Abbastanza
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G si guarda la mano sinistra. Le sue mani assomigliano a quelle del padre, lo sa bene, glielo hanno detto sin da quando era piccolo: sono tozze, muscolose, con l'età cominciano a piegarsi sotto il potere genetico dell'artrosi. Le unghie sono appena accennate, quasi soffocate dalla carne rigonfia ai loro lati e sopra la matrice. Ricorda, seppur in modo annebbiato, quella volta in cui-

"Ci dobbiamo muovere! ALZATI!" gli urla contro N, afferrandogli la mano che si stava osservando e strattonandolo nel corridoio dalla luce verde. L'energia principale è andata, si sono accesi i neon di emergenza all'altezza dei battiscopa, c'è appena abbastanza luce per vedere dove si sta andando. Correndo e incespicando fra le crescenti macerie del soffitto sopra di loro arrivano alla sala conferenze, girano a destra e si ritrovano di fronte ad un buco. Non c'è altro modo di descriverlo: un buco nello spazio di fronte a loro, un cerchio di assoluto nero ad una ventina di centimetri dal muro a destra che, con una certa velocità, si sta allargando. Quando finalmente tocca il muro, lo stress gravitazionale sull'orizzonte degli eventi dell'anomalia lo spacca, e delle crepe concentriche si formano attorno al punto di contatto, espandendosi e diventando più profonde man mano che questo si espande.

"Fanculo, il Sito è andato, dobbiamo tornare al piano terra e uscire da qui" dice N con una calma inaspettata. "Ehi, G, ci sei? Accidenti, hai preso un bel colpo alla testa, eh? Avanti, smettila di trascinarti e corri."

"N, è colpa mia. Non avrei dovuto alterare i parametri del regolatore di massa."

"Ora non ha alcuna importanza, pensa a correre!"

"No! Se ce ne andiamo adesso non possiamo sapere fino a che punto l'anomalia continuerà ad espandersi, potrebbe inghiottire la Terra, l'intero Sistema Solare! Qualcuno deve tornare di sotto e regolare il campo di contenimento."

"Bene, è per questo che abbiamo i team di risposta rapida. Noi ce ne andiamo di qui, loro vanno laggiù con la funicolare e sistemano il tuo casino."

"Non hanno idea di come fare! Sono solo ricercatori associati, per Dio, cosa vuoi che ne sappiano di manipolazioni di campo Alcubierre?"

"E allora cosa? Qual è la tua brillante idea? Vuoi andare tu? Pensi di riuscire a rimettere a posto il casino che hai fatto prima che diciotto piani di cemento armato ti cadano sulla testa?"

"Io… cred-"

Un'altra esplosione dai piani inferiori, stavolta sono le pompe di raffreddamento che se ne vanno.

"Beh, qualsiasi cosa pensi di fare, dobbiamo farla ora!"

"Dobbiamo? Tu cosa c'entri, N? Sono io il responsabile del progetto, perché dovr-"

"Non puoi fare tutto da solo, ti serve un team per la manipolazione simultanea dei vari punti del campo. Se pensi di farcela, devi decidere adesso: tornando giù possiamo trovare un altro paio di junior o aspettare che arrivi il team di risposta rapida e usare loro, ma solo tu qui hai la conoscenza per tirarci fuori da questo casino. Forse. Decidi."

G rimane paralizzato dalla realizzazione che sì, è davvero l'unico che possa ristabilire il contenimento. Certo, ci sono altre tre o quattro menti al mondo che hanno una conoscenza teorica adeguata, ma nessuna di loro ha mai lavorato con una macchina reale, e soprattutto nessuno di loro è qui, ora. Inoltre avere le conoscenze pratiche e teoriche non vuol dire automaticamente che ce la possa fare: i calcoli necessari sono estremamente complessi e in una situazione del genere sbagliarli sarebbe fin troppo facile; inoltre non c'è modo di sapere se il campo abbia ancora una coerenza sufficiente per poter essere riportato a valori normali.

Rimangono a guardarsi negli occhi, con il fiatone, per diversi secondi.

"Facciamolo."

Insieme, cominciano a correre nel verso opposto, verso le scale di emergenza. Piano dopo piano, la situazione peggiora: morti ovunque, corpi tagliati a metà da buchi neri apparsi e scomparsi in mezzo ai corridoi e le stanze, aree completamente buie e altre illuminate a giorno da incendi divampanti, probabilmente dai fumi tossici. N raccoglie chi può, strilla ordini a chi ha ancora le orecchie per udirli. Dopo dieci piani, eccoli arrivati alla sala di contenimento principale con ventisette ricercatori, chi in lacrime, chi con un arto in meno, tutti pronti a dare la propria vita. Ognuno di loro è indispensabile.

Usando le proprie mani, G apre con forza le porte di emergenza ormai senza corrente, e tutti entrano nell'unità di contenimento principale: davanti a loro centinaia di postazioni con pannelli e terminali di controllo, tutti collegati al generatore di campo dall'altezza di una piccola palazzina contenente l'anomalia gravitazionale che potrebbe inghiottire tutto quello che conoscono in poco tempo se non trovano il modo di ricontenerla e in fretta.

Il campo di contenimento fluttua a mezz'aria come un'enorme sfera di acqua cristallina agitata da qualche moto invisibile, luminosa come un sole. A intervalli irregolari partono delle piccole scariche di energia elettrostatica accumulata in superficie, segno che la gravità locale sta andando a farsi benedire e che si sta accumulando uno strato di plasma sulla superficie: anche se dovessero ristabilire il contenimento, la maggior parte di loro morirebbe di ustioni termiche.

N ha già cominciato a disporre i ricercatori nelle varie postazioni chiave, spiegando in poche parole il loro compito a coloro che non sono laureati in fisica, mentre G si dirige alla postazione di controllo. La situazione è critica, ma non disperata: c'è ancora abbastanza coerenza nel campo per poter rimettere insieme un contenimento sufficiente da guadagnare il tempo necessario al ristabilimento della potenza principale.

I calcoli sono complessi. Non c'è nemmeno abbastanza energia per usare la potenza del computer, deve farli a mente. Deve, ma può? Probabilmente. Forse no. Decisamente no. Merda, c'è un motivo per cui usano un supercomputer per fare questi calcoli, solitamente: sono troppo per una mente umana, troppo per un tempo così limitato, troppo per una situazione di stress simile. G si appoggia al terminale, derelitto. Sta per morire, sta per uccidere tutti quanti, e se l'umanità è particolarmente sfortunata, entro pochi giorni la Terra assomiglierà ad una mela morsicata in più punti sospesa nel nulla dell'Universo. E sarà stata tutta colpa sua. Non tanto per l'esperimento sul regolatore di massa, quella è stata pura sfortuna assolutamente imprevedibile, quanto per la sua incapacità di tenersi d'un pezzo in un momento simile, il dubitare delle proprie capacità.

No, non può finire così. Non è giusto che accada il peggio per la debolezza di una sola persona.

G si rimette in piedi, saldo e con la schiena dritta. Cominciano a volare ordini e istruzioni, i ricercatori che hanno ancora le gambe per farlo schizzano da una postazione all'altra cercando di applicare le correzioni di campo per compensare le fluttuazioni. Un cauto ottimismo comincia ad essere palpabile nell'enorme sala di controllo, alcuni dei più positivi hanno quasi un ghigno sul viso, la consapevolezza che ancora una volta l'ingegno umano prevale sulla Natura.

Quando, ad un certo punto, succede. Tutte le spie sono verdi, parametri ragionevolmente nella norma.

Prima che i sopravvissuti riescano ad elevare un urlo di gioia, il plasma intorno al campo di contenimento ora stabile si espande improvvisamente. I ricercatori più vicini vengono vaporizzati quasi completamente, gli altri subiscono tutti bruciature più o meno gravi. La maggior parte non vedrà domani.

Quando l'onda arriva fino a lui, ormai il plasma si è quasi del tutto disperso e la temperatura non è che aria calda, ma la pressione estrema è comunque abbastanza da sbalzarlo indietro, dritto contro la parete. Un dolore lancinante nel petto lo avverte che non si è salvato, e infatti guardando in basso vede un tubo di raffreddamento, probabilmente saltato dieci minuti prima, che lo ha trapassato da parte a parte, all'altezza dello sterno. G sente la propria conoscenza scivolargli via, mentre chiude gli occhi un'ultima volta, con un lieve sorriso sul viso. Un classico.



SIMULAZIONE TERMINATA



G si risveglia in una poltroncina reclinabile.

"Ottimo lavoro, Dottor Rüben. Lei è perfettamente curato, congratulazioni."

Confuso, G si guarda attorno: è in uno stanzino con una lampada, due poltrone, una finestra con le persiane chiuse e nulla più. N lo guarda sorridente dall'altra poltrona, con un portatile della Fondazione sulle ginocchia. La parte posteriore dello schermo, rivolta verso di lui, recita "Reparto di Psichiatria".

"Nastja? Cosa… sei una chimica, perché-"

"Si calmi, per favore. Non si preoccupi, i residui della simulazione passeranno in poche ore. Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni da parte dei suoi colleghi riguardo saltuari cali di stima nei propri confronti e dubbi sulle sue capacità, dunque l'abbiamo sedata e abbiamo condotto questa nostra seduta per rinforzare i pattern nel suo cervello che promuovono un comportamento responsabile e sicuro di sé — con l'approvazione della SRE-M, ovviamente. A dirle la verità, questa non è la prima seduta che facciamo, ma è la prima e unica necessaria che ha condotto ad una cessazione di percorsi neurali indesiderati. Le porgo le mie scuse per i mal di testa che ha sperimentato in questi mesi, temo siano un effetto collaterale inevitabile dei continui cicli di anestetici e amnestici amministratile. Quanto a me, ho dovuto usare il mio viso — che inconsciamente conosce già — per donare più credito alla simulazione, passo che devo dire è stato probabilmente quello decisivo nella riuscita della seduta di oggi. Come le dicevo, ora non ha più nulla di cui preoccuparsi, a breve un impiegato verrà a prenderla nella sala d'attesa qui fuori per ricondurla al suo Sito di appartenenza. Ora mi dispiace ma devo chiederle di andare, il mio prossimo paziente sarà qui a momenti. Le auguro una buona giornata!"

G rimane un attimo immobile, cercando di assorbire l'accaduto.

"Ah.", dice.

Poi si alza ed esce dalla porta.

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