il petto. Nonostante fosse fatta di fuoco, era pesante e lo spinse via. Delle lingue di fuoco si scagliavano su di lui e gli lambivano le braccia e il torso, come se cercassero punti deboli. I tentacoli non si avvicinavano alla sua faccia. Charlie espirò e indietreggiò, ma non le diede le spalle. Manteneva il contatto visivo; o meglio, guardava il punto in cui immaginava che la fiamma regina avrebbe avuto gli occhi se li avesse avuti.

«Giù»

Regina risucchiò una boccata d’aria e divampò. Invece di restringersi, si ingrandiva; incombeva su di lui come una gigantesca colonna di fiamme. Charlie incrociò le braccia e si impose:

«Regina, giù!»

Con un ultimo ringhio arrabbiato, la fiamma obbedì. La colonna si contrasse e il calore si ridusse. Diventò una piccola fiammata imbronciata che svolazzava a raso terra. Charlie la sgridò:

«Brava. Ma niente premio, Regina. Non finché non avrai imparato la disciplina»

La fiamma regina farfugliò. Ardeva così poco che sembrava a un passo dallo spegnersi.

«Hai mangiato venti minuti fa. Non hai fame»

La fiamma si ravvivò, ma non superò le dimensioni di un falò da campeggio. Charlie indicò l’insorto numero sei:

«Brava. Ora scotta!»

Un sottile nastro di fuoco sfrecciò e trapassò la faccia del numero sei da parte a parte. Ora, dove prima si trovava il naso del manichino, c’era un buco grosso come un acino d’uva. La fiamma regina crepitò e ringhiò, impaziente di ricevere il premio. Charlie si strofinò il naso, nascosto sotto la mascherina.

«C’eri quasi»


Il dottor Sendek alzò una lattina di soda dietetica:

«Al signore che ha domato il fuoco, in senso letterale»

Charlie alzò gli occhi al cielo e ingoiò un sorso d’acqua dalla sua bottiglia.

«“Domato” significa “innocuo”, e queste fiamme non sono innocue. Sono solo addestrate»

Tuttavia, non poté fare a meno di sorridere.

«Suvvia, le hai convinte a mangiare dalle tue mani. Di questo passo, saremo già pronti per una dimostrazione dal vivo la settimana prossima»

Nonostante il suo cinismo iniziale, il dottor Sendek aveva cambiato idea alla seconda settimana. Si era persuaso non appena Charlie aveva iniziato a comandarle per far esplodere bersagli a distanza. Il dottor Valerio si accigliò:

«Non saprei. E se Regina facesse una bravata simile durante la dimostrazione?»

«Oh, non rompere. Stava solo facendo la monella»

Sia Charlie sia il dottor Valerio sbarrarono gli occhi. Fu Charlie a dirlo per primo:

«Monella?»

Il dottor Sendek aggrottò la fronte e sorseggiò la sua soda.

«È stato un lapsus. Volevo dire “indisciplinata”»

Il dottor Valerio abbozzò un ghigno malizioso:

«Buon Dio, sta davvero iniziando ad affezionarsi, dottore?»

Allen borbottò nella lattina:

«E con questo? E va bene, sì. Anch’io avevo un cane, una volta. È difficile non avvertire una certa affinità con loro»

«Be’, chissà? Ora si comportano molto meglio. Immagino che, col tempo, potremo giungere a un punto in cui le si potrà tenere come animali domestici»

Il dottor Sendek rise e scosse la testa:

«Ti immagini? Una fiammella acciambellata ai piedi del tuo letto…»

«Vi siete bevuti il cervello tutti e due?»

I dottori si zittirono. Charlie aveva messo giù la bottiglia d’acqua; aveva le sopracciglia così inarcate che sembravano unirsi.

«Non c’è niente di sbagliato in un po’ di affezione, ma non scordate di cosa si tratta»

Il dottor Sendek si imbronciò:

«Oh, suvvia. Sono proprio come cani!»

«Non sono cani, porca puttana!»

Esclamò così in fretta che entrambi i dottori si spaventarono. Charlie sospirò, poi si stravaccò sulla sedia.

«Scusate. Però ascoltatemi, va bene? È importante. Davvero importante. Dovete ficcarvelo bene in testa, altrimenti abbiamo chiuso. Non vi aiuterò, perché farete solo morire delle persone. Intesi?»

Sam si accigliò, ma annuì. Il dottor Sendek sembrava voler dire qualcosa, ma taceva.

«Queste fiamme non sono il vostro cane. Non sono il vostro animaletto. Non sono vostre amiche. Sono bestie selvagge. Certo, ho preso confidenza con loro. Certo, le ho addestrate per fare trucchi carini. Ma quando vado lì dentro, indosso comunque la tuta ignifuga. Sapete perché?»

Charlie indicò l’insorto numero sei, puntellato nell’angolo. La testa del manichino fumava ancora.

«Perché un giorno, Regina potrebbe decidere di bucare me, invece di un manichino»

«Ma con un addestramento prolungato, possiamo arrivare a un punto in cui…»

Charlie scosse la testa e interruppe Sam:

«No! Si può addestrare una pantera per anni, lavorarci insieme e legarci per anni. Poi, un bel giorno, abbassi la guardia e la pantera ti azzanna la gola. Perché non importa quanto la si addestra, resta sempre una pantera. Non importa quanto la addestriamo, Regina è pur sempre fuoco. Magari le piacciamo, magari gioca addirittura con noi; ma quando si arriva al dunque? Per lei, siamo tutti legna da ardere molliccia»


«Salve, dottor Whyte»

Era la sua linea sicura personale: neanche la Fondazione aveva quel numero. Inoltre, non riconosceva la voce.

«Chi è?»

«Un uccellino mi ha detto che chiuderanno il suo progetto»

Tobias rispose in automatico:

«È sospeso. Da avviare dopo una rivalutazione e riassegnazione»

«Ma per piacere. Non mi dica che è così sciocco. Sappiamo entrambi cosa significa davvero “rivalutazione”»

«Si decide a venire al punto?»

«Non è l’unico a essersi reso conto che la Fondazione si è ridotta a un rifugio per deboli e smidollati; un monumento alla mediocrità e agli ipocriti moralisti. Un guscio marcio del suo antico splendore, che si sgretola sotto una stella morente»

Tobias alzò gli occhi al cielo:

«Allora mi mandi un volantino. Sono molto impegnato»

«Vorremmo offrirle l’occasione di portare il suo operato al livello successivo. Un’opportunità per dimostrare la sua vera genialità. Per proseguire le sue ricerche libero dall’interferenza di questi babbei fissati col passato. In breve, vorremmo offrirle un lavoro»

«Non mi interessa»

«Anzi, lo stesso lavoro che abbiamo offerto alla dottoressa Craggs»

Tobias tacque a lungo. Poi disse:

«Mi dica tutto»

«Bene. Ma prima che investiamo nella sua marca, vorrei chiederle… uhm… diciamo una “dimostrazione del prodotto”»


A Seguire: Tra Fuoco e Fiamme


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