Dialogo di un Alchimista e di un Teschio

Nella notte dai fulmini violata,
vagavo febbrile tra la veglia e il sogno,
tra gli strumenti della scienza occultata
il cui significato agogno.

Il cuore nel tumulto
mi guidava cieco tra le nere sale,
in ogni crepa un sussulto
che l'animo assale.

Ed ecco, al centro del laboratorio
lo scrigno dell'ultimo resto,
balsamo all'allucinatorio
errare funesto.

O cupido Saturno,
signore dell'influsso distorto
che allo scrigno eburno
mi guidasti in queste membra contorto!

E avido nel pensiero,
le mie dita il lucchetto dischiudono,
le chiavi dal piombo nero
di cui i miei desideri si illudono.

E come il fatal coperchio è alzato,
la Morte mi svela l'amato contenuto,
il cranio di Heinrich svuotato
da ogni carne e tessuto.

Un soffio alle labbra perdute
inspiro come il Pantocratore,
pregando per nuova salute
al gesto vivificatore.

Ah! Sgomento è il pensiero,
dall'incanto ridestato
con la mia arte ciarliero
nel suo riposo mutilato.

Orsù, non fosti tu mio amico,
mio rivale, mio amato,
mio amante, mio nemico,
fratello odiato?

Orsù, non rammenti forse
di Giacobbe il Sordo,
che una vipera morse
seppellendone anche il ricordo?

Nostro Maestro e Signore,
detentore dei segreti della Natura,
di cui Figlio fosti da attore,
senza curarti di virtù o paura?

Non fu la tua lingua vile
a ingraziarti la sua conoscenza
affinché nella sua vecchiaia febbrile
ti rivelasse la Segreta Essenza?

Perché taci ora
nel tuo sorriso tronfio,
quando empio allora
troneggiasti sul suo corpo gonfio?

Le tue arti impure ti diedero le chiavi
dell'arte sconosciuta
che solo di Babilonia i Savi
ebbero posseduta?

Immortalità e giovinezza,
le Sorelle Impossibili,
Che nemmeno il Tempo spezza
con le sue armi invincibili.

E Giacobbe millenario,
compiaciuta la sua lussuria,
ti diede il tuo salario,
per la tua compagnia spuria.

Tradito nel corpo e nell'anima
dal Padre e dal Fratello,
schiavo dell'ira che mi anima
come potevo vendicarmi di tale tranello?

L'aspide nel suo fetido talamo
fu il mio dono nuziale
all'Alchimista sul cui calamo
l'ombra cupa cale.

E l'immobile corpo avvelenato
da cui strappai arti e sterno,
senza pelle alla fossa fu donato
per un sonno di dolore eterno.

E dimenticato dalle genti,
di Giacobbe il Sordo nella sua cruda tomba,
ultimo dei Savi esistenti,
ancora l'urlo nella pietra rimbomba.

Chiede libertà,
chiede la restituzione
della sua perduta umanità,
con cui i cani sfamai dopo l'ebollizione.

Invero, non ne piangesti la scomparsa
mentre ti sfamavo
con la sua carne arsa,
mentre la tua sorte pianificavo?

Ah! Qual è il senso della conversazione
da me univoca con insistenza,
se la risposta gridata in ripetizione
è la supplica della fine della tua esistenza?

Sciocco osso,
non avessi fatto scempio delle tue membra,
liberarti dall'incanto non posso,
e di volerlo non mi sembra.

Piangi forse
le ghiandole che gettai tra aghi e fiele
gli arti sensibili nelle morse
e le bestie attirate dal sangue e il miele?

Non trovai forse diletto
che per donarti il mio amore,
le tue carni fossero cambusa e letto
di miriadi di insetti di vorace languore?

Come il Maestro, l'Allievo
prigioniero di un secondo eterno,
senza la speranza di sollievo
dal mio dono d'inferno.

E ora che di te mi rimane
questo teschio e i suoi denti,
pensi che le tue coste diafane
dal mio amore siano esenti?

Cinque secoli non hanno estinto
la stilo del dolore
che ho intinto
nella china dell'orrore.

E pur essendo osso
e angosciato pensiero,
curioso nell'orbite t'infosso
i chiodi di cui sono foriero.

E ora, nello scrigno farai ritorno
mentre le mie dite mi stringono lo sterno:
della Morte non sentirai la chiamata del Corno
o Heinrich, diletto eterno.

Salvo diversa indicazione, il contenuto di questa pagina è sotto licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 License