Reclutamento della Classe D
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All’ingresso mi chiesero i documenti che, ovviamente, erano falsi. Tuttavia la giovane guardia non guardò i dettagli ma, vedendo il cognome, chiamò subito il suo capo. Quello mi stava aspettando da tutto il giorno e rispose immediatamente. Il ragazzo annunciò il mio arrivo e subito ottenne una lista di indicazioni. 

Il capo di questa magnifica prigione non ha mai avuto un ardente desiderio di incontrare gli agenti della fondazione, ma compie subito tutte le procedure necessarie: tutte le quattro volte che sono venuto qui, non c’è mai stato alcun impedimento: le guardie sono cortesi, i detenuti sono disposti a parlare. È un piacere lavorare qui.

La guardia annuiva, finché non ricevette tutte le indicazioni necessarie. Dopo aver finito la chiamata, mi propose di sedermi e di aspettare la guida. Io accettai l’invito, ponendomi sulle ginocchia una ventiquattr’ore. Mentre osservavo placidamente l’arredamento, iniziai a canticchiare una canzone che mi era rimasta in testa dal mattino - era una nuova canzone trasmessa in radio di cui non ricordavo né il titolo, né il cantante. La guardia mi ha guardato di sbieco.

Poco dopo arrivò la guida – un omone pienotto dal sorriso amichevole, come “kolobok”1. Era così contento di vedermi, quasi come se avesse visto sua nonna. Mi alzai, avvertendo di riflesso un simile sorriso formarsi sul mio viso.

- Aleksei Yarin? - domandò lui. - La aspettiamo dal mattino. Come è andato il viaggio?

- Bene, grazie. Come sta “Pshenka”2?

- Ha avuto dei cuccioli. Potrebbe interessarle? Scherzo, so che non vede l’ora di iniziare. Mi segua.

Ci avviammo lungo cupi corridoi. La guardia camminava come un pupazzo disarticolato: faceva oscillare le mani, gettava le gambe avanti con tanta forza che le sue scarpe minacciavano di volare via dai suoi piedi da un momento all’altro . Era sempre un piacere scambiare due parole con quell’uomo, anche quando l’argomento riguardava il suo cane, una povera bestia che aveva ricevuto un nome tanto assurdo come “Pshenka”. Bizzarro come ricordassi il nome del cane, ma non quello del suo padrone. 

- Ascolti, ma Lei conosce bene la musica? - chiesi io.

- Perché? - si girò la guida senza rallentare il passo.

- Niente, semplicemente ho sentito una melodia stamattina che mi è piaciuta.

- Provi a canticchiare

- Era circa così: ta-ta-ta-ra-tara-tara-tara-ra-ta-ta…

- No, non la riconosco, non ascolto molto la musica. Piuttosto, è vero che trasferiranno Borisov?

- Sempre se è d’accordo.

-Ottimo. Nel caso mi può chiamare, io aiuterò a persuaderlo. Ecco, siamo arrivati.

La stanza per gli interrogatori è priva di eccessi, raggi di un sole pallido illuminano un piccolo ambiente.

- La stanza è stata sterilizzata appena prima del suo arrivo.

- Grazie, non dovevate, - entrai nella stanza e la ispezionai con scrupolo. In realtà mi bastano un paio di sedie e un tavolo, ma voglio che questa gente continui a considerarmi un pezzo grosso: basta avere un qualche legame con la Fondazione, ed ecco che già ti puoi permettere di guardarli dall’alto al basso…

- Mi sta bene, - dissi con sufficienza ,sedendomi su una sedia coi piedi di ferro, che emise uno straziante lamento metallico nel momento in cui la spostai. -I detenuti sono pronti?

- Certo. Fremono dall’ansia di vederla.

Non me ne sorpresi. Molti ingenuamente pensavano che avrebbero da me potuto ottenere una qualche speranza di essere messi in libertà.

- Fateli entrare secondo la lista.


Non sono un crudele cannibale che estrae le persone dalla fila e le mangia vive. Mi danno semplicemente una lista, io la mando poi al direttore della prigione e sostengo dei colloqui con i detenuti. Io non li forzo come prigionieri di guerra, io ottengo il loro consenso… L’unica cosa che mi è consentita è la possibilità di insistere.


Per primo entrò un giovane uomo pallido. Orecchiuto, magro e arrabbiato. Lo mantenevano qui temporaneamente, ed è una fortuna che riuscimmo ad intercettarlo. Lo fecero sedersi sulla sedia e ci lasciarono in due. Decisi di non agire in fretta: sistemai alla mia destra una cartella per i fogli firmati, poi misi sull’angolo del tavolo un registratore e lo accesi.

Contorsi gli angoli della mia bocca in un sorriso affettato che avrebbe dovuto sembrare amichevole.

- Buongiorno Maksim. Come stai?

- Fottiti, - mormorò tra i denti l’interlocutore.

- Vedo che sei un ragazzo pericoloso.

- Ti strangolo, bastardo. Secondo te, le manette mi fermeranno?

Per dimostrare che non stava scherzando, il detenuto poggiò sul tavolo le sue mani scarne. Tuttavia non cercò di strangolarmi almeno per ora.

- Vedo che abbiamo trovato una lingua comune. Per questo voglio farti una proposta interessante.

- Vaffan…

- Ti trovi qui non per colpa tua - è colpevole la tua malattia. Qui c’è il contratto, - misi davanti a quell’individuo meschino un documento e una penna, - per partecipare alle prove di nuovi farmaci. Possono farti guarire.

Sentendo l’ultima frase, il detenuto iniziò a rifletterci. Guardando di sbieco il foglio, cominciò a muovere le labbra senza emettere un suono.

- Allora, cosa ne pensi?

- Non avrò più problemi con la memoria?

- Hai il sindrome di Korsakov, non sono solo semplici “problemi con la memoria”. Ma… è così. Ti faranno guarire completamente.

- Sperimentare un nuovo farmaco? - il poveretto non era in grado di decidersi.

- Sì, e tra un mese ti libereranno. È un farmaco molto importante e ti sconteranno alcuni anni di detenzione.

- Tra un mese potrò vedere mia mamma?

- Proprio così.

Il detenuto tirò un sospiro di sollievo. Un secondo dopo prese la penna e il documento.

- Firma qui e dall’altra parte del foglio. Basta così. Domani verranno a prenderti.


Nessuno è mai colpevole. Tutti i condannati all’ergastolo non hanno senso di colpa, perché tutto è sempre causato dalle “circostanze”. I debiti, la povertà, la disperazione, l’alcol, le malattie – questi sono i veri criminali. Per questo i detenuti sono disposti a tutto pur di ottenere la libertà e fuggire dalle “circostanze”. Acconsentono anche a partecipare agli esperimenti.
La realtà è che su quel ragazzo sarebbero stati testati nuovi farmaci che però non centravano con il trattamento dell’amnesia, un mese dopo, poi, non sarebbe certo tornato dalla mamma, per il fatto che era morta da tanti anni, e lui se n’era dimenticato.
Meglio così - risparmiammo gli amnesiaci.


Il detenuto seguente era un enorme ragazzo muscoloso con così tanti tatuaggi da sembrare un membro della yakuza. La differenza stava nella tipologia dei tatuaggi: non rappresentavano draghi avvolti attorno agli alberi di sakura, ma delle croci celtiche, delle aquile, delle svastiche con filo spinato: tutti simboli del fascismo, sfoggio dell’ideologia del criminale.
In questo momento il tizio evidentemente cercava di superare il desiderio di sputarmi in faccia.

- Stanislav Berloghin, è un piacere conoscerti.

- Uh, proprio. Lei chi è?

- Può chiamarmi Aleksei. Provengo dal campo di riabilitazione Vesnovskaya. Ti proponiamo un trasferimento.

- Per quale cazzo di motivo?

Che volgarità inutile e diffusa tra i detenuti.

- Lo stato realizza nella Vesnovskaya un progetto di reinserimento nella società. Il tuo cognome è stato inserito nella lista dei candidati alla terapia psicologica per l’educazione civica e la tolleranza etnica.

- Io non soffro di “intolleranza etnica”. Io pesto questi bastardi per ciò che fanno nel nostro paese, non per il luogo di provenienza.

- Sono impressionato dal tuo livello di istruzione – non tutti sanno cos’è l’intolleranza etnica. Tuttavia è legata alla tua condanna. Il tuo atteggiamento violento verso le minoranze etniche ti ha portato all’ergastolo.

- Ripeto di nuovo – l’omone si alzò bruscamente dalla sedia – io cercavo solo di fermare gli immigrati. Le nostre forze dell’ordine chiudono gli occhi troppo spesso!

- È questo il motivo che ti ha spinto a bruciare con dei molotov un pullman carico di studenti stranieri?

- Sono venuti per rubarci il lavoro.

- Loro studiavano qui grazie a un programma internazionale. Poi sarebbero andati a lavorare nei loro paesi.

- Allora sono venuti a rubare le borse di studio ai nostri studenti.

- Il loro studio è stato riservato e pagato dal loro governo.

Il patriota si zittì, anche se sul suo viso era rimasta un’espressione superba. Quel momento fu perfetto per riempirlo di false promesse:
- Mentre tu leggi il documento, io ti illustrerò le condizioni che ti aspettano lì. Ti daranno da mangiare tre volte al giorno, c’è doccia, palestra, accesso a internet, un paio d’ore di terapia ogni giorno, il lavoro fisico è ridotto al minimo. La tua condanna sarà diminuita fino a 15 anni di detenzione. Inoltre, starai nel reparto, dove ci sono ragazzi simili a te.

Quest’ultima frase attirò particolarmente l’attenzione del delinquente. Prese il documento in mano.
- Dunque non ci sarà nessun giudeo?

- Nessun ebreo tranne me, ovviamente.

- Ha-ha, che comico. Dov’è la penna?


Essere membro del personale della classe D nella Fondazione non fa parte della punizione. Non scegliamo i criminali più efferati. Il nostro sistema funziona così: prima scegliamo i condannati alla pena di morte (e trovarli nel nostro paese è problematico)3, dopo passiamo ai condannati a vita. Di questi noi scegliamo coloro che non hanno parenti: coloro, la cui sparizione non sarà notata da nessuno. Le persone provenienti dagli orfanotrofi, come quel fascista, sono i candidati migliori.


Il prossimo fu un omuncolo stempiato. Se io avessi una fronte simile, ci potrei conficcare i chiodi senza martello. Il detenuto cercava di liberarsi dalla presa delle guardie, ma, appena forzato a sedersi, si calmò. La storia di quest’uomo era particolarmente interessante.

- Buongiorno, Aleksandr Borisov, mi chiamo Aleksei. Devo avvertirla, che il nostro incontro deve rimanere segreto.

- Ma Lei chi è?

- Per ora non lo posso dire. Ma ora mi risponda: Lei è stato condannato per incendio doloso?

- Sì, ma io non…

- Quante persone sono morte?

- Trentuno, ma non tutte erano…

- Quanti di loro erano alieni? - chiesi io, interrompendolo

L’omino rimase sbalordito. Nessuno aveva mai parlato con lui in quel modo. Il fatto che un uomo colpevole di incendio doloso, giustificandosi con la lotta contro gli alieni, capiti in una normale prigione si spiega molto facilmente: i medici pensarono che questo piromane stesse in verità simulando una psicosi. Tre psichiatri lo certificarono sano prima della condanna e uno dopo l’appello.
E in quel momento lui vedeva in me un uomo che condivideva le sue idee.

- Mi sta prendendo in giro?

- Secondo Lei, ho perso così tanto tempo per organizzare un incontro per prenderla in giro? Io le propongo di collaborare. Ecco il contratto.

Il combattente contro gli invasori lesse le prime righe del documento e mi fissò con sospetto. Santo cielo, quanto era brutto.

- Capisco, non vuole credermi senza prove, - misi la mano nella tasca interna della giacca. - Però ci sono documenti che confermano la mia sincerità. Prego.

Estrassi una pila di foto e le buttai sul tavolo davanti all’interlocutore. Questo inizialmente mi guardò di sbieco, accigliato, ma mentre stava guardando le foto, le sue sopracciglia cominciarono ad alzarsi. Si agitava sempre di più e alla fine dalla sua gola uscì un grido vittorioso: “Avevo ragione!”

- Ti piace? - chiesi io, piegandomi sopra il tavolo – vedi quello coperto di scaglie con la testa triangolare? Mentre questo si è fatto un nido di ragnatela. In realtà non è ragnatela, ma la chiamiamo così.

Lo schizofrenico si era quasi deciso, quando un ulteriore sospetto lo fece dubitare.

- Non sono false? - chiese lui, indicando le foto.

- Certamente no, ma se anche questo non ti convince, ecco un’altra cosa.

Tirai fuori da una tasca speciale una moneta bucata, legata a un filo. Appena la lasciai andare, questa cadde… sul soffitto. Borisov quasi cadde dalla sedia. Guardò a bocca aperta, come la riportavo in basso, tirandola per la corda.

- Allora, ti metteranno in una camera per due persone, lavorerai da noi un mese, ma dopo potrai rimanere, se vorrai. Inoltre…

- Racconterai dopo. Dov’è che devo firmare?


Siamo costretti a studiare il ritratto psicologico dei detenuti in modo estremamente dettagliato. Ogni dettaglio della loro vita conta, dal crimine commesso, a un’eventuale malattia psichica, fino al livello di istruzione e la salute dei loro denti.. Gli incontri con i candidati sono simili alle opere teatrali che vengono ripetute per alcune settimane prima dello spettacolo e dove ogni frase va detta nel modo giusto e nel momento giusto

Noi dobbiamo capire bene la mentalità dei detenuti, memorizzare i protocolli dei loro arresti e dei processi, nonché i rapporti sul loro comportamento in prigione. E tutto ciò solo per strappare loro una firma su un pezzo di carta


Mi stavo preparando a lungo per il prossimo cliente, ma durante l’incontro subito rimasi impressionato dal suo volto sfregiato, non riuscendo a togliergli lo sguardo di dosso. Il secondo minuto del colloquio era già passato e io non pronunciai neanche una parola.
L’occhio sinistro era assente, al suo posto si trovava un’orribile cicatrice: come se il chirurgo avesse rozzamente usato una macchina da cucire piuttosto che attrezzatura medica. Anche prima della ferita, l’uomo non doveva essere proprio un Adone.

- Te l’hanno fatto col coltello, vero?

- Sì, mi hanno colpito dal basso.

- Come cazzo sei sopravvissuto?

- È stato un semplice coltello da cucina.

- Che differenza c’è? Te l’hanno conficcato nell’occhio!

- Il colpo non è stato diretto.

- Te l’ha fatto tua moglie, vero?

- Sì. Non ci siamo messi d’accordo sulla legittimità dei suoi continui tradimenti. Lei si è imbestialita…

- E l’hai uccisa?

- Io volevo solo picchiarla, ma è morta dopo il primo colpo. E io, scemo, ho subito chiamato i suoi parenti che sono immediatamente arrivati e hanno assalito il mio appartamento. Io mi difendevo.

- E difendendoti, hai ucciso altre sette persone?

L’uomo alzò e spalle.

- Sono arrivati pure i cugini

- Io ti chiamerò Travolta, - dissi io, prendendo dalla cartella il documento giusto.

- Perché?

- Mi fai venire in mente il film Face/Off

- È un bel film, - annuì lui.

- Ti propongo di lavorare per il governo. Un mese di lavoro e sei libero. Leggi e firma.

- E si può fumare durante il lavoro?

- No, ti metteranno un Nicorette.

- Peccato, - disse, ma firmò il foglio.


Noi dobbiamo usare quel tipo di linguaggio che vuole sentire il detenuto. Per ognuno, ovviamente, ne serve uno diverso, ma, pur avendo una larga scelta, ogni volta noi dobbiamo usare quello giusto: giuste intonazioni, giuste parole, giusta gestualità…
Siamo molto metodici: entrando nella stanza, noi già sappiamo come muoverci. Il ruolo principale lo gioca l’intelligence. Il reparto delle relazioni pubbliche ci fornisce tutti i dettagli necessari, in cambio chiedono soltanto di non falsificare le firme dei detenuti.


Portarono all’interno un uomo timido e impaurito. Appena si sedette, gli buttai un foglio con una penna e gridai:

- Firma!

- C-cos’è?

- Sei scemo? Ti ho detto chiaramente “firma”, idiota!

Il detenuto afferrò la penna e il foglio, pensai che dovesse aver tremato così anche durante la lettura della sua sentenza.

- Cosa cazzo stai leggendo? Firma e torna nella camera!

Ottenni la firma.

- Libera la stanza.


Sì, ci insegnano anche questo. Non ci raccomandano di comportarci così spesso, perché funziona al massimo con uno su venti. Però questo metodo risparmia tempo. Quel giorno in particolare volevo sbrigarmi presto.


Il ragazzo seguente si mise a parlare da solo:

- Lei è uno dell’intelligence?

- No, Viktor, non lavoro per i servizi segreti.

- Però si veste bene.

- Non così bene come te prima dell’arresto.

- Ha letto il mio dossier?

- Ho visto la tua pagina sui social.

Viktor Rogov mi scrutò con uno sguardo indagante. Stava seduto con le mani incrociate e con il sorriso di un narciso onnisciente.

- Allora come mai uno così ben vestito, che non lavora per i servizi segreti, ha bisogno di me?

- La scienza ha bisogno di te, - estrassi uno dei pochi fogli rimasti. - Noi ti offriamo la partecipazione nella sperimentazione di una nuova arma non letale. Per una collaborazione attiva ti possono diminuire la condanna fino a 10 anni.

Con questo qua era meglio non nominare la durata effettiva del contratto, è troppo sospettoso per credere che l’ergastolo può essere espiato in un mese.

Viktor prese il foglio, ma non lo guardò neanche.

- Allora non è proprio “non letale”, se ingaggiate i detenuti.

- Beh, come dire, il rischio c’è sempre. Ma ti tratteranno come un pilota collaudatore: anche lui rischia, ma nessuno vuole la sua morte.

- Che tipo di arma è? - chiese il detenuto con una ostentata noncuranza.

- È una sorta di pistola a schiuma. Ti immobilizzeranno, puliranno di schiuma e ti manderanno a fare la doccia. Lavarsi un paio di volte al giorno non dovrebbe essere molto difficile per te, dato che ti piace l’igiene.

- Tutto questo sembra strano…

- Va bene, guarda qui, – io aprii la cartella con i fogli rimanenti. - Vedi, qui mancano solo due documenti, il terzo ce l’hai in mano tu. Ed ecco sono quelli firmati. Sono già cinque e sto qui solo da due ore.

L’alternativa iniziò a sembrargli sempre più interessante ed ecco che Viktor stava seriamente pensando di mettere la sua firma.

- Vorrei studiare i dettagli. - disse lui chinandosi a leggere il foglio.

Ma per favore. Nel documento non ci fu nulla che potesse contraddirmi, così come nei documenti precedenti, sono sempre scritti individualmente, tenendo conto della storia che devo raccontare. Anche la rotazione mensile è descritta in modo verisimile.
Possono leggere quanto vogliono, ma impiegano sempre troppo tempo…


Non so tutte le particolarità, ma dicono che ogni candidato è già stato assegnato a un oggetto specifico. Anzi, a un esperimento specifico. Io non credo a tutte le dicerie, ma so che gli scienziati spesso mandano richieste troppo esigenti. Io non mi imbattei mai in qualcosa di insolito, ma un mio collega mi raccontò che a volte avevano bisogno dei ciechi, della gente con la sindrome della mano aliena, dei castrati e degli ambidestri… E provate a immaginare che il destino di tutto il mondo dipende dalla mia abilità di persuadere queste persone a mettere una sola firma.
Certamente di questo non mi occupo solo io. Ci sono tanti come me, e non sono neanche tra i migliori. Parlando sinceramente, non c’è una classifica, quindi non so chi è il migliore tra di noi. Magari lo sono veramente io.


Quando fecero entrare il prossimo, io già stavo camminando per la stanza con il cellulare in mano. Dopo che quel fighetto (leggermente sciupato dopo il breve periodo di detenzione) si era seduto, iniziò a fissarmi, cercando di capire cosa stesse succedendo. Io, nel frattempo, iniziai a parlare ancora prima che la guardia ci lasciasse soli:

- Sì, Piotr Romanovič, l’hanno appena portato da me. No, non sembra che l’abbiano picchiato. Sembra vegeto. Io… Piotr Romanovič, capisco tutto, ma… Piotr Romanovič, ora non si può, già rischiamo parecchio. Sì, il piano è lo stesso. Sì, lo manderanno già stasera. No, su questo non posso dire nulla, Dmitrij Stepanovič non ha ancora richiamato. Lui, comunque, ha promesso di organizzare tutto e non viola mai le promesse. Sì, va bene, alla prossima.

Misi il cellulare in tasca, quando in realtà non stavo parlando con nessuno e porsi il contratto al figlioletto di Piotr Romanovič.

- Allora, ascoltami: firma questo documento e ti trasferiremo in un’altra prigione. Lì, le condizioni saranno molto meglio e starai in una camera con tuo padre. Sì, stavo parlando con lui. Lui ci ha aiutato parecchio in passato, quindi ora noi cercheremo di risolvere la vostra situazione. Tuttavia, la faccenda è un po’ complicata, e ci servirà circa un mese per liberarvi definitivamente, ma ci stiamo lavorando su.

- Capito, - quel figlio di papà era così contento che non lesse neanche i dettagli. - Devo firmare qui?

- Sì, qui e sull’altro foglio. Perfetto, quindi stasera ti porteranno da tuo padre e dopo… dopo vedremo.

- Grazie, - rispose il giovane criminale e uscì dalla camera.


Magari davvero si sarebbe incontrato con suo padre. Quello stava lavorando nella Fondazione ormai da due settimane.
In realtà, durante quel colloquio non dissi neanche una mezza verità, anche prima avevo omesso alcuni aspetti, ma in quel caso… tute le mie parole erano false. Questo atteggiamento è giustificato in pochissime situazioni. Come in questa, per esempio.
La famiglia criminale avrebbe potuto essere liberata. Avevano buone conoscenze tra gli ufficiali della polizia, l’amministrazione della regione, la mafia locale e… la Mano del Serpente.


L’ultimo per quel giorno era un vero dessert. Mi portarono uno che non era né un omicida, né un maniaco, né un terrorista e neanche un hacker. Era un piccolo uomo pienotto con segni di pestaggio sul corpo. Per ottenerlo lottammo per un bel po’ di tempo con il governo.
Quel bastardo vendette ai terroristi dei documenti segreti. Il tribunale confermò la vendita di 53 documenti, ma la quantità totale potrebbe essere superiore.
Avrebbe meritato la condanna a morte, ma la causa divenne troppo famosa. Arrivarono dei difensori dei diritti umani, anche stranieri. Quelli sono sempre pronti a difendere qualsiasi canaglia. La pressione sul tribunale fu tale, che il traditore ottenne l’ergastolo. Che siano maledetti quegli smidollati.
Il governo lo stava spremendo per ottenere informazioni da tre anni. Una volta scoperto tutto, lo mandarono qui. Ora lo pestano i detenuti: anche tra di loro ci sono parecchi patrioti.

Quando ci lasciarono in due, mi alzai, mi avvicinai al detenuto e posi davanti a lui il contratto. Lentamente, senza fretta, in un modo quasi superbo. Dopo sistemai accanto una penna e iniziai a parlare:

- Cinque famiglie degli ufficiali sono stati massacrati, uno dei quali era un mio buon amico. I terroristi, ai quali avevi venduto le informazioni hanno fatto tre attentati e un attacco a un reparto militare con tentativo di ottenere armamenti. Questi sono soltanto gli attacchi direttamente collegati ai documenti che gli hai venduti. Quanto sangue c’è sulle tue… sulle Sue mani, compagno tenente.
Indicai con il dito la casella dove firmare.

- Prendi la penna e firma, - dissi io con una voce bassa, ma persuadente.

- Non voglio firmare i Suoi documenti.

- Ascolta, tu pensi di essere già passato attraverso tutte le torture delle prigioni russe? Secondo te, tutte le esperienze terribili sono rimaste nel passato? Guarda qui.

Tirai su l’orlo dei pantaloni e mostrai al detenuto una pistola che avevo nascosto prima dell’incontro. L’interlocutore rimase impressionato.

- Sono entrato qui armato e nessuno ha pensato di fare un controllo. Prova a immaginare chi sono. Posso fare qualsiasi cosa con te e alle tue urla non accorrerà nessuno. Prendi sta cazzo di penna, se no metterò io una crocetta e al massimo otterrei un richiamo!

- Dice tutto questo con un registratore acceso?

Spezzai l’apparecchio, buttandolo contro il muro. Il detenuto perse completamente la baldanza iniziale e si coprì il viso con le mani.

- Firma, cazzo! Non farmi arrabbiare!

Il mascalzone finalmente obbedì e prese la penna. Dopo averlo visto firmare entrambi i fogli, mi calmai e iniziai a mettere le cose nella borsa.

- Perfetto, - dissi io, dopo aver sistemato la cartella all’interno della ventiquattr’ore. - spero che ti assegneranno a un Keter.

- A quale Keter? - chiese lui, porgendomi i fogli.

- Cos’è un Keter, te lo spiegheranno quando arriverai alla destinazione.

- No, no ha capito. Qual’è il Keter, al quale mi possono assegnare? A quello che evapora l’acqua con lo sguardo, oppure mi getteranno giù nel geyser vivente?

A questo punto, quasi ebbi un ictus. Mi si spalancarono gli occhi, la bocca si aprì lentamente. Mi girai e vidi il bastardo che sorrideva in modo arrogante: quasi come ci fossimo scambiati i ruoli.

- Pezzo di merda, che documenti gli hai venduti?! Chi erano quei terroristi?!

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