La brigantessa osservò il suo mediocre bottino disposto su di una pietra al suo fianco, la schiena premuta contro il tronco di un faggio. Davanti a sé brillava un piccolo falò che illuminava il suo volto violaceo e sbattuto. Un'espressione a metà fra il deluso e l'infuriato, il dolore che veniva dal naso da poco riaggiustato continuava a tormentarla.
Le ribollì il sangue ripensando a come se l'era procurato.
La sera prima, la solitaria Ascensione era giunta a una taverna senza nome dopo una giornata di brevi e poco redditizie scorrerie. Con la grana che aveva strappato dalle mani di un mercante, pagò per una stanza, del pane con formaggio e un po' di salame di cinghiale. Ci aggiunse dopo un bicchiere di vino che presto divenne tutto il fiasco.
'Si potesse mangiare così ogni mattino e ogni sera' pensò mentre si godeva il suo pasto, con calma e voracità al contempo. Allungò un paio di monete in più alla gentile ragazza dietro al bancone, donandole il solito ghigno. Avrà avuto qualche anno meno di lei, ma certamente aveva avuto molta più fortuna.
Non riuscì a evitare di fare il paragone, fissandola mentre strappava un morso di pane. Quei capelli lisci, castani e schiariti dal sole, quegli occhioni color nocciola, quel viso liscio, chiaro e tondeggiante. Il padre, ogni volta che usciva dalla cucina portando scodelle e bottiglie, la chiamava principessa.
Ascensione non era mai stata chiamata principessa, né da suo padre né da nessun altro uomo. Non che se lo aspettasse, non ne aveva l'aspetto. I suoi capelli erano crespi e neri, legati in due trecce per comodità. I suoi occhi erano due feritoie da cui sbucavano due abissi neri. Il suo volto era affilato e scuro, la sua pelle marchiata da ricordi di lividi e tagli.
'Sua madre di sicuro non l'ha menata neanche una volta' pensò con invidia. Afferrò la bottiglia verde scuro, portandosela alle labbra e tracannando il contenuto rosso scuro.
Mentre si godeva il momento di relativa pace, la porta della taverna si spalancò. Ascensione si voltò e i suoi occhi incontrarono quelli verdi di Jéan-Luc Bélanger. Per la regione girava voce dell'ennesimo capitano di briganti sbarcato a Crotone da poco. Si diceva che il francese, più dell'ammazzare bersaglieri e del vino, amasse solo il suono della sua voce baritonale. La notizia che più preoccupava la gente del posto non era legata alle sue abilità canore, ma al fatto che comandasse una brigata di trenta uomini.
'Diavolo, avevo voglia di una serata tranquilla' pensò. Lo stesso valeva per gli altri avventori, i quali furbamente pagarono per i loro pasti, se li svuotarono in bocca e si ritirarono alle loro case o nelle loro stanze. Ascensione, tuttavia, non lo fece. Continuò a pasteggiare con calma.
'Quando si mangia, si contratta con la morte' pensò, ricordando la frase che sua madre tanto amava dirle quando si ingozzava.
“Bon soir, ma chere” dichiarò il capitano biondo con un fulgido sorriso rivolto alla taverniera. Prese posto al bancone, di fianco ad Ascensione “Mi porti un fiasco del suo miglior rosso, per favore!”
'Chissà sa lo capisce il francese' si domandò tra sé la brigantessa.
Ascensione, onesta con nessuno se non con se stessa, dovette riconoscere che la sua voce da cantante lirico era tutt'altro che sgradevole. Persino con quello sciocco accento francese e la R moscia. Aggiungeva un piacevole calore ad ogni parola che diceva.
“Bon soir, mademoiselle” Ascensione continuò a mangiare “Com'è il formaggio?” poi si accorse che stava parlando con lei, non con la taverniera. Alzò un dito, deglutì e poi gli rispose.
“Molto saporito” si limitò a dire.
“Oh, mais oui, di certo ne ha l'aspetto” rispose con tono ambiguo, rivolgendo lo sguardo verso il suo viso. Il bersaglio del suo commento venne lasciato a discrezione dell'ascoltatore.
Ascensione si lasciò sfuggire una risata bassa.
“Ne vuole un assaggio?” decise di giocare al suo gioco, un mezzo ghigno sul volto.
Si avvicinò a lei… ma si limitò a prendere un tocco del suo formaggio, ricambiando il ghigno beffardo.
Quando il taverniere arrivò, portando un fiasco di rosso, fu preso da un improvviso attacco di generosità acuta. Aggiunse un altro fiasco e disse che offriva la casa.
'Bella mossa, babbo' la brigantessa annuì impercettibilmente dopo aver rivolto uno sguardo fugace al taverniere.
“Quindi, monsieur…”
“Chiamami Jéan-Luc.”
“Jéan-Luc? Così?”
Ridacchiò alla sua pronuncia e annuì.
“Quindi… dove stanno i tuoi uomini?”
“In giro. Li ho mandati a divertirsi stamane e fra un po' saranno qui con il bottino. Ma… non parliamo di lavoro. Perché non parliamo di te?”
“Perché? È l'argomento che mi piace di meno.”
Stavolta il francese rise, uno sguardo languido rivolto a lei.
“Ti piace la musica, ma chere?”
Si appartarono nella camera di Jéan-Luc assieme ad un altro paio di fiaschi di rosso. Ascensione conosceva il suo limite, ma il francese a quanto pare no. Le porse più volte un bicchiere e più volte dovette attendere che alzasse il gomito prima di svuotarlo fuori dalla finestra aperta.
Non gli dispiacque sentirlo cantare il Don Giovanni, guardando il cielo stellato e sentendo il fresco della sera. Rivolse lo sguardo verso di lui, sorridendo, ma in realtà era lontana, persa nei suoi pensieri, accompagnata da quella voce calorosa.
'Se ogni sera fosse così. Forse le nobili francesi vivono in questo modo. Vanno al ristorante, vengono servite… e poi montano in carrozza e vanno al teatro con un bell'uomo' si immaginò lontana da questa taverna, lontana dalla sua vita, solo per un momento.
Avrebbe voluto che durasse di più.
Jéan-Luc, ormai completamente ubriaco, aveva smesso di cantare e aveva cominciato a smascellare in un dialetto francese che non capiva. Ascensione sospirò e si tirò su, andando verso la porta.
“Buonanotte, Jéan-Luc” gli disse. Prima che la sua mano raggiungesse la maniglia, però, la mano del francese raggiunse il suo fondoschiena. La reazione di Ascensione fu immediata: si girò di scatto e col momento dello slancio fece atterrare uno schiaffo riecheggiante sul viso del brigante.
“Ho detto…” gli occhi di inchiostro di Ascensione lo fulminarono “…buonanotte.”
Il brigante, il volto marchiato con cinque dita rosse, non colse il messaggio o lo ignorò. Si lanciò verso di lei, prendendole i polsi e ricevendo in cambio una ginocchiata tra le cosce. La lasciò andare, muggendo per il dolore, ma continuò a non demordere.
Era necessario un rifiuto inequivocabile. Quel rifiuto venne nella forma di una bottigliata direttamente sulla sua tempia destra.
Il francese caracollò indietro, gridando dolorante per i vetri conficcati nelle sue guance. Ascensione pareggiò le sue urla di dolore con le sue di finto piacere e una risata di maliziosa soddisfazione, cercando di coprire quanto stava realmente accadendo.
Jéan-Luc si lanciò su di lei un'ultima volta, afferrandole la gola e connettendo il suo pugno col suo viso. Un gemito di dolore seguì e un fiotto di sangue le esplose dal naso. Purtroppo per il francese, la mano di Ascensione non aveva lasciato andare la bottiglia infranta e i suoi spuntoni seghettati si erano già fatti strada nel suo fianco.
La lasciò andare, portandosi le mani tremanti ai reni perforati. Lei lo tenne da un braccio per non farlo cadere e lo spostò, facendolo sdraiare con la schiena sul letto mentre la sua gola si riempiva di sangue gorgogliante. Gli avrebbe sparato se avesse potuto, ma le circostanze le impedivano di dargli una morte più rapida di questa.
Tremante per l'adrenalina e per il dolore, si sedette sul letto. Prese un cuscino e ne morse il bordo, portandosi una mano al naso rotto. Lo riallineò, soffocando un urlo raggelante dentro la tela. Sfogò il dolore sferrando pugni al cadavere di Jéan-Luc. Il suo respiro affannoso mano a mano tornò regolare.
“Bestia di un francese” ringhiò al suo corpo senza vita, sputandogli sul viso.
Sospirò amaramente. Sarebbe potuta essere una bella serata. Era finita tra le peggiori che riuscisse a ricordare. Raggiunse il sacco del capitano e cominciò a rovistare al suo interno. Tre colpi secchi alla porta chiusa a chiave la fecero trasalire.
“Capitaine Bélanger? Tout va bien?” una voce chiese al di là della porta.
“Oh! Jéan-Luc!” gridò, mettendosi sul letto e cominciando a fingere straordinario e incontenibile piacere nel suo peggior francese “Un moment, Jéan-Luc!”
Sembrò abbastanza per il brigante dietro la porta, il quale ridacchiò e si allontanò dopo aver origliato con piacere la prova d'attrice della brigantessa.
Ascensione si rese conto che non aveva molto tempo. I briganti stavano arrivando e non si sarebbero limitati a ucciderla se l'avessero trovata col sangue del loro capitano sulle mani. E in generale un po' dappertutto sulle sue vesti.
Arraffò giacca, cintura e pantaloni di Jéan-Luc e se li lanciò addosso. Indossò i suoi stivali e si mise anche il suo sacco in spalla per poi sgusciare fuori dalla finestra e venire investita dall'aria di luglio. Con la schiena premuta contro la parete, camminò sulle tegole verso l'angolo della taverna.
La finestra della sua camera era lì a fianco. Si sporse dal bordo e vide solo per un istante ciò che temeva: le lanterne dei briganti si avvicinavano. Il suo fucile, i suoi abiti, quel po' di quattrini che aveva lasciato nel suo sacco in camera li considerò perduti.
Si arrampicò giù per le tegole fino a che non raggiunse il suolo dietro la taverna. Cominciò a correre attraverso un piccolo campo prima di immergersi nella boscaglia. Con un po' di fortuna, si sarebbero accorti del loro capitano morto la mattina dopo.
Tutto questo per una rivoltella francese con annessa cinta e fodero, un sacchetto di munizioni, una decina di scudi romani e qualche quattrino. Decise di includere nella sua refurtiva anche gli abiti che aveva addosso e l'ultimo fiasco di vino rimasto per consolarsi.
'Figlio di una puttana infame. Non potevi stare a cantare e tenere quelle cazzo di mani per te?' prese la rivoltella e ne riempì il caricatore. Non per sparare, ma solo per farsi sentire meglio.
'Trenta cani rabbiosi mi stanno cercando, per colpa tua. Perché diavolo sei rimasto in piedi dopo una bottigliata?!' inserire i proiettili richiedeva precisione. Richiedeva calma. Prese un respiro profondo dopo che i primi due colpi le erano caduti di mano.
'Se sono più svegli di Jéan-Luc, eleggeranno un luogotenente e andranno avanti con la loro missione' il primo colpo entrò nel tamburo.
'Di solito, però, è il capitano ad avere gli ordini del mandante' il secondo colpo entrò. Si controllò la giacca e sogghignò sentendo un pezzo di carta in una tasca.
'Ma senza una mappa o una direttiva…' avvicinò il pezzo di carta al fuoco, sorridendo mentre vedeva l'effige dello Stato Pontificio bruciare '…non sarà affatto facile' entrò il terzo colpo.
'Quindi è sicuro che saranno già sulle mie tracce' entrò il quarto.
'Ma io conosco questi boschi come conosco le mie tasche' mentre il quinto colpo scivolava nel tamburo, le sfuggì una risata dato che le sue tasche erano rimaste alla taverna 'le tracce che troveranno non gli saranno d'aiuto.'
Il sesto colpo entrò. Calciò della terra sul fuoco e riprese le sue cose, rimettendosi in cammino.
Sotto le fronde dei faggi e degli abeti, il cavaliere Spadafora cavalcava a fianco di una di due carrozze. Il pomeriggio si avvicinava assieme alla loro destinazione.
Si prese un istante per inspirare il profumo del bosco, gli occhi rivolti per qualche secondo verso il cielo estivo, occultato dai rami. La generosità e l'amore dell'Altissimo gli sembravano ora limpidi come la boccata d'aria che aveva preso. Il fruscio del vento leggero che soffiava nel tiepido bosco, i suoni degli insetti e lo scorrere non molto distante di un fiumiciattolo erano un balsamo per la sua mente provata.
Al Monastero Roccaforte di San Michele Arcangelo le cose potevano di certo andare meglio. Ieri in particolare era stata una giornata di dubbi e conflitti… a cui gli era stato gentilmente chiesto di mettere una pezza.
“Questo fantomatico Regno d'Italia di cui i piemontesi si riempiono la bocca non è che una perversa facciata. Il tiranno Savoia e la sua corte senza Dio attendono solo l'occasione per gettarsi sulla Santa Sede per estinguere l'emissario di Nostro Signore sulla terra. Non è forse il nostro scopo, quindi, proteggere la Chiesa, Una e Santa?” dichiarò padre Mancini, tra i più anziani al monastero, trasferitosi da un paio d’anni da Roma. Nonostante fosse un sacerdote ossuto e minuto, la sua voce tuonava per il refettorio.
“Quando dite che il nostro compito è quello di proteggere la Chiesa avete ragione, ma temo che fraintendiate cosa ciò comporti. La Chiesa non è Roma o il Santo Padre o la Santa Sede ma i suoi fedeli. Il nostro dovere è verso le anime perse, il gregge di Nostro Signore” rispose il giovane cavaliere Gagliardi, gli occhi nocciola ricolmi dell'idealismo tipico della sua età.
“Eppure è proprio la Santa Sede che apre i cancelli ai lupi di questi tempi!” aggiunse il cavaliere Talarico, ricco in cinismo e povero in pazienza.
“Come prego?”
“Siete forse cieco e sordo, Mancini?” disse Talarico, alzandosi in piedi “Almeno lo sapete cosa accade al di là delle porte del nostro monastero? Ogni dì i nostri confratelli lo lasciano per prestare soccorso a villaggi saccheggiati! Rischiano la vita!”
“Si tratta di battaglie, giovane, penso lo capiate. Ci sono perdite in ogni guerra, anche e soprattutto in quelle sante come quella che la Madre Chiesa sta combattendo in questo momento.”
“E noi da che parte stiamo in questa guerra? Perché pare che il Santo Padre abbia deciso di stare coi saccheggiatori, cogli assassini e coi briganti! Ed io non sporcherò la mia lama di sangue innocente per compiacere un papa predone!”
“I briganti, come tu li chiami, stanno lottando per il trono e l'altare! Per il legittimo regno cristiano di Francesco II!”
“Stanno creando orfani, fame e macerie, sciocco di un vecchio! Io mi rifiuto d'essere un loro complice! Noi ci rifiutiamo!”
Spadafora, seduto ad un capo della sala riservato ai cavalieri di rango maggiore, stava prestando attenzione ad ogni parola. Almeno a quelle che era in grado di sentire nel brusio riecheggiante del refettorio.
Quel mattino, l'abbate Cordopatri aveva ricevuto una lettera recante l'inconfondibile sigillo del Concilium Sanctorum. Gli fu presto chiaro, dopo i primi righi, che su ogni tavolo di ogni abbate della Confraternita, da Frosinone in giù, si trovava una variante di quella stessa missiva, la richiesta al suo interno controversa per lui come lo era per i suoi confratelli meridionali.
Convocò Spadafora, suo consigliere, e gli pose la lettera, sottoponendogli un quesito semplice, ma di certo non facile: come procedere? Sapeva che Leone Spadafora non era veramente in grado di prendere qualcosa con leggerezza, per questo aveva piena fiducia in lui. Un “guerriero filosofo” era stato chiamato ai tempi del suo addestramento. Da coloro che meno lo apprezzavano, invece, un “ruminante con le mani di piombo” vista la sua tendenza a rimuginare e alle scazzottate. Ma era proprio quella sua tendenza alla riflessione la ragione per cui Cordopatri si affidava spesso a lui.
Leone decise di optare per un conclave a cui ogni abitante del monastero fu tenuto a partecipare. Lesse a voce alta la missiva davanti a tutti e poi chiese loro di esprimere la loro opinione a riguardo.
Come si aspettava, ne seguì il caos e da quel caos, divenuto un sottofondo per i suoi pensieri, valutò lo Zeitgeist di quel microcosmo che era il monastero.
'Abbiamo un dovere verso il Santo Padre, ciò è fuor di dubbio. I fondi che giungono da Roma sono fondamentali per il mantenimento della Confraternita e il compimento della sua missione' rifletté, gli occhi rivolti in un punto indefinito davanti al suo tavolo.
'Tuttavia, con il conflitto in corso, quei fondi stanno venendo consumati in fretta, prestando soccorso alle comunità afflitte' si riassettò sulla panca 'Qualora l'emergenza di un anomalus diabolus venisse sottovalutata, ciò potrebbe causare forte instabilità nella Confraternita al sud' le nocche contro il labbro e il gomito sopra il banco.
'Il nostro dovere è invero verso la cristianità. Mancini non erra, il Regno di Sardegna incombe sul papato, ma gli equilibri dello stivale sono sempre stati precari e la Chiesa di Pietro non ha mai vacillato… né ha mai vacillato il compito del nostro ordine. Quindi che fare?'
Dopo che fu passata quasi un'ora, un pesante pugno piombò su un tavolo e sulla stanza, al contempo, piombò il silenzio. Mancini, che attualmente stava aggrappato alla collottola di Talarico, si girò verso il tavolo dei ranghi maggiori. Lasciò andare e ritornò al suo posto. Spadafora si schiarì la gola, tirandosi in piedi.
“Fratelli miei, i vostri dubbi e preoccupazioni sono ben più che leciti. Temo siano la conseguenza dei tempi in cui noi tutti viviamo” indicò la sala con un gesto della mano “La Santa Sede ha avanzato una richiesta per il nostro ordine. Avviare le ostilità nei confronti dei soldati del Regno d'Italia e supportare i briganti nello sforzo militare del Regno delle Due Sicilie.”
Il brusio ritornò nel refettorio mentre Leone raccoglieva le idee.
“Ognuno di voi ha messo in luce aspetti molto validi di questa questione. Come padre Mancini ha giustamente rilevato, il nostro ordine ha un dovere nei confronti della Santa Sede” rivolse uno sguardo severo a Talarico. Mancini fece un sorriso con quei pochi denti che gli rimanevano.
“Al di là di ciò che è innegabilmente uno dei nostri compiti, siamo anche costretti in un'ottica pecuniaria. I fondi che vengono da Roma sono fondamentali per il conseguimento degli obiettivi del nostro ordine.”
Mancini si apprestava a prendere la parola, trionfante.
“Tuttavia…” invece, la possibilità gli fu strappata da Spadafora “…sarebbe miope non considerare dov'è che buona parte di quei fondi sta andando a finire. Dall'inizio dell'anno, il nostro monastero ha dovuto offrire supporto a ventidue comunità differenti solo nell'area della Calabria Ulteriore Seconda. In aggiunta, abbiamo dovuto sopperire alla loro protezione dai briganti e al mantenimento dell'ordine.”
Il brusio riprese per un altro paio di secondi. Sembrava aver fatto centro con molti dei presenti.
“Inoltre, vi invito a considerare qualcosa a cui forse alcuni di voi non hanno fatto caso. Quanti di noi sono presenti quest'oggi? Ho fatto espressa richiesta di un conclave completo eppure quest'oggi non vedo che una quarantina tra cavalieri e sacerdoti. Gli assenti non sono certo in giro a bighellonare o a sonnecchiare nelle loro celle, stanno assolvendo al loro compito… reso ben più duro dal conflitto in corso.”
Questa volta nessun brusio seguì.
“Viviamo in tempi interessanti. Ciò che imperversa fuori da queste mura, tuttavia, non è però una guerra santa, ma un comune conflitto. La nostra Confraternita ne ha visti a dozzine, accendersi e spegnersi come ogni fatto storico. Un conflitto in cui il papa ed il suo collegio hanno, erroneamente, preso parte.”
“Erroneamente?!” Mancini non fu più in grado di tenersi “Il papato sta al fianco di Francesco II, legittimo re cristiano delle Due Sicilie!”
“Il papato sta al fianco di un re ormai sconfitto, padre Mancini.”
“Franceschiello non sta sul trono da anni!” sopraggiunse Talarico, sprezzante come sempre.
“La guerra può essere ancora vinta!” disse ostinato Mancini.
“La guerra è già stata persa, padre. Ciò che vediamo là fuori sono rappresaglie disperate contro uomini disperati. Se mi si permette un paragone, i briganti sono come un attizzatoio. La sua punta incandescente tenta invano di appiccare un incendio, ma l'unica cosa che fa è premersi nelle carni del meridione. Nelle carni di coloro che dovremmo proteggere.”
“E allora cosa ti proponi di fare, Spadafora?” chiese Mancini, con tono più rispettoso, ma comunque sardonico “Affidarti alla buona grazia di questo cosiddetto Regno d'Italia?”
“Molti francescani, nostri fratelli, si sono messi al fianco di Garibaldi al suo arrivo. Persino dei gesuiti. La guerra dei Savoia non è contro il cristianesimo né contro i cristiani, ma-”
La porta del refettorio si spalancò, interrompendo il conclave. Un giovane servitore laico del monastero fece irruzione nella stanza, correndo verso il tavolo dei ranghi maggiori. In mano portava un piccolo pezzo di carta avvolto che porse a Spadafora. Egli lo ringraziò, invitandolo a sedersi e prendere fiato dopo la corsa che aveva fatto dalla piccionaia.
Lesse il messaggio. Cominciò a muoversi verso il portone.
“Cavalier Giordano, voglio te e una decina di uomini pronti alla partenza il prima possibile. Almeno uno che sia anche un oratore. Vado a far preparare le carrozze, fatevi trovare fuori non appena sarete pronti.”
Si lasciò il refettorio alle spalle. Sperò che questa non fosse l'emergenza che veniva sottovalutata.
Un gruppo di una trentina di briganti aveva perso da poco il suo capitano in una taverna. Il luogotenente che aveva preso il suo posto era assetato di giustizia. Tuttavia, non avendoci avuto molto a che fare, non aveva idea di dove trovarla. Dopo aver fallito nella sua ricerca di una esemplare esecuzione di un’omicida, decise di accontentarsi di un immotivato saccheggio di un luogo di culto. Lo sfortunato bersaglio, decretato dal caso e dalla prossimità, era nella città fantasma di Acheronthia.
Acheronthia, Acerenthia o Cerenzia vecchia, il borgo eretto su di un colle aveva avuto tanti nomi quante erano state le tragedie che l’avevano colpito. La peste dilagò nel ‘500, la terra tremò nel ‘600 e, infine, nel ‘700 sembrò che l’inferno stesso volesse inghiottire il regno di Napoli. I cerentinesi che sopravvissero l’abbandonarono, ignorando la vera natura delle sofferenze che li avevano afflitti. Quelli che la conoscevano, invece, rimasero.
Sotto ordine del defunto vescovo di Cariati e Cerenzia, abitavano ciò che rimaneva della Basilica di San Teodoro. Non avrebbero mai lasciato le reliquie dei due santi omonimi, la Spada e la Lancia. Con esse custodivano quanto giaceva imprigionato al di sotto della basilica da un millennio.
Tempo addietro, un santo siciliano di nome Elia venne in Calabria per erigere il suo monastero. Sulla sommità di un monte che si affacciava sul Tirreno, un demone lo avvicinò, offrendogli ricchezze e potere in cambio della sua rinuncia alla fede. Il santo, puro nell'animo e nelle azioni, rifiutò la sua tentazione, ricacciandolo e sigillandolo in una prigione piroclastica.
Nonostante la sua sconfitta, del tentatore di Elia rimasero orride tracce sulla Terra. Nel suo empio pellegrinaggio verso la Turma delle Saline aveva seminato la sua progenie per la regione. Semi che divennero rovi, appigli per la sua progenie infernale. In quel tempo, la Confraternita riuscì ad estirparli tutti eccetto uno, troppo radicato.
Con l'aiuto di reliquie messe in salvo da Costantinopoli, riuscirono ad arginare la minaccia del nido. Su esso edificarono la Basilica di San Teodoro.
Mille anni dopo, in una sera di Luglio come un'altra, un giovane prete si affacciò da quella stessa basilica in rovina. Fu lui il primo a vedere i briganti che si avvicinavano.
A proteggere la basilica non vi erano stati cavalieri dalla spedizione dei Mille. I monasteri avevano dislocato le loro forze per la regione o fuori da essa in un disperato tentativo di assistere le comunità locali e arginare i danni del conflitto. Erano rimasti solo quattro sacerdoti a Cerenzia vecchia, incaricati con la pronuncia del sacramento di San Teodoro.
Il giovane prete, padre Marino, diede subito l'allarme agli altri tre. Padre Greco e padre Longo si avviarono in fretta, per quanto glielo permettessero le loro vecchie ossa, verso la cucina che avevano improvvisato nella sagrestia. Da una cassapanca che ospitava padelle, posate e scodellame, estrassero una coppia di fucili usurati. Progettati e prodotti nelle Serre, era stato facile procurarseli con un paio di sacchetti di munizioni e polvere nera annessi.
Nel mentre, padre Costa e padre Marino si avventarono sulle ante del povero portone della basilica, divorato dall'umidità e dalle termiti. Padre Marino cominciò a spostare le panche della basilica contro le ante assieme a qualunque altra cosa pesante ci fosse nei paraggi. La disperazione cominciava ad afferrarlo, ma i presbiteri più anziani non ne sembravano affetti. Sembrava che una certa rassegnazione li avesse colti.
Non sarebbe stata una battaglia. Dovevano solo guadagnare tempo.
“Marino…” sussurrò padre Greco.
“Padre! Non possiamo farcela, saranno almeno trenta!”
“Marino, ti prego, non c'è tempo, ascoltami…” dal saio estrasse la rivoltella, avvolta nel suo rosario. Gliela premette nelle mani tremanti “Tienila stretta… ora vai alla piccionaia subito, non farti vedere da loro. Devi mandare un messaggio…”
“A chi, Padre?” lo incalzò il giovane. Marino non aveva mai tenuto una pistola prima d’ora, se la strinse al petto invece di brandirla.
“All’abazia di San Michele Arcangelo… verranno… saranno la nostra salvezza.”
“Padre, venite con me! Salveranno anche lei!”
“Figliolo, io sono vecchio. Ti rallenterei e ci scoprirebbero entrambi” allungò la mano al suo viso “Vai, figliolo… il Suo Sangue prezioso ti avvolga… e ti protegga.”
Il vociare dei briganti era vicino. Avevano incominciato a spingere contro il portone. Lacrime amare scorsero sul volto di padre Marino.
“Li distrarremo da te… abbi fede.”
Si morse le labbra e si arrampicò fuori da una finestra della basilica, celato dal buio. Sentì colpi di rivoltelle e di fucile e ingoiò un doloroso singhiozzo mentre strisciava verso la piccionaia. Passando provvidenzialmente inosservato in mezzo ai ruderi e ai cespugli, la raggiunse e con mani tremanti scrisse il messaggio su di un banco. Avvolse il foglietto, assicurandolo alla zampa di uno dei piccioni e mandandolo in volo.
Dopodiché si nascose, unendo le mani in preghiera. Morire per mano di briganti non era certo il fato a cui ambiva. Temeva, però, che potesse non essere quello il destino a cui stava andando incontro. Che ci fosse qualcosa di peggiore.
Pregò che i soccorsi arrivassero in fretta.
Il suono delle rivoltelle riecheggiò per il bosco, attirando l'attenzione della brigantessa. Rimanendo celata nella boscaglia, si avvicinò alla fonte dei colpi esplosi, rimanendo sul confine tra il verde e i ruderi per qualche minuto.
'I briganti di Bélanger… ma che ci fanno qui? Non ci vive nessuno' la curiosità ebbe la meglio e sgusciò in mezzo alle rovine, silenziosa, fino a raggiungere l'unico edificio integro che non fosse la basilica.
E poi accadde.
Il sangue di innocenti sacerdoti era stato sparso da uomini malvagi e qualcosa nel suolo ne aveva tratto nutrimento, come dall'acqua pura. Lo aveva assorbito per poi crescere e, infine, emergere dal suolo.
Un'appendice lignea ricoperta di spuntoni spaccò la terra morbida. Uno dei briganti la osservò confuso. Gli si avvicinò e alzò la sciabola, pronto a tranciarla via. Il ramo, invece, gli si avvolse alla gamba, facendolo urlare di dolore mentre le spine suggevano il suo sangue, ulteriore nutrimento per il rovo.
Emerse un'altra appendice, poi un'altra e un'altra ancora. I briganti tentavano di scacciarli e tagliarli a sciabolate, ma il rovo non faceva che crescere, alimentato dal sangue dei peccatori. Alcuni di loro tentarono di scappare. Uno riuscì persino a mettere un passo fuori dalla porta… prima di essere trascinato dentro per la caviglia.
'Ma che… stanno combattendo tra loro?' Ascensione pensò confusa.
I suoni del conflitto e le urla disperate si fecero più intense. Infine, però, si spensero nella gola dell'ultimo brigante, strangolato e scannato per innaffiare la vegetazione demoniaca.
Il nido era pronto, un groviglio di spine nere che riempiva e avvolgeva la basilica. Da essa emerse la progenie di colui che tentò Elia e Ascensione sentì il suo cuore stritolarsi e martellarle brutalmente contro le costole.
Esseri cornuti, metà umani e metà bestia, emergevano dalla cima del rovo, gridando parole in una lingua che faceva rivoltare lo stomaco.
Alla visione di quelli che non potevano essere altro che demoni, i suoi occhi si gonfiarono di lacrime acide, il suo respiro si fece affannoso mentre una realizzazione funesta spargeva un'ombra sulla sua mente.
“Brigante!” la voce di un giovane uomo la richiamò all'attenzione. Non si voltò nemmeno verso di lui, paralizzata.
Ogni suo ricordo, ogni azione maligna da lei compiuta era un pugno al petto, una morsa più stretta attorno alla sua gola. Stava morendo, se lo sentiva.
“Brigante…?” davanti ai suoi occhi appannati apparve un'ombra dalla voce gentile. Sentì la mano di quell'ombra sulla spalla.
“Sto morendo… andrò all'inferno… come mio padre, come mia madre…” le sue parole le graffiavano la gola. Scattò in piedi e corse via dalla piccionaia. La mano di padre Marino fallì a trattenerla. Svanì nella boscaglia, il suono dei suoi passi e del suo affannoso respiro che si faceva sempre più distante.
Alcune ore dopo, i demoni strepitarono empietà vedendo arrivare i cavalieri di San Giorgio dalla strada dissestata. Sollevarono le loro zanne sporche di sangue e midollo dal banchetto che una volta erano i briganti di Jéan-Luc Bélanger.
Tra loro un demone longilineo si erse sopra agli altri. Aveva le zampe e il capo di un capro, la pelle color carbone, dalle sue tempie si ergevano lunghe corna arrotolate. Posò le sue pupille orizzontali su Leone.
“Mirate! La somma puttana Madre Chiesa ci manda i suoi soldati!” dichiarò trionfante, la sua voce accompagnata dalla gioia incontrollata dei suoi simili. Diede le spalle ai cavalieri, beandosi nell'entusiasmo dei suoi consimili.
“Ahimè, è proprio vero! Se questo è ciò che rimane della setta del Nazareno allora la vittoria dell'Avversario è immin-”
Un boato lo interruppe. Uno dei demoni alle sue spalle cadde col viso per terra prima di dissolversi. Il diavolo caprino si voltò di nuovo verso Leone. La canna del suo fucile, avvolta in rosari e incisa di versetti, fumava ancora.
“Squadra Giordano, copriteci! Squadra Spadafora, alle lame! Ricacciamo i demoni laddove gli spetta!” Leone estrasse la spada, il moschetto appeso alla spalla.
“Che aspettate, feccia?! Attaccate! Adesso!” ringhiò il demone longilineo. I suoi empi compagni ubbidirono. Balzarono in carica e una salva di pallottole li investì, abbattendone in quantità. Giusto il tempo necessario per i cavalieri di posizionarsi ed estrarre le spade.
Il terrore di quel pomeriggio aveva derubato Ascensione delle sue energie. Si avvolse nella giacca di Jéan-Luc e, dopo aver acceso un fuocherello con le sue ultime forze, si raggomitolò in un'alcova tra delle rocce. Non appena poggiò il capo contro il suo sacco, piombò in un sonno breve e tormentato. Un incubo ricorrente tornò a farle visita.
Vide suo padre, poco fuori dal villaggio in cui era cresciuta. Era appeso ad un albero con una fune attorno al collo, un pezzo di legno inchiodato al suo torace dava ragione della nefasta esposizione del suo corpo in una sola parola: “BRIGANTE”. Ascensione lo guardò nel sogno come lo guardò un tempo. Come una bambina.
Vide sua madre, la testa riversa sul tavolaccio della cucina. Ascensione sapeva che questa volta non si sarebbe sollevata, ne l'avrebbe scacciata con una bottigliata. Si concesse di abbracciarla forte e di piangere ogni sua lacrima contro la sua schiena.
Infine, vide rovi afferrare i suoi genitori, stringergli la gola e i polsi e muoverli come macabre marionette. Estesero le loro fredde mani verso il suo collo. Tentò di scappare, di chiudersi infinite porte alle spalle, ma non ci fu via di scampo. I genitori estesero le braccia, afferrandole la gola e…
I suoi occhi si spalancarono. Si tirò su di colpo e batté la testa contro il soffitto dell'alcova, imprecando senza sosta nel dialetto delle sue parti, parole che avrebbero fatto arrossire un demone. Si strinse la testa, infuriata con se stessa e con il dolore.
Quando divenne sopportabile, si rese conto che il sole stava ancora per tramontare ed il fuoco era ancora vivace. Erano passate un paio d'ore al massimo, ma l'inseguimento onirico sembrava esser durato una giornata intera.
Posò gli occhi sul fuoco e prese la rivoltella e i colpi. Finalmente riuscì a sentire i suoi stessi pensieri e, visto che nessuno poteva sentirla, gli diede voce.
“I demoni esistono… e se i demoni esistono, esiste anche l'inferno. Se l'inferno esiste… allora è il posto che mi spetta” cercò di venire a patti con questa realizzazione e fallì “Non c'è niente che posso fare? Posso farmi suora, posso pregare, chiedere scusa e posso confessarmi? Posso fare la comunione o…”
Si abbracciò le gambe. Il primo colpo scivolò nel tamburo senza che neanche lo guardasse.
“Non basterebbe… non servirebbe. Facile così, eh? Uccidi, rubi e inganni tutta la vita e poi, sul letto di morte, chiedi perdono? Patetica… neanche tu ti perdoneresti, sciocca” abbracciando l'oblio, non c'era più nulla a cui pensare. Nulla aveva senso e il suo destino era segnato. Come il secondo proiettile si era trovato nella sua camera, lei si sarebbe trovata in un girone infernale.
L'autocommiserazione le diede un minuscolo sollievo. Durò poco quando le venne in mente l'ovvio.
“L'inferno… dura per sempre. Sofferenza eterna, tortura, nessuna speranza. Non è una prigione, non ti fanno uscire, non puoi evadere” non pensava mai all'infinito, all'eternità. Ci pensò per un momento e sentì il bisogno di stringersi di più nel mantello e avvicinarsi di più al fuoco. Un colpo le cadde di mano.
I suoi pensieri si rivolsero a quella voce gentile. A quell'ombra che aveva tentato di tranquillizzarla.
“Ma lui… lui non deve andarci. Quei demoni ce lo porteranno anche se non se lo merita. E non solo lui… se sono qui, possono prendere chi vogliono. Possono portarsi mezza Calabria all'inferno. Bambini, bambine, le loro mamme, i loro papà…” sentì una fitta al torace, più dolorosa del bernoccolo che ora aveva sul cranio. Abbassò lo sguardo sul tamburo, miracolosamente pieno.
Calciò della terra sul fuoco e si sollevò.
La sciabola di Leone, mossa da impeto cristiano e da un non molto cristiano desiderio di battaglia, si fece strada attraverso molti demoni. La cenere che rilasciavano dopo ogni impatto ormai ricopriva la sua palandrana nera, la croce rossa che gli campeggiava sul torace quasi occultata. I demoni continuavano ad emergere dai rovi e lui continuava ad affrontarne.
Perso nella foga, si riprese solo quando un suono sovrastò il caos della battaglia. Molto più rumoroso. Molto più vicino. Il suono di un tamburo che ruotava in posizione.
Alle sue spalle, il demone caprino brandiva la rivoltella di un brigante, tenendola fermamente puntata sulla sua nuca. Lo scontro si arrestò ed il caos lasciò spazio al più teso silenzio.
“Basta così poco, Leone” disse il suo nome con tono irrisorio “Spegnere l'animo di un cavaliere è semplice come tirare un grilletto.”
“Orrida bestia inf-”
“Sh, sh, silenzio. Prima che cambi idea, voglio dirti che mi sento… misericordioso quest'oggi.”
“Mai sentita falsità più grande.”
“Io ne ho sentite molte, invece. Prima fra esse che il Nazareno e i suoi servi non temono la morte!”
Ascensione, ammutolita, osservava da una delle rovine confinanti con il bosco, gli occhi e il petto che ancora bruciavano.
“Come dicevo, oggi mi sento misericordioso e smettila di interrompermi! Io darò a te e a tutti i tuoi cavalieri la salvezza… se gettate le armi… e rinunciate al vostro patetico vangelo!” la voce roca del demone caprino rimbombò per le strade vuote di Acheronthia.
Il silenzio continuò, assordante e interminabile. Leone lo infranse.
“Tu non capisci niente, stirpe del Tentatore di Elia! Non capisci che chi ha Cristo nel cuore non ha nulla da temere! Non c'è nessuna salvezza che tu puoi offrirci, le nostre anime sono già salvate!”
“Tzk, menzogne!”
Ascensione prese una bottiglia dal suo sacco. La svuotò da quel po' di vino che era rimasto.
“Eppure tu non sai dire nemmeno il Suo nome! Sei tu che temi, figlio del demonio!”
“Silenzio!” premette la bocca della rivoltella contro la sua nuca.
Ascensione prese tutto l'olio da lanterna che le rimaneva. Cominciò a marciare e strappò un lembo di tessuto dall'abito di Jéan-Luc.
“CAVALIERI DI SAN GIORGIO, NON ARRENDETEVI! L'AVVERSARIO NON TRIONFERÀ MAI SE ANCHE SOLO UN'ANIMA BUONA RESTERÀ A COMBATTERLO!” urlò Leone, a gran voce.
“Menzogne, menzogne, nient'altro che menzogne!” gridò furente il demone longilineo, tirando indietro il percussore “E te lo mostrerò, Leone. Ognuno di voi, patetici schiavi del crocefisso, vedrà quanto è semplice estinguere la-”
Stavolta un suono di vetro infranto lo interruppe, seguito dal crepitare rapido di una fiamma e dall'odore inconfondibile del cherosene incendiato. Il demone caprino lanciò un acuto urlo per il lancinante dolore. Ovviamente non per l'impatto della bottiglia sul suo cranio, ma per le fiamme che ora lo stavano consumando.
Si voltò di scatto verso il punto da cui era arrivata la bottiglia. La tiratrice già stava correndo al riparo dietro una rovina. Incominciò a sparare senza sosta nella sua direzione, svuotando il caricatore, ma i colpi le fischiarono a fianco e si schiantarono contro la copertura. Leone girò su sé stesso, ruggendo quasi per lo sforzo, imprimendo tutta la sua forza sulla spada. La lama raggiunse il polso del demone caprino, troncando la mano armata che cadde al suolo, dissolvendosi in cenere. I demoni guardarono attoniti per un istante. Le urla di rinnovato ardore dei cavalieri li riportarono al tempo presente.
Passando da un edificio in rovina all'altro, diretta verso la piccionaia, Ascensione assistette i cavalieri in difficoltà con precisi colpi di rivoltella contro i loro avversari. Infine, raggiunse l'edificio dove era nascosto padre Marino, il quale l'aveva persa di vista dopo il suo incredibile lancio.
“Prete…!” gli urlò, facendolo trasalire.
“Brigante, siete tornato! Dio vi benedica!”
“Che lo faccia allora! Continuano ad arrivare, non finiscono mai!”
“Le reliquie di San Teodoro sono ancora tra i rovi! Conosco la preghiera, il sacramento può essere ancora officiato!”
Ascensione gettò un occhio da dietro il nascondiglio. I rovi sembravano vivi e pronti a stritolare, animati da una volontà maligna. Emergevano dal suolo e raggiungevano il tetto della basilica. Da lì emergevano demoni minori ad intervalli regolari.
“Allora… vanno tolti di mezzo i rovi, tu dici la tua preghiera davanti ai pezzi di Teodoro e finisce così?”
“Sì! Oh! E ci serve del fuoco per farci strada!”
Ascensione inspirò profondamente. Si affacciò dal muro e squadrò il campo di battaglia. Notò una lanterna ad olio per terra, al fianco di un cavaliere caduto.
“La sai usare quella?” indicò la rivoltella avvolta nel rosario che Marino teneva stretta al petto.
“Affatto, non mi appartiene!”
“Allora la prendo io. Aspettami qui, ti farò strada” gli tolse la rivoltella dalle mani e si preparò a scattare via.
“Un istante!”
“Che c'è, prete?! Non abbiamo tempo, sto cercando di aiutarti!”
“Lasciate che preghi per voi” disse padre Marino, prendendo il suo rosario in una mano e stringendo con l'altra il braccio di Ascensione. Chinò il capo e pronunciò il ventisettesimo salmo. In qualunque altro momento, la brigantessa se lo sarebbe scrollato di dosso e avrebbe rivolto le pupille al cielo. Ora che però i demoni, l'anima e anche il Cielo non erano più idee, ma realtà, avrebbe accettato ogni tipo d'aiuto.
Dopo una decina di secondi le lasciò il braccio e le sorrise speranzoso. Ascensione ricaricò entrambe le rivoltelle con gli ultimi proiettili che le rimanevano. Dodici colpi.
'Come gli apostoli…' il pensiero le baluginò per la mente. Ghignò per un attimo prima di sgusciare dal nascondiglio e verso la lanterna e il cavaliere caduti.
Per quella che una volta era la piazza di Acheronthia, la battaglia stava imperversando furiosa. La squadra Giordano si era posizionata dietro dei muri crollati, i loro fucili rivolti verso la basilica e pronti ad abbattere ogni demone prima che potesse raggiungere i loro alleati nella mischia. Videro la figura che aveva incendiato il capro sgusciare verso il loro compagno caduto, una rivoltella alla vita mentre svuotava il tamburo dell'altra contro gli avversari.
Quando videro Ascensione trascinare il ferito nella loro direzione, le diedero copertura con una salva di pallottole. La brigantessa sentì i colpi fischiare sopra il suo capo mentre strisciava sul pavimento. Rivolse uno sguardo al cavaliere. Squarci profondi solcavano il suo braccio destro e con il sinistro teneva la sciabola. Incontrò i suoi occhi e riconobbe lo sguardo di un uomo che muore.
I cavalieri tiratori la aiutarono e lo portarono dietro la loro copertura.
“Mi serve la sua lanterna… e la sua spada!” disse Ascensione.
“Per-”
“C'è un prete nella piccionaia! Sa come fermare i diavoli, ma serve del fuoco e mi serve una spada per i rovi! Vi prego, credetemi!”
Il tono di Ascensione e l'urgenza del momento non lasciarono troppo adito a dubbi o ripensamenti. Il luogotenente della squadra, che stava già occupandosi del ferito, gli tolse la sciabola di mano e sganciò la lanterna dalla cintola.
La brigantessa si appese la lanterna alla cintura e brandì la sciabola con la sinistra. Annuì in silenzio e scattò via verso la piccionaia, coprendosi con gli ultimi colpi della seconda rivoltella. Dopo aver arraffato e scortato il prete alla basilica, non c'erano più apostoli.
Ascensione cominciò a percuotere i rovi con brutali sferzate, ma solo piccoli ramoscelli cedevano sotto i suoi colpi. La forza di cui era stata investita sembrava fare nulla contro l’oscura vegetazione, rafforzata dalle carni peccatrici su cui aveva pasteggiato. Padre Marino la fermò, facendole tenere la lama in orizzontale. Dalla lanterna versò l’olio sulla lama
“Quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato… e la fiamma non ti consumerà” disse solennemente, avvicinando la fiamma alla lama che divampò in un istante. Ascensione strinse l’elsa della sciabola fiammeggiante e senza pietà cominciò a fendere i rovi, riducendoli in pezzi anneriti e inceneriti, facendo strada al giovane padre.
Un cavaliere tiratore si avvicinò di corsa a Spadafora. Gli disse qualcosa all'orecchio, sotto il pandemonio dello scontro.
“A me! Convergete sulla basilica!” la voce di Leone sovrastò ogni suono, anticipando i demoni prima che si potessero raggruppare. I cavalieri immediatamente si fecero strada tra i demoni minori, fendendoli a colpi di spada o attraversandoli con le baionette sui loro moschetti, branditi a mo' di lance.
La sciabola crepitante di Ascensione si fece strada senza remore tra rovi e demoni appena emersi. Le scintille ed il fumo sarebbero stati insopportabili per chiunque ma la brigantessa non li sentiva nemmeno, con sua stessa sorpresa. In mezzo al miasma nerastro, posò gli occhi sull’oro del reliquiario, ancora perfettamente intatto. I rovi avevano tentato di spezzarlo, ma erano solo riusciti ad avvilupparsi intorno ad esso.
“Prete! Prega, in fretta!” urlò Ascensione dopo aver liberato la custodia con un fendente. Padre Marino si mise in ginocchio.
I demoni cominciarono ad immergersi nei rovi senza alcuno sforzo per raggiungerlo. Uno di loro quasi riuscì a colpirlo ma Ascensione si frappose sulla traiettoria dell'attacco. Gli artigli del demone le investirono il volto, incidendo quattro sanguinanti diagonali dallo zigomo destro fino al mento. La baionetta di Leone Spadafora, ora al suo fianco, affondò nel cuore nero del demone, estinguendolo.
“Padre Nostro, che donasti invitta fortezza a san Teodoro…” pronunciò con profonda convinzione padre Marino.
Il reliquario cominciò a baluginare di luce dorata. Il piccolo armamentario santificato rilasciò il suo caldo bagliore.
“Soldato, protettore e martire nel tuo Santo Nome…”
I demoni stridettero, affondarono gli artigli nei loro stessi occhi pur di non vedere la luce.
“Tempra e dona fortezza alla sua santa Lancia e Spada…”
Dal reliquiario balenarono raggi di sacro fuoco che infilzarono i demoni, bruciarono i rovi e diedero sollievo ai cavalieri e anche ad Ascensione.
“Che possano custodirci, tuoi devoti figli, dalle insidie del maligno…” la voce del prete risuonò di sacro ardore e sigillò il sacramento con un “Amen!”
I rovi si ritrassero, infine, come serpenti, ricacciati nella terra e i demoni accecati vennero abbattuti da lame e proiettili. Il demone caprino, ultimo rimasto, giaceva con la schiena contro i calcinacci di un muro collassato da tempo. Il suo cranio era scoperto per metà e i suoi occhi erano completamente assenti, bruciati. Ascensione gli si avvicinò, la sciabola oramai spenta.
“Pensi che questo ti salvi?” ringhiò, tossendo fumo e zolfo “Pensi che basti a redimere la tua anima nera? Vedo ogni tuo peccato anche senza occhi, chiaro come il sole! Ci vedremo all’inferno, miserabile put-”
Fu interrotto un’ultima volta da una lama annerita che gli spaccò il cranio a metà. Di lui non rimase che cenere.
Ascensione riprese finalmente il fiato, lasciando cadere la sciabola macchiata di bragia. Si accorse che si sentiva il mento e la gola fradici. Vi portò una mano, rendendosi conto che stava sanguinando copiosamente dagli squarci sul volto. L'effetto della preghiera forse era cessato o forse era stato l'ardore ad essersi esaurito? La sua vista cominciò ad annebbiarsi.
“Giordano! Bende, suture e dell'acqua pulita, svelto!” ordinò Leone, avvicinandosi ad Ascensione e sostenendola per le spalle “Brigante, come ti senti?”
“Sto…” si poggiò a lui, gli occhi che si socchiudevano.
“No, sveglio! Animo, su! Rispondimi, come stai?” quasi gli ordinò, scuotendola leggermente.
“Bene… sto bene…”
“Come ti chiami, brigante?”
“Io… sono Ascensione…”
L'espressione di Leone si accese.
“Ascensione, il Signore ti ha mandato in nostro soccorso!” dichiarò mentre Giordano si avvicinava alla brigantessa ferita, facendola sedere.
Il cavaliere le diede da bere del liquore per ridurre il dolore, sciacquò e ripulì il suo viso con cautela prima di ricucire le ferite ed avvolgerle il capo in delle bende pulite.
“Sei coriaceo, giovane. Neanche un lamento” si complimentò il cerusico, dandole una pacca sulla spalla e lasciandola seduta contro una parete per assistere gli altri feriti. La brigantessa si abbracciò le gambe, gli occhi posati sulla basilica, ora libera dai rovi infernali. Sospirò e rivolse lo sguardo verso il cielo stellato. Non si accorse dell'arrivo di Leone.
“Come ti senti ora?”
“Meglio… ma respirare dal naso fa un male cane.”
“Menomale che è solo quello” Leone si lasciò sfuggire una leggera, ma amara risata “Ascensione, hai la mia più profonda gratitudine. Hai salvato la mia vita e quella dei miei cavalieri.”
“Non c'è bisogno. Ce l'avreste fatta, eravate abbastanza.”
“Ma chissà quanti di noi sarebbero caduti prima della celebrazione del sacramento. Stanotte, ahimè, un valoroso cavaliere e nostro sacerdote è caduto.”
“Sarà… in paradiso, no?”
“Di questo ne sono certo, è fuor di dubbio che sarà al fianco di San Giorgio stanotte… ma noi avevamo bisogno di lui al nostro di fianco. Il Signore mi perdoni per questo pensiero egoista.”
Ascensione rimase in silenzio. Se avesse combattuto fin dall'inizio, forse quel cavaliere sarebbe ancora vivo.
“Ascensione, ciò che hai fatto questa notte per me non è solo un nobile gesto o una gentilezza. Per me si tratta di un segno. Il Signore ha preso uno dei nostri cavalieri al suo fianco e ce ne ha donato un altro. Anzi, due!” dichiarò fieramente, indicando anche padre Marino.
La brigantessa lo guardò attonita.
“Quindi io ti chiedo, Ascensione di Acheronthia, vuoi prendere posto alla nostra tavola, al nostro monastero? Vuoi diventare un Cavaliere della Confraternita di San Giorgio?” la voce roca e calma di Leone emanava una convinzione che si poteva solo descrivere come contagiosa.
“Ma… voi non siete come dei frati? Io sono solo un brigante.”
“Rammenti cosa disse Cristo al buon ladrone al suo fianco sulla croce?”
“Io… non lo ricordo…”
“Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 23, versetto 43. Gli rispose: In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso.”
Ascensione lo guardò impressionata. A malapena lei si ricordava il Padre Nostro.
“Quindi c'è speranza anche per me?”
“C'è speranza per tutti purché tendano la mano verso il Salvatore” disse rimettendosi in piedi “Prenditi il tempo che ti serve per rifletterci. La vita di un cavaliere non è semplice. Quest'oggi ne hai visto uno stralcio.”
La lasciò a riflettere.
I briganti che le stavano dando la caccia erano morti. Con quanto avrebbe preso dai loro corpi, forse sarebbe riuscita a sopravvivere per dei mesi. Forse un anno intero. Forse questa guerra infame sarebbe cessata per allora. Osservò, seduta sulla parete caduta: i cavalieri che venivano rattoppati, facevano i loro turni di guardia, Leone che scriveva una lunga lettera all'abbate ed una a un vescovo. C'era anche padre Marino, seduto coi cavalieri, che le sorrise. Leone aveva parlato anche con lui.
'Diventare un cavaliere, che idea. Passare i giorni a combattere coi diavoli e la notte a pregare?' le disse la sua voce interiore con tono beffardo. Ma, per quanto potesse mentire a tutti, non poteva mentire a se stessa 'Invece… come saranno i miei giorni? Passati a truffare, derubare e a uccidere… e le notti passate a pregare che non mi trovino. Che non lascino la mia carcassa davanti a una strada trafficata.'
Rivolse lo sguardo verso il falò acceso dai cavalieri. Stavano dicendo preghiere e parole gentili per il loro compagno caduto.
'Loro sembrano tenerci. Dalla faccia che ha fatto il capo sembrava gli fosse morto un fratello. Anche se trovassi un gruppo di briganti con cui stare, mi lascerebbero a morire o mi venderebbero alla prima occasione. Con loro, invece, non sarei sola…'
La ferita appena ricucita bruciò, interrompendo il fiume dei suoi pensieri.
'Dannazione… con quello che mi ha fatto quel bastardo di un diavolo, pure i giorni da bella figliola sono finiti. Glielo dovrei dire che non sono un uomo. Dovrei, non mentire è di sicuro un comandamento. Dovrei… ma non diventerei un cavaliere così.'
Padre Marino la vide emergere dall'oscurità e avvicinarsi alla luce del bivacco. Le sorrise.
'Glielo dirò… un giorno.'
Passarono le settimane e poi i mesi e non furono facili per la fu brigantessa. Divenire un soldato di San Giorgio non richiedeva solo una grande forza spirituale, ma anche resistenza fisica e prodezza con le armi. Della terza, Ascensione ne aveva da vendere. Per la seconda e per la prima, tuttavia, ce ne vollero di giornate passate a studiare e a spaccare e trasportare legname per il monastero.
Nonostante gli immensi sforzi che le vennero richiesti, Ascensione non vacillò. Il suo corpo si fece più forte, il suo animo più saldo. La sua abilità con la spada nonché la sua mira la fecero primeggiare al monastero.
Due anni dopo, arrivò il giorno del suo voto. Il giorno che sperava non arrivasse mai. Prima di prendere giuramento sotto il braccio e la lancia di San Giorgio, sapeva che avrebbe dovuto confessarsi.
Camminò verso il confessionale e vi entrò come un condannato sale la scala del patibolo. Si inginocchiò e fece il segno della croce.
“Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore perché ho peccato…” le parole bruciavano nella sua gola “Nella mia vita precedente, prima di entrare in questo monastero ero un brigante. Ho rubato, ma non solo per mangiare… pensavo l’unico modo per avere qualcosa a questo mondo fosse prenderselo. Confesso che ho preso delle vite. Spesso erano di briganti, ladroni, altri assassini come me, ma alcune volte era solo gente nata più fortunata. Ricchi e mercanti, li ho uccisi per invidia e non c’è giorno in cui il pensiero non mi divori l’anima…”
“Figlio mio, i tuoi peccati sono stati grandi… ma io sento in te la contrizione, il vero pentimento. Sento in te la volontà di allontanarti dal tuo passato e di diventare un uomo nuovo, rinato in Cristo e sotto l’egida del suo martire san Giorgio. La tua penitenza verrà compiuta abbattendo la progenie dell’avversario e recitando ogni alba ed ogni tramonto un rosario.”
“Io ho… mentito, padre. Ho mentito a tutti. A te e ai miei confratelli. Ho mentito… perché io non posso essere un uomo nuovo. Io sono una donna, padre. Sono una brigantessa, una bugiarda e non posso mentire più. Non posso mentire a chi mi ha accolto, chi mi ha insegnato e mi ha dato una casa, uno scopo, non posso mentire dinnanzi al Signore. Se è mio destino di essere punita e scacciata, allora sia… sia fatta la Sua volontà.”
Una lunga, silente pausa infestò il buio del confessionale per una breve eternità. Poi la voce di padre Marino rispose.
“Ascensione… ti ricordi della notte in cui ci incontrammo?”
“Come potrei scordare, padre?”
“Lottasti con ardore contro gli agenti dell’avversario. Riuscisti a ferirli, riuscisti ad ucciderli.”
“Ma padre, un qualunque assassino ci sarebbe riuscito. Era solo un atto di violenza, come ne ho commessi tanti…”
“E allora perché i briganti che ci attaccarono quella notte non ci riuscirono? Perché i loro proiettili, le loro lame non ferirono le carni demoniache?”
“Non… non so rispondere, padre.”
“Dovresti prestare più attenzione agli insegnamenti di padre Bruno. Un’anima nera non può ferire un demone. Esso si aggrappa al peccato, all’incertezza, trae forza dalla nostra debolezza, dall’ombra nel nostro cuore. Laddove c’è pentimento, coraggio, abnegazione, c’è la luce. Quella notte avresti potuto fuggire, Ascensione, ma non lo hai fatto. Davanti al terrore sei rimasta. Hai messo il bene di sconosciuti dinnanzi al tuo. Non è la violenza che permette a un cavaliere di trionfare, ma la sua volontà di sacrificarsi per proteggere gli altri.”
“Ma… rimane il fatto che sono una donna. Non posso restare…”
“La fratellanza dell’umanità non è fatta dei soli figli maschi, Ascensione. Stessa cosa vale per la Confraternita di San Giorgio. Se sarai sincera con loro, sarai accettata. Ne sono certo poiché io l’ho già fatto.”
Il viso rigato di lacrime di Ascensione si illuminò di un fulgido sorriso, la fronte poggiata sulla griglia che la separava da padre Marino.
“Per l’autorità conferitami dalla Santa Madre Chiesa e dalla Confraternita dei Cavalieri di San Giorgio, io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo. Amen” enunciò con calore “E ricorda, Ascensione, la salvezza non è una ricompensa, ma un lungo cammino che percorrerai ogni giorno. Sei pronta a percorrerlo al fianco dei tuoi confratelli?”
“Non potrei esserlo di più, padre” dichiarò lieta.
“E chissà. Magari un giorno sarai tu stessa a guidarli. Chi può dire che altri briganti non percorreranno, al tuo seguito, la via della redenzione?”